Martiri salesiani del comunismo in Cina

(di Cristina Siccardi) Mentre il cancelliere della Pontificia Accademia delle scienze, Monsignor Sanchez Sorondo, ha esaltato la Cina come migliore modello di realizzazione della dottrina sociale della Chiesa (http://www.asianews.it/notizie-it/Mons.-Sanchez-Sorondo:-La-Cina-migliore-realizzatrice-della-dottrina-sociale-della-Chiesa-43033.html), dove il “bene comune” è il valore primario («Ho incontrato una Cina straordinaria: ciò che la gente non capisce è che il principio centrale cinese è il lavoro, lavoro, lavoro. Non c’è altro. Al fondo è come diceva san Paolo: chi non lavora, non mangia», in: Edizione spagnola di Vatican Insider, 2 febbraio 2018), allo stesso tempo è giunta la notizia che il Vaticano accetterà 7 vescovi nominati dal Governo di Pechino.

La rivelazione è giunta a pochi giorni dalla polemica scoppiata tra la Santa Sede e il Vescovo emerito di Hong Kong, il Cardinale Joseph Zen Ze-kiun, che ha accusato la Chiesa di svendersi alle richieste dell’establishment d’Oriente, ovvero di sostituire, dopo una visita in Cina di una delegazione della Santa Sede nel dicembre scorso, due vescovi cinesi nominati dal Vaticano con altri due graditi a Pechino.

Siamo ritornati al tempo della lotta per le investiture del XII secolo? All’epoca si fronteggiavano potere temporale e potere spirituale: il Sacro Romano Impero Germanico e il Papato, dove San Gregorio VII ebbe la meglio su Enrico IV di Franconia. Oggi, invece, abbiamo un potere temporale vaticano che elemosina, senza dignità e senza rispetto per la fede e i fedeli, consensi dall’Impero celeste del Presidente Xi Jinping. Senza dignità e senza rispetto nei confronti di chi ha versato il proprio sangue per Cristo.

Proprio in questo mese, il 25 febbraio, la Chiesa annovera nel proprio martirologio due insigni testimoni e missionari, due martiri che non possono essere ignorati o sottovalutati: il Vescovo san Luigi Versiglia (1873-1930) e san Callisto Caravario (1903-1930), entrambi beatificati da Giovanni Paolo II il 15 maggio 1983 e poi canonizzati il 1° ottobre dell’Anno giubilare del 2000 fra altri 120 martiri della Cina.

Luigi Versiglia era nato il 5 giugno 1873 a Oliva Gessi (Pavia), si era formato alla scuola di San Giovanni Bosco a Torino e a 16 anni emise i voti religiosi nella congregazione salesiana. Dopo aver completato gli studi superiori, frequentò la Facoltà di Filosofia all’Università Gregoriana di Roma. Venne ordinato sacerdote nel 1895 a soli 22 anni. L’anno dopo fu nominato direttore e maestro dei novizi nella Casa di Genzano di Roma, carica che tenne per dieci anni, durante i quali si distinse per le notevoli capacità formative sui futuri sacerdoti.

Tuttavia la sua aspirazione era quella di raggiungere le missioni per portare Cristo ai popoli, desiderio che si realizzò a 33 anni, diventando il responsabile dei primi Salesiani che nel 1906, con coraggio e indomito abbandono in Dio, partirono alla volta della Cina. Visse il suo apostolato prima a Macao e poi nella regione meridionale del Kwangtung, dove fondò la missione di Shiu Chow di cui nel 1920 divenne Vicario apostolico e primo Vescovo.

Nel 1885 san Giovanni Bosco aveva rivelato ai Salesiani, riuniti a San Benigno Canavese, di aver sognato (i sogni di Don Bosco erano visioni) una turba di ragazzi che gli erano andati incontro dicendogli: «Ti abbiamo aspettato tanto» e in un altro sogno vide alzarsi verso il cielo due grandi calici, l’uno ripieno di sudore e l’altro di sangue. Quando nel 1918 il gruppo di missionari Salesiani partì da Valdocco alla volta di Schiu-Chow nel Kwang-tung in Cina, il Rettor Maggiore della congregazione, don Paolo Albera, donò loro il calice con il quale aveva celebrato le sue nozze d’oro di consacrazione ed i 50 anni del Santuario di Maria Ausiliatrice.

Il prezioso e simbolico dono venne consegnato da Don Sante Garelli a Monsignor Versiglia, il quale dichiarò: «Don Bosco vide che quando in Cina un calice si sarebbe riempito di sangue, l’Opera Salesiana si sarebbe meravigliosamente diffusa in mezzo a questo popolo immenso. Tu mi porti il calice visto dal Padre: a me il riempirlo di sangue per l’adempimento della visione».

In 12 anni di missione, dal 1918 al 1930, il Vescovo riuscì a compiere miracoli in una terra del tutto nemica dei cattolici: istituì 55 stazioni missionarie primarie e secondarie rispetto alle 18 trovate; ordinò 21 sacerdoti, due religiosi laici, 15 suore del luogo e 10 straniere; lasciò 31 catechisti (18 donne), 39 insegnanti (8 maestre) e 25 seminaristi. Portò a battesimo tremila cristiani convertiti, a fronte dei 1.479 trovati al suo arrivo. Inoltre eresse un orfanotrofio; una casa di formazione per catechisti e catechiste; l’Istituto Don Bosco (comprensivo delle scuole professionali, complementari e magistrali per ragazzi); l’Istituto Maria Ausiliatrice per ragazze; un ricovero per anziani; un brefotrofio, due dispensari per medicinali e la Casa del missionario, come desiderava fosse chiamato l’Episcopio.

Il Vescovo martire non si fermava mai di fronte a nulla, neppure alle carestie, alle epidemie, alle sconfitte che si presentavano a lui e ai suoi collaboratori: apostasie, calunnie, abbandoni, incomprensioni, viltà… Tutto veniva superato e sublimato nei Sacramenti e nella preghiera. Egli teneva poi una corrispondenza epistolare con le monache Carmelitane di Firenze, domandando loro sostegno spirituale.

Leggiamo nell’ultima sua lettera inviata alla Superiora, scritta poche settimane prima della morte: «… solleviamo in alto i nostri cuori, dimentichiamo di più noi stessi e parliamo di più di Dio, del modo di servirlo di più, di consolarlo di più, del bisogno e del modo di guadagnargli delle anime. Voi, Sorelle, potrete più facilmente parlare a noi delle finezze dell’amore di Gesù, noi forse potremo parlare a voi della miseria di tante anime, che vivono lontano da Dio e della necessità di condurle a Lui; noi ci sentiremo elevati all’amore a Dio, voi vi sentirete maggiormente spinte allo zelo».

Fra i suoi collaboratori si aggiunse il giovane Don Callisto Caravario, nato a Cuorgnè (Torino) l’8 giugno 1903 e formatosi all’Oratorio di Valdocco e al Liceo classico dei Salesiani. Nel 1919, sedicenne, conobbe monsignor Versiglia, di passaggio a Torino, al quale rivelò: «La seguirò in Cina». Così avvenne. Si imbarcò a Genova a 21 anni.

Prima lavorò in Estremo Oriente, nell’isola di Timor, poi a Shangai e infine a Schiu Chow, dove fu ordinato sacerdote dallo stesso Versiglia nel 1929. Scriverà a sua madre: «Oramai il tuo Callisto non è più tuo, deve essere completamente del Signore, dedicato completamente al suo servizio! […] Sarà breve o lungo il mio sacerdozio? Non lo so, l’importante è che io faccia bene e che presentandomi al Signore io possa dire d’aver, col suo aiuto, fatto fruttare le grazie che Egli mi ha dato». Si presenterà al Signore con i suoi frutti già l’anno successivo, sacerdote da otto mesi.

La situazione politica in Cina era alquanto agitata: la Repubblica Cinese, nata il 10 ottobre 1911, con il generale Chiang Kai-shek, pose termine all’Impero e sconfiggendo nel 1927 i signori della guerra che tiranneggiavano varie regioni. La neonata Repubblica fu sconvolta dalle guerre civili fra i nazionalisti di Chiang Kai-shek e i comunisti di Mao Zedong (1927-1937 e 1945-1949); infatti, la pesante infiltrazione comunista nella nazione e nell’esercito, sostenuta dall’Unione Sovietica di Stalin, persuase il generale a dichiarare fuori legge i comunisti (aprile 1927).

La provincia di Shiu-Chow di monsignor Versiglia era territorio di passaggio e di sosta dei vari gruppi combattenti, e i cattolici vennero perseguitati, depredati, uccisi, mentre i missionari, definiti «diavoli bianchi», furono oggetto di inaudite violenze. I più temibili erano i cosiddetti “pirati” e la soldataglia comunista, per la quale la distruzione del Cristianesimo era un dovere programmato.

Da tempo il Vescovo attende tempi migliori per la sua visita pastorale a Lin Chow, ma alla fine del 1930 decide che i suoi fedeli non possono più aspettare e parte in treno, insieme a don Callisto: è il 24 febbraio. Con loro ci sono anche due allievi del Collegio Don Bosco, che tornano a casa per le vacanze, due loro sorelle ed una catechista insegnante. Il giorno 25 proseguono il viaggio in barca sul fiume Pak-kong, diretti a Li ThauTzeui.

Stanno recitando l’Angelus quando dalla riva esplode un urlo selvaggio. Una decina di uomini, con i fucili puntati, intimano all’imbarcazione di approdare alla riva. Due di loro si avventano sull’imbarcazione e scoprono le tre donne, che cercano di portare via, ma monsignor Luigi e don Callisto le difendono. I criminali urlano e brandiscono con violenza il calcio dei fucili sui loro corpi. Il Vescovo ha la forza di esortare Maria Thong: «Aumenta la tua fede», mentre don Callisto mormora: «Gesù… Maria!». I missionari vengono legati e trascinati in un bosco.

Uno del gruppo grida: «Bisogna distruggere la Chiesa Cattolica». Monsignor Luigi e don Callisto pregano ad alta voce, ma cinque colpi di fucile interrompono la loro lode estatica. Le spoglie dei martiri vengono sepolte a Schiu Chow per essere poi disperse, perché il sistema comunista, come suo uso, vuole cancellarne la memoria. Ma la Chiesa ricorda i suoi martiri intercedenti, che stanno in Paradiso, a fianco del mistico Agnello. (Cristina Siccardi)

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