Riarmo tedesco e “riarmo” europeo

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Il 26 novembre 2025 il Bundestag ha approvato il bilancio della difesa più grande nella storia della Repubblica Federale tedesca: 82,7 miliardi di euro in spesa ordinaria, più 25,5 miliardi dal fondo speciale creato dopo l’invasione dell’Ucraina, per un totale di circa 108 miliardi. La pianificazione del ministero delle Finanze porta la spesa a 152 miliardi entro il 2029, il 3,5% del PIL, con l’obiettivo dichiarato di costruire le forze armate più potenti del continente. 

Ciò che separa Berlino dalle altre capitali è l’architettura, prima ancora della scala. Nel marzo 2025 il parlamento tedesco ha modificato la costituzione: ogni euro di spesa per la difesa oltre l’1% del PIL è ora esente dal freno al debito, la regola che per quindici anni ha definito l’ortodossia fiscale nell’eurozona. Il riarmo tedesco non dipende più da leggi di bilancio annuali; è ancorato nella fonte giuridica suprema del paese, e i contratti pluriennali firmati con l’industria lo rendono irreversibile anche per i governi futuri. 

La composizione della spesa lo conferma: 15 miliardi per le sole munizioni, contratti pluriennali con l’industria della difesa, consegne distribuite su un decennio. Nell’aprile 2025 la Bundeswehr ha attivato la 45ª Brigata Corazzata in Lituania: il primo dispiegamento permanente di truppe tedesche all’estero dal 1945. Un esercito che torna oltre i propri confini dopo ottant’anni non sta eseguendo una direttiva di Bruxelles, sta costruendo le basi di una nuova proiezione di potenza autonoma. 

Nel marzo 2025 la capitalizzazione dell’azienda tecnologica per la difesa Rheinmetall ha superato quella dell’industria automobilistica Volkswagen. Lo Stato tedesco sta sostituendo la domanda estera in contrazione con domanda pubblica interna, garantita dalla costituzione e diretta verso l’industria nazionale: stabilimenti automobilistici riconvertiti alla produzione di munizioni e componenti militari. Si tratta di una politica industriale, non di una politica di difesa. 

Il rapporto NATO del 26 marzo 2026 certifica che per la prima volta tutti i 32 alleati hanno raggiunto il 2% del PIL. Il dato va interpretato come difficoltà strutturale a centrare l’obiettivo del 5% entro il 2035, firmato all’Aja su insistenza americana, di cui almeno il 3,5% in difesa stricto sensu.  

Il caso italiano illustra il metodo. L’Italia dichiara il 2,01% del PIL per il 2025, circa 45,3 miliardi di euro; secondo l’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica di Milano, dell’aumento di 0,5 punti rispetto all’anno precedente soltanto lo 0,1 corrisponde a spesa aggiuntiva effettiva, mentre lo 0,4 deriva dalla riclassificazione di voci esistenti, dalla Guardia di Finanza alla Guardia Costiera. 

Il cosiddetto “riarmo europeo” poggia su fondamenta economiche e produttive fragili: crescita sotto l’1%, debito in aumento, obiettivi onorati sulla carta. La Commissione Europea prevede lo 0,9% di crescita per l’eurozona nel 2026, con il deficit aggregato in salita dal 3,1% al 3,6% entro il 2027 e il debito verso l’85,3% del PIL. Il SIPRI osserva che portare le grandi economie europee verso il 3,5% richiederebbe un’espansione strutturale dei bilanci di un tipo raramente visto fuori dal tempo di guerra. Nessun governo dell’Europa occidentale ha annunciato tagli al welfare per finanziare il riarmo, né potrebbe permetterselo davanti agli elettori. 

 La contraddizione merita di essere descritta per intero: la Germania si riarma su debito costituzionalmente illimitato e nega agli altri lo strumento che renderebbe possibile un riarmo europeo più omogeneo; gli altri partner europei firmano obiettivi che non possono permettersi e cercano di onorarli con una riclassificazione contabile. 

Tutto questo accade all’interno di una riconfigurazione del sistema globale che non aspetta l’Europa. Il confronto tra Stati Uniti e Cina è l’elemento strategico strutturale del prossimo ventennio: ridefinisce le catene del valore, le alleanze tecnologiche, la geografia della sicurezza. India e Russia operano come potenze regionali, ma inserite in dinamiche globali che ne amplificano il peso oltre i rispettivi confini. L’Europa è l’unico grande blocco economico privo di leve geopolitiche proprie. Non ha strumenti militari credibili, non ha sovranità fiscale comune, non ha campioni industriali nell’intelligenza artificiale, non ha un mercato dei capitali capace di finanziare una transizione di questa portata. Il continente arriva al momento in cui la geopolitica decide tutto il resto, ma senza gli strumenti per stare al tavolo. 

Washington chiede agli europei di entrare nella filiera strategica americana: sistemi d’arma, catene di fornitura, standard tecnologici. È una generosa offerta di inclusione, ma anche un test. Se l’Europa non risponde, il risultato non sarà un’alternativa europea. Sarà un continente già diviso che va da solo, attraverso accordi bilaterali sparpagliati, ai margini delle dinamiche che contano, mentre i problemi politici, sociali, economici, aumentano. 

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