Il testo che riportiamo segue quello della settimana scorsa su La Tradizione di Maria nuova Eva attraverso le epoche, Appendice dell’articolo 2 del capitolo IV del volume II (La singolare missione di Maria SS.) dell’opera La Madonna secondo la fede e la teologia (Libreria editrice F. Ferrari, Roma 1953) del noto mariologo padre Gabriele Roschini osm (1900-1977), religioso dell’Ordine dei Serviti.
2. L’età medievale (sec. IX–XVI)
Omettendo i testi più generici, esamineremo le testimonianze più significative degli scrittori ecclesiastici medioevali, di quelli cioè che fiorirono dal secolo IX al secolo XVI. Non mancano infatti, in questo periodo, scrittori i quali – a differenza di quelli del periodo precedente – oltre a parlare della cooperazione di Maria SS. all’Incarnazione redentrice – che per noi è vera e propria cooperazione immediata alla Redenzione oggettiva – parlano di cooperazione alla redenzione per via di compassione (patendo cioè insieme con Cristo per la salvezza del mondo) e incominciano a determinare anche le varie modalità di tale cooperazione, ossia: a modo di soddisfazione, a modo di merito, a modo di sacrificio e a modo di redenzione. Procediamo passando di secolo in secolo.
Nei secoli IX e X, i rari testi che incontriamo appaiono troppo generici e ben poco aggiungono ai testi patristici. È degna di rilievo un’espressione di Giorgio di Nicomedia (del secolo IX–X). Rivolto ai Santi Gioacchino ed Anna, esclama: «O oblazione fatta prezzo della redenzione del mondo!…» . Sembra chiara qui l’allusione alla cooperazione della Vergine al versamento del prezzo della nostra redenzione.
Nel secolo XI abbiamo una chiara testimonianza del celebre innografo Ermanno Contratto O.S.B. († 1054). In un inno «In Assumptione B. M. Virginis», dopo aver parlato dell’Incarnazione del Verbo annunziata dall’Arcangelo Gabriele, asserisce che la Vergine «trasferì l’agnello re dominatore della terra dalla pietra del deserto Moabitico al monte della figlia di Sion» (il Calvario); ed aggiunge: «Tu (o Vergine) schiacciando il furioso Leviatan, serpente tortuoso ed agile, liberasti il mondo dal funesto delitto» .
Nel secolo XII abbiamo Eadmero, san Bernardo, Ruperto di Deutz, Arnaldo di Chartres e Goffredo d’Admont. Eadmero di Canterbury († 1124), discepolo di sant’Anselmo, dice che «come Dio con la sua potenza creando tutte le cose è Padre e Signore di tutte le cose, così la beata Maria riparando tutto coi suoi meriti, è Madre e Signora delle cose… Maria è Signora delle cose restituendo le singole cose alla loro nativa dignità mediante quella grazia che Ella meritò» . È la prima volta – come osserva il P. Carol (o. c. p. 154) – in cui nella storia della nostra dottrina si fa menzione dei meriti riparatori di Maria SS.
Anche san Bernardo († 1153), primo fra tutti – a quanto sembra –, oltre ad insegnare come conveniente – in forza del principio di ricircolazione – la cooperazione di Maria SS. alla nostra redenzione oggettiva, accenna alla soddisfazione data da Maria per la colpa di Eva: «Essa – dice – soddisfaccia per la madre, poiché se l’uomo cadde per mezzo della donna ecco che non viene rialzato se non per mezzo di una donna… O donna degna di singolare venerazione… riparatrice dei protoparenti!» . Si può chiedere: la Vergine SS. ha soddisfatto esclusivamente con la sua cooperazione all’Incarnazione redentrice di cui si parla nel contesto?… Non si vede perché una tale soddisfazione debba limitarsi esclusivamente al momento in cui una tale soddisfazione ebbe inizio, vale a dire, al momento dell’Incarnazione del Verbo, alle sorti del quale Ella veniva indissolubilmente associata. Tanto più che altrove Egli parla dell’offerta del Figlio fatta dalla Vergine nel giorno della Purificazione «per la riconciliazione di noi tutti» e «Dio Padre accettò pienamente l’oblazione nuova e la preziosissima Ostia».
Ruperto di Deutz († 1129), commentando il testamento di Gesù morente («Donna, ecco tuo figlio… Ecco la madre tua»), si domanda: «per qual diritto il discepolo prediletto di Gesù è figlio della Madre del Signore; per qual diritto Maria è sua madre?». E risponde che Giovanni è figlio di Maria perché Maria ha generato due volte l’Uomo-Dio, causa della salvezza universale: una prima volta senza alcuna pena; una seconda volta nel parto doloroso, mistico, nel parto cioè di Cristo-Capo, primogenito fra i morti, in cui noi tutti abbiamo la vita. Per questo, perché ha generato il Cristo-Capo della nuova umanità, l’uomo nuovo che comprende tutti gli uomini nuovi (tutti i redenti), Maria SS. è la madre spirituale di tutti. È questa maternità mistica, sbocciata dalla Compassione dolorosa di Maria sul Calvario, quella che viene sanzionata da Cristo con il suo spirituale testamento fatto mentre moriva sulla croce. Ciò posto, appare del tutto arbitraria l’interpretazione data dal P. Lennerz alle parole di Ruperto di Deutz, e cioè: «la B. Vergine, sotto la croce, generò il figlio suo che è la salvezza di tutti: e perché generò Lui, è la madre di noi tutti». Mentre infatti Ruperto parla di due parti di Maria (l’uno fisico e l’altro mistico), il P. Lennerz parla di un solo parto . Il testo di Ruperto ha avuto un notevole influsso negli scritti susseguenti.
Arnaldo di Chartres († 1160) sembra il primo ad asserire, nel modo più chiaro di tutti i precedenti, la cooperazione immediata di Maria SS. alla redenzione oggettiva. Egli asserisce che mentre «Cristo immolava il corpo, Maria immolava l’anima», bramosa però di immolare anche il corpo… «Cooperava tuttavia molto, secondo il suo modo, a propiziare Iddio col suo affetto materno, poiché la carità di Cristo deferiva al Padre sia i propri voti che quelli della madre…» . Rinforza poi queste sue asserzioni in un altro opuscolo ove dice: «Il Figlio e la Madre si dividevano dinanzi a Dio Padre le parti della misericordia. Essi circondano di meravigliosi legami l’opera della redenzione umana e fanno tutti e due l’invidiabile testamento della nostra riconciliazione. Era completamente unica allora la volontà di Cristo e di Maria, e tutti e due offrivano parimenti a Dio un identico olocausto: Maria nel sangue del cuore, e Cristo nel sangue della carne…». E conclude che la Vergine «giunse così ad ottenere con Cristo un effetto comune a salvezza del mondo…».
Le parole riferite asseriscono – evidentemente – da parte della Vergine SS. una vera e diretta cooperazione all’opera della nostra salvezza. Ma il P. Lennerz obietta altre parole dello stesso Arnaldo nelle quali si dice che Maria SS. «nulla poteva aggiungere al ministero pubblico» del Redentore in Croce; che anzi Ella stessa è tra i redenti dal sacrificio del Figlio. Queste parole, conclude il P. Lennerz, escludono qualsiasi cooperazione della Vergine alla redenzione oggettiva. Ma se si considerano oggettivamente e senza pregiudizi le parole di Arnaldo di Chartres, appare evidente che Egli esclude soltanto un’aggiunta completiva, da parte della Vergine, alla redenzione operata dalla morte di Cristo.
Anche Goffredo d’Admont († 1165) – come Arnaldo – attribuisce alla «Compassione» della Vergine SS. un carattere soteriologico. Dice infatti che lo spirito doloroso di Maria «offriva quotidianamente a Dio lacrime per la salvezza e la redenzione del genere umano».
Nel secolo XIII abbiamo Riccardo da S. Lorenzo, Alfonso X il Saggio, S. Bonaventura, S. Alberto M. e Raimondo Lullo.
Riccardo da S. Lorenzo († 1230), dopo aver asserito energicamente che la Vergine SS. fu «coadiutrice nella redenzione del mondo» poiché soffrì ineffabilmente nel cuore «per la stessa causa» per cui soffrì il Figlio, conclude asserendo che «ciò che apportò al mondo il Figlio con la sua Passione, lo portò anche la Madre con la sua compassione». Parlando poi della Vergine presso la croce, asserisce che «Dio Padre non voleva, se così è lecito parlare, che il genere umano fosse salvato e il demonio fosse condannato dalla morte del solo Figlio; ma aveva disposto di mettere Sisara nelle mani della donna». Il P. Lennerz, alle parole di Riccardo dà l’interpretazione seguente: «Il senso sembra questo: il Figlio redense il mondo; operata di già questa redenzione, la B. Vergine fu coadiutrice nella redenzione del mondo con la sua compassione, riconciliando i rei e i peccatori» (cfr. “Gregorianum”, 29, 1948, 128). Basta rileggere semplicemente il testo di Riccardo per vedere subito quanto sia arbitraria e contro tutte le leggi l’interpretazione proposta dal P. Lennerz. Riccardo non fa nessuna contorta restrizione. Egli asserisce: «Ciò che Cristo ha apportato al mondo con la sua Passione (vale a dire, la riconciliazione del mondo con Dio) gli è stato apportato dalla B. Vergine con la sua compassione». È evidente perciò l’oggetto comune ed immediato sia della Passione che della Compassione: la riconciliazione del mondo.
Alfonso X, il Saggio (1221-1284), secondo il P. N. Garcia Garcés (Sanctae Mariae magnalia et officia in Canticis [«Cantigas»] regis Alfonsi, in “Ephem. Mar.”, 1, 1951, 469-500) in ben 24 cantici parla di Maria come nuova Eva, la presenta come associata a Cristo nell’opera della Redenzione e le attribuisce tutti gli effetti della medesima.
San Bonaventura († 1274) asserisce, genericamente, che, come Adamo ed Eva sono stati i nostri uccisori, così Cristo e Maria sono stati i nostri riparatori. In che modo la Vergine SS., in particolare, fu nostra riparatrice, con Cristo? Non solo con l’offerta del Figlio presso la croce, ma anche soddisfacendo per noi e cooperando alla soluzione del prezzo della nostra redenzione. Dopo aver detto, infatti, che «il solo Cristo può restituire a Dio l’onore che gli è stato sottratto dal peccato», aggiunge immediatamente: «E la B. Vergine è venerativa e restaurativa dell’onore sottratto a Dio come madre la quale acconsente che Cristo venga offerto come prezzo “della redenzione”»; in questa «oblazione» del Figlio «come prezzo» della nostra redenzione, Maria SS. non si comporta passivamente – come vorrebbe il P. Chiettini – ma attivamente, direttamente, col suo «consenso» all’oblazione redentrice del Figlio, la quale rimane per se stessa intatta, l’unica per se stessa «sufficiente» e perciò stesso non bisognosa di qualsiasi complemento da parte di Maria SS. Il Serafico Dottore, infatti, non dice che Maria SS. «è restauratrice dell’onore sottratto a Dio dal peccato per mezzo del Figlio offerto come prezzo», ma dice semplicemente che «la B. Vergine è restauratrice dell’onore sottratto a Dio dal peccato ACCONSENTENDO che il Figlio venisse offerto come prezzo». Anche la Vergine SS., perciò, secondo san Bonaventura, consentendo che il Figlio fosse offerto come prezzo della riparazione dell’onore sottratto a Dio col peccato, ha cooperato direttamente a questo effetto primario della redenzione. Scartata qualsiasi cooperazione mariana completiva dall’attività redentrice di Cristo (poiché Cristo, in tal caso, non sarebbe stato un Redentore sufficiente) il Serafico, evidentemente, non esclude qualsiasi attività immediata, diretta di Maria SS. alla nostra redenzione.
È stato obiettato che san Bonaventura – come del resto sant’Alberto Magno e qualche altro – ammettendo nella Vergine SS. la contrazione del peccato originale veniva ad escludere, con ciò stesso, che Ella avesse potuto soddisfare per il medesimo. Asserisce inoltre il Serafico Dottore che la Vergine SS. ebbe le penalità del peccato originale (dolore, morte) non già per averli assunti per la redenzione ma per contrazione.
Si può rispondere: quanto alla contrazione del peccato originale da parte della Vergine SS., è necessario ammettere che san Bonaventura non abbia veduto l’inconciliabilità della corredenzione con la contrazione del peccato originale. Nessuna meraviglia, dal momento che lo stesso san Bonaventura (ed altri con lui) non vide neppure l’inconciliabilità della contrazione del peccato originale con la stessa maternità divina che è la radice di tutti i privilegi mariani. Come sarebbe illogico, pel fatto che Egli non vide l’inconciliabilità della contrazione della colpa originale con la maternità divina dedurne che Egli non abbia ammesso la maternità divina, così sarebbe illogico, pel fatto che Egli non vide l’inconciliabilità della contrazione della colpa originale con la corredenzione, dedurne ch’Egli non l’abbia ammessa. Chi troppo prova, nulla prova.
Riguardo poi alle penalità del peccato originale il Santo Dottore si riferisce ad esse per provare ch’Ella contrasse il peccato originale (dov’è l’effetto, la penalità, ivi è anche la causa, il peccato). Nega perciò che le suddette penalità siano state direttamente assunte dalla Vergine per la redenzione degli altri. Ma non nega affatto che esse, sia pure contratte (non assunte per la redenzione) non siano state ordinate a costituire, a suo modo, il prezzo della nostra redenzione. Anzi, Egli afferma ciò esplicitamente, ammettendo la ragione soddisfatoria della sua dolorosa oblazione, in forza della quale Ella fu, con Cristo, «restauratrice dell’onore sottratto a Dio» col peccato. Questo riguardo alla penalità del «dolore». Riguardo poi alla penalità della «morte» è facile ammettere col Serafico Dottore che la morte della Vergine SS., avvenuta dopo che (con la morte di Cristo) era stata già operata la redenzione, non sia stata subita da Lei «per la redenzione». Anche oggi, del resto, non mancano assertori convinti della cooperazione immediata di Maria SS. alla redenzione oggettiva i quali ammettono che la Madonna, a causa del peccato di Adamo, abbia avuto una natura umana corruttibile, spoglia del privilegio preternaturale della immortalità. Nulla di serio perciò – a me sembra – si può obiettare contro san Bonaventura ed altri che hanno parlato come lui (cfr. anche Di Fonzo L., Doctrina S. Bonaventurae de universali Mediatione B. Virginis Mariae, Romae 1938, p. 160).
Sant’Alberto Magno († 1280) è comunemente riconosciuto come uno dei più chiari e validi assertori della cooperazione di Maria SS. alla Redenzione oggettiva. Egli vide in Maria SS. una nuova Eva unita al nuovo Adamo in tutta l’opera rigeneratrice dell’umanità peccatrice, quale «aiuto simile a sè», «simile» perché «partecipa in tutto gli stessi atti». Questa parte o missione, diversa da quella ministeriale dei Sacerdoti e del Papa, la Vergine SS. non l’ha scelta da sè ma le è stata, e a Lei sola, affidata da Dio. Ella, sul Calvario, appunto perché «aiuto della redenzione», divenne «Madre della rigenerazione di tutti». Per questo, «come tutto il mondo è obbligato a Dio per la Passione, così è obbligato a Maria per la Compassione». Ella «prima partorì il suo figlio primogenito senza dolore nella nascita di lui, e poi partorì insieme tutti gli altri durante la passione del Figlio, allorché fu fatta aiuto simile a Lui», «rigenerando insieme con Lui tutti gli uomini». Arriva persino ad asserire che «la B. Vergine ha soddisfatto per la colpa originale». Quali espressioni avrebbe potuto impiegare sant’Alberto Magno per esprimere in modo più chiaro la cooperazione immediata di Maria SS. alla cosiddetta redenzione oggettiva? Ciò non ostante il P. Lennerz si è illuso di poter eludere la forza delle asserzioni del S. Dottore citando un passo dello stesso Santo (In 3, dist. 19, a. 1, Op. 28, 337), in cui esclude chiaramente il merito de congruo di qualsiasi santo relativamente all’oggetto della redenzione in atto primo, ossia, relativamente alla giustificazione generale in quanto si riferisce a tutta la natura condannata in Adamo (cfr. “Gregorianum”, 28 1947 584). Ma ci sembra facile rispondere che il S. Dottore fa eccezione, fra tutti i Santi, per la Vergine SS., alla quale sola riconosce il singolare privilegio di una tale cooperazione . Lo stesso S. Dottore, inoltre, dichiara esplicitamente che la Vergine SS. «non è da confondersi con gli altri, poiché non è una fra tutti, ma una sopra tutti». Anche se sant’Alberto non avesse fatto esplicitamente una tale eccezione, si sarebbe dovuta sottintendere. Ha invece eccettuato esplicitamente la Vergine SS. Che cosa si desidera di più?
Raimondo Lullo (1232?–1315?), il «Dottore illuminato», in un testo non del tutto chiaro, pare che affermi che il Sacramento della Estrema Unzione trae la sua virtù dai meriti del sangue di Cristo Crocifisso e delle lacrime della B. Vergine SS. sul Calvario, lacrime che furono offerte non già per se stessa – che era senza peccato – ma per noi. Attribuisce inoltre a Maria SS. non solo un concorso mediato alla Redenzione (in quanto cioè ha dato il Redentore) ma anche un concorso immediato, poiché Maria SS., quale nuova Eva, in forza della sua perfetta associazione a Cristo Redentore, è, insieme a Lui, un principio attivo della restaurazione soprannaturale del genere umano (cfr. Vidal Vendrell S., La mediación universal en la Mariologia Luliana, in “Estudios Franciscanos”, 5, 1951, 5-57).
Nel secolo XIV incomincia un Anonimo Minorita. In un Tractatus de praeservatione gloriosissimae Virginis Mariae, insegna che la Vergine SS., per esclusivo suo privilegio, cooperò alla redenzione del genere umano «come strumento» (cfr. Carol, o. c., p. 172-173). In questo stesso secolo, fin dai suoi inizi, la dottrina del valore soteriologico della «compassione» di Maria SS. può dirsi comune presso i fedeli. Ce lo testimonia il libro Speculum humanae salvationis, di autore incerto (Ludolfo di Sassonia? Vincenzo di Beauvais? Nicola di Strasburgo?) pubblicato nel 1324, e che verso il 1500 aveva raggiunto di già la trentesima edizione. In quest’opera, che è come una «somma di Teologia popolare» la quale riflette le idee del secolo XIII, vi è una illustrazione nella quale la Vergine SS. Addolorata viene rappresentata, come una nuova Giuditta, rivestita della livrea redentrice del Salvatore, nell’atto di immergere l’asta mortifera nelle fauci del demonio ch’Ella schiaccia col suo piede. Non si poteva esprimere graficamente in modo più felice la cooperazione immediata di Maria SS. Addolorata alla nostra redenzione, ossia, alla piena rivincita sul demonio vincitore. È questo precisamente il concetto del testo col quale, in prosa rimata, viene brevemente sottolineato il significato della illustrazione: «Come Cristo ha vinto il demonio con la sua Passione, così Maria l’ha vinto con la sua materna compassione!». Il significato del parallelismo fra la Passione di Cristo e la Compassione di Maria è qui evidente relativamente all’indole soteriologico sia dell’una che dell’altra.
Abbiamo, inoltre, nel secolo XIV, Giovanni Tauler ed alcuni inni liturgici.
Il celebre predicatore Domenicano B. Giovanni Tauler († 1361) insegna esplicitamente che la Vergine SS. «offrì se stessa (insieme con Cristo), ostia viva per la salvezza di tutti» (Sermo pro festo Purificat. B. Mariae Virginis, in Oeuvres complètes, ed. E. P. Noël, vol. 5, Paris 1911, p. 61); che Iddio «accolse l’oblazione di Lei (sul Calvario) come grato sacrificio ad utilità e salvezza di tutto il genere umano… e per i meriti delle sue afflizioni mutò l’ira di Dio in misericordia…» . «Come Eva, usurpando temerariamente il frutto dell’albero della scienza del bene e del male, rovinò gli uomini in Adamo, così tu, dall’albero della croce prendesti in te il dolore, e, sazia d’amarezza, hai redento gli uomini insieme al tuo Figlio» . Designa quindi gli atti specifici (compassione, offerta di sé, meriti) coi quali la Vergine SS. ha cooperato alla redenzione oggettiva, ossia, ha mutato l’ira di Dio in misericordia.
Della «compassione soteriologica» di Maria SS. si parla anche in alcuni inni liturgici. Ed infatti 1) la Vergine SS. viene presentata come «socia nella passione»; 2) vien detto che il mondo è stato redento con la passione del Figlio e con la compassione della Madre; 3) si afferma che senza di Lei (ossia, senza la sua cooperazione) non sarebbe stato versato il prezzo della Redenzione; e che 4) la Madre e il Figlio ci hanno meritato il beneficio della Redenzione (Carpò, o. c., p. 179).
Nel secolo XV abbiamo Giovanni Gersone, sant’Antonino di Firenze, Dionisio Cartusiano e Bernardino de Bustis.
Giovanni Gersone († 1429) asserisce esplicitamente che la Vergine SS. «acconsentì che il Figlio fosse crocifisso per la nostra salvezza» e che «fu partecipe della morte di Cristo suo Figlio per la redenzione del genere umano», e che «offrì spontaneamente il Figlio in olocausto nell’ara del suo cuore, acceso di fervidissima carità»: tutte espressioni equivalenti ad una cooperazione immediata alla redenzione oggettiva.
Sant’Antonino di Firenze († 1459) ripetendo, più o meno, la dottrina di sant’Alberto Magno, asserisce che la Vergine SS., per un privilegio unico «concesso a Lei sola», «presso la croce insieme col Redentore ha rigenerato noi tutti alla vita della grazia» e ciò «come aiutante della Redenzione per mezzo della Compassione». Il pensiero di sant’Antonino sulla cooperazione immediata di Maria SS. alla redenzione oggettiva sembra evidente. Ciò non ostante Eberardo Brand – sotto l’influsso del P. Lennerz – ammette che tali espressioni, quantunque possano interpretarsi nel senso di una cooperazione immediata, debbono tuttavia intendersi di una cooperazione mediata per due ragioni: 1) perché lo stesso Santo, in altri luoghi, asserisce che la Madonna è causa della nostra rigenerazione spirituale perché ci ha generato il Redentore; e 2) perché Cristo poté fungere da Mediatore «perché solo fu concepito senza peccato». Queste due ragioni sembrano assai futili. Asserire la cosiddetta cooperazione mediata alla Redenzione oggettiva non significa affatto escludere la cooperazione immediata alla medesima, poiché la cooperazione avrebbe potuto essere, insieme, e mediata e immediata: l’una non esclude l’altra. Asserire, inoltre, che per fungere da Mediatrice sarebbe stato necessario escludere nella Vergine SS. la colpa originale, significa escludere nella Vergine qualsiasi mediazione immediata, non solo nell’acquisto (primo aspetto della Mediazione) ma anche nella distribuzione di tutte le grazie (secondo aspetto della Mediazione). Anche qui chi troppo prova nulla prova.
Dionisio Cartusiano († 1471) asserisce che la Vergine SS., oltre ad aver cooperato alla nostra redenzione dandoci il Redentore (causa causae est etiam causa causati), vi ha cooperato anche «col merito della sua compassione». Altrove ripete fedelmente la dottrina di sant’Alberto Magno sulla «compassione corredentrice» di Maria SS. (Ibid., p. 42). Contro una tale conclusione, Lennerz, Dillenschneider ecc. obiettano che il Cartusiano restringe il merito corredentivo della Vergine alla sola applicazione delle grazie della redenzione, e non già all’acquisto delle stesse grazie. Dice infatti che Ella con la sua compassione «meritò che per mezzo di essa, ossia, per le preci e i meriti, fosse comunicata agli uomini la virtù e il merito della passione di Cristo». Meritò quindi la Vergine SS., con la sua compassione corredentrice, non già le grazie della redenzione ma l’applicazione delle medesime, e perciò meritò nell’ordine della redenzione soggettiva e non già nell’ordine della redenzione oggettiva. Mi sia lecito affermare candidamente che una distinzione così sottile (direi anatomica), inventata per offuscare e volatilizzare il senso ovvio di non poche asserzioni favorevoli alla Corredenzione in senso stretto, dovette essere molto aliena dalla mente del Cartusiano e di altri ai quali si è voluta applicare. Per lo meno si può dubitare molto che essi intendessero dare un senso così restrittivo alle loro asserzioni. Tanto più che il Cartusiano – a conferma della sua asserzione – porta le stesse parole di sant’Alberto Magno le quali – come conclude lo stesso P. Dillenschneider – si riferiscono all’ordine della redenzione oggettiva e non già soggettiva. A noi sembra perciò che le parole del Cartusiano – e di altri – prese nel loro senso ovvio, non abbiano affatto quel senso restrittivo che si è voluto attribuir loro. Così, per es., se io dico che un padre di famiglia ha meritato che venissero comunicate ai membri della famiglia (alla moglie o ai figli) i denari di un altro, evidentemente non intendo escludere affatto che egli – il padre di famiglia – non abbia meritato i denari stessi ma solo la loro distribuzione o comunicazione ai membri della sua famiglia. Altrettanto si dica di Maria SS. Asserendo che Ella ha meritato, con la sua compassione meritoria, che tutte le grazie della redenzione venissero comunicate a tutti i membri della umana famiglia, non si esclude affatto che tali grazie siano state da Lei meritate; anzi, in tanto vengono comunicate in quanto sono state da Lei meritate. Non solo perciò non si esclude il merito delle stesse grazie ma si include, si presuppone. Mi sembra che col volere troppo sottilizzare, si finisca col dire addio allo stesso buon senso.