Sigilli alla chiesa dei Santi Martiri

(Bruno Quaranta su La Stampa del 16-07-2012) A Torino sono rimasti solo quattro gesuiti: “A luglio chiudiamo: non ci sono fedeli, siamo più utili altrove”

Addio ai Santi Martiri. Torino si congeda da Avventore, Ottavio e Solutore, i più antichi patroni, a cui è dedicata la chiesa cinquecentesca di via Garibaldi, la casa madre dei Gesuiti. E’ il rettore, padre Giuseppe Giordano, ad annunciare la triste novella. Fra neanche un anno, il 31 luglio 2013 – ironia della sorte: in quella data si celebra Sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù -, i sigilli saranno apposti al capolavoro barocco. Una scelta – pare – irrevocabile.

Quattro religiosi  

«Così ha deciso il Provinciale dei Gesuiti – non nasconde il rammarico padre Giordano -. La chiesa, questo il motivo, è sempre meno frequentata. Si ritiene la nostra presenza – di noi quattro religiosi – più utile altrove. Ecco: forse è meglio dire che a sigillare i Santi Martiri sono i fedeli, il loro venir meno».

Padre Giordano da diciotto anni regge la Chiesa, antica di 437 anni, fortissimamente voluta da Emanuele Filiberto. Che cosa accadrà dopo il 31 luglio 2013? «Consegneremo le chiavi all’arcivescovo. Nella speranza che in un modo o nell’altro il cammino riprenda, guidato magari da un altro ordine o dal clero secolare».

Gioiello d’architettura  

I gesuiti lasceranno in eredità un gioiello (vi riposano fra gli altri Joseph De Maistre, Giovanni Botero, autore del trattato Della ragion di Stato, Giovanni Francesco Bellezia, il sindaco della secentesca peste).

«Via via – riepiloga padre Giordano – abbiamo restaurato le pitture, i marmi, gli stucchi, i bronzi, la facciata (grazie al contributo del Comune e del San Paolo). E prossima è l’inaugurazione del nuovo fonte battesimale».

Un ricordo che s’impone delle ultime stagioni? «Il giubileo sacerdotale di Carlo Maria Martini», non esita padre Giuseppe Giordano, che nelle scorse settimane ha presieduto la concelebrazione in suffragio del cardinale, seguita – nonostante l’ora tarda, dopo cena – da una vasta assemblea, a contraddire l’abituale, scarsa frequenza. Fedeli tout court e fedeli, chissà, alla maniera di Mario Soldati, che non di rado cercano di ricordarsi «come era davvero, la fede, quando credevamo di averla».

La fede  

«Era come… Come un immaginario imperativo categorico, un impegno assoluto a non tradire i nostri avi, i nostri genitori, i nostri confessori, la nostra stessa civiltà…». Come potrebbero ritrovarla nei Santi Martiri orfani dei padri gesuiti?

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