Recensione libraria: “Relativismo giuridico” di Galantini e Palmaro

(di Cristina Siccardi) Joseph Ratzinger in L’elogio della coscienza. La verità interroga il cuore (Cantagalli, Siena 2009, pp.176, € 13,50) aveva spiegato che oggi il «fine dello Stato è raggiunto quando è assicurata la libertà di tutti»: è questa l’unica e grande ideologia sopravvissuta alle nefaste ideologie che si sono issate, quali giganti demoni, nell’Europa del Novecento; tale asserto ha un motore, nel pensiero «dell’io che si fa Dio» descritto nel Libro Sacro della Genesi, che ha causato il peccato originale.

A chiunque «piace sentirsi dire: io, Stato, ti governerò, ma voglio prometterti che con me resterai un uomo libero. E nessuno, viceversa, ama un potere costituito che si presenti dicendo: io sarò il tuo sovrano e tu dovrai obbedienza alla mia autorità. La grande diffusione del modello democratico nel mondo moderno si deve essenzialmente a questa promessa epocale, di tipo quasi metafisico: la promessa, cioè, di un sistema di potere nel quale il governato e il governante coincidono». Tale analisi è dottamente sviluppata nel libro di Luca Galantini e Mario Palmaro, Relativismo giuridico. La crisi del diritto positivo nello Stato moderno (Vita & Pensiero, Milano 2012,  pp. 129, € 14,00).

La democrazia, che a ventaglio apre i diritti alle libertà di ciascuno, è una visione sorta e maturata con la Rivoluzione francese. Ma qual è il reale concetto di libertà? Da qui partono le idee dei legislatori, idee, che, non avendo più aggancio alcuno con una verità, diventano soggettivistiche, connesse ad un relativismo che da larvato si è fatto sempre più (a mano a mano che la civiltà si è secolarizzata) esasperato, fino alla distruzione (aborto) degli individui che di quello Stato fanno già parte (visto che sono previste leggi per loro): i bambini non ancora nati.

Leggendo questo istruttivissimo saggio sorgono alla mente le pitture di Pieter Paul Rubens e di Francisco Goya, i quali dipinsero mirabilmente Saturno che divora i propri figli: il dio romano Saturno (Crono per i Greci), essendogli stato profetizzato che uno dei suoi figli gli avrebbe usurpato il posto, li divorava al momento stesso della loro nascita. Ebbene, i governi, improntati sulla laicità e la democrazia ormai incontrollate, stanno divorando le creature non sue, ma di Dio.

È sorta la sovranità illimitata della volontà personale. Ma non era così… e questa non è semplice nostalgia per il passato, ma reale constatazione storico-filosofica-giuridica-culturale. Tutto sta nella partenza. L’idea di Stato nasce dalla concezione che si ha della vita e della sua origine. Se si pone Dio al vertice di tutto ne conseguirà che la libertà riguarda gli attributi dell’Essere perfettissimo, che ha creato liberamente, «allora il reale risponde a un fine, ogni cosa ha un significato e una perfezione da realizzare» e anche l’uomo ha un fine a cui guardare, fine che è inscritto nella sua natura.

La legge morale è la via per raggiungere questo fine ed è norma obbligatoria, come vigono leggi obbligatorie in tutto il creato. L’uomo, però, a differenza delle altre creature, può violare (con il libero arbitrio) le norme morali, ovvero i Comandamenti di Dio, uccidendo, mentendo, rubando, tradendo, ingannando, truffando; ma tali atti rompono l’ordine, interno ed esterno, costituito. Quindi la libertà necessita di due elementi fondamentali: criteri e limiti, altrimenti è violenza.

Il concetto di verità è perlopiù scomparso dall’orizzonte della società democratica che ha preso la sociologia come misura di conoscenza di sé stessa, bandendo la filosofia: nessuna giustificazione ultima metafisica è più prevista per gli ordinamenti giuridici statuali. Il riferimento principe, oggi, è quello dell’integrazione sociale, in grado di sopperire al bisogno di credenze dogmatiche venute meno con il declino del ruolo pubblico della religione e della legge naturale. Da questi postulati sorge la cosiddetta «tirannia della maggioranza», come l’ha definita Tocqueville e il processo di dissoluzione progressiva della società tradizionale si è realizzata sul piano etico, religioso, dei costumi e del diritto.

Il pensiero classico, medievale e cristiano ha sempre sostenuto il primato dei doveri sui diritti. Il pensiero moderno ha capovolto questo rapporto, non ponendo più limiti alle proprie esigenze, trasformate sempre e comunque in diritti. Fallita l’utopia illuminista di una società di eguali, che cosa resta nelle società liberali «spoliticizzate», in un panorama che impone, contronatura, la globalizzazione del mondo?

Ecco che in una visione completamente nichilista è lasciato spazio di manovra soltanto all’immanentismo, ai principi economico-finanziari e al tecnicismo. Mentre all’uomo, privo di connotati metafisici, non resta che essere un atomo sociale, un puro accidente dell’universo, un essere presente “per caso”, non amato e neppure desiderato. Questo il risultato dell’estromissione del sacro dalla storia. Ecco perché ci vengono incontro, impetuosamente e impietosamente, Rubens e Goya con i loro inquietanti dipinti. (Cristina Siccardi)

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