Può l’ex direttore di Avvenire sostenere l’aborto e dirsi cattolico?

Può l’ex direttore di Avvenire sostenere l’aborto e dirsi cattolico?
FONTE IMMAGINE: Il Riformista (https://www.ilriformista.it/)
Print Friendly, PDF & Email

In una intervista rilasciata il 15 giugno scorso al quotidiano La Stampa il giornalista Marco Tarquinio, ex direttore di Avvenire e ora eletto come europarlamentare nelle liste del Partito Democratico (PD), ha avuto da ridire nei confronti della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in seguito all’esclusione della parola “aborto” dai documenti finali del G7 che si è tenuto a Fasano, in provincia di Brindisi, dal 13 al 15 giugno. Spiega Tarquinio che, rifiutando la dizione proposta sull’aborto nella bozza delle conclusioni del G7 «Giorgia Meloni si pone al di fuori della legge italiana». E continua: «parlo da cattolico. E da cattolico dico che la dizione proposta prevedeva nient’altro che il pieno impegno per un aborto sicuro. Non è nulla di diverso da quanto prevede l’applicazione della 194, quindi non si capisce cosa abbia da eccepire Meloni […] chi è contro l’aborto sicuro vuole tornare alle mammane». E ha concluso dicendo che la presidente Meloni «continua a utilizzare questi argomenti come propaganda». Secondo Tarquinio, la premier starebbe facendo «la generalessa su questioni costituzionali o su temi sensibili per acchiappare consensi più che per risolvere i problemi del Paese. È un modo bellicistico di affrontare questioni che, da uomo di pace, ritengo che invece vadano demilitarizzate perché riguardano la vita delle persone». Nella medesima intervista, Tarquinio sembra avere un giudizio positivo sull’operato del presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron, in particolar modo dopo l’inserimento dell’aborto nella Costituzione. Anzitutto, la questione sollevata è di lana caprina, dal momento che il documento finale del G7 afferma, testualmente, che «si reiterano gli impegni espressi nel comunicato finale del G7 di Hiroshima per un accesso universale, adeguato e sostenibile ai servizi sanitari per le donne, compresi i diritti alla salute sessuale e riproduttiva per tutti». Non si cita la parola “aborto”, ma esso è egualmente contenuto nella risoluzione finale dietro opportuna perifrasi, ormai ben rodata in gran parte dei documenti ufficiali che toccano il tema.

Quanto alle parole di Tarquinio, proprio perché pronunciate da un uomo che si definisce cattolico, suscitano un sentimento di profondo sdegno. Qualsiasi cattolico minimamente consapevole del Magistero della Chiesa sul punto, recentemente ribadito anche dal Dicastero della Dottrina della Fede nel documento Dignitas Infinita, non può non percepire un netto ossimoro tra il dirsi cattolico e, allo stesso tempo, a favore di un aborto che si ardisce a definire “sicuro”. Il documento, risalente solo allo scorso aprile, ricorda, molto opportunamente, le forti parole del Pontefice Giovanni Paolo II, una pietra tombale sulle affermazioni del giornalista: «fra tutti i delitti che l’uomo può compiere contro la vita, l’aborto procurato presenta caratteristiche che lo rendono particolarmente grave e deprecabile. […] Ma oggi, nella coscienza di molti, la percezione della sua gravità è andata progressivamente oscurandosi. L’accettazione dell’aborto nella mentalità, nel costume e nella stessa legge è segno eloquente di una pericolosissima crisi del senso morale, che diventa sempre più incapace di distinguere tra il bene e il male, persino quando è in gioco il diritto fondamentale alla vita. Di fronte a una così grave situazione, occorre più che mai il coraggio di guardare in faccia alla verità e di chiamare le cose con il loro nome, senza cedere a compromessi di comodo o alla tentazione di autoinganno. A tale proposito risuona categorico il rimprovero del Profeta: “Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre” (Is 5, 20). […] nessuna parola vale a cambiare la realtà delle cose: l’aborto procurato è l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita» (DI, n. 47).

Come può la soppressione di un essere umano innocente nel grembo materno, definirsi “sicura”? Non lo è né per il figlio, barbaramente ucciso con le tecniche più disparate a seconda dell’epoca gestazionale, né per la donna che, pur non morendo fisicamente (anche se alle volte accade), sperimenterà il profondo tormento della coscienza per aver posto per sempre fine alla vita di quel figlio innocente. Ne sanno qualcosa quei sacerdoti che ricevono, nel silenzio assordante del sigillo sacramentale, confessioni di donne che mai arriveranno alla ribalta della cronaca come quelle che, mentendo, affermano di aver abortito e di “stare benissimo”. Non si tratta di “retorica per acchiappare consensi”, ma di dura e triste realtà.

Quanto al discorso, ormai abusato, sulle mammane, si rimanda il lettore ad un articolo recentemente pubblicato su Corrispondenza Romana (n. 1839 del 20 marzo 2024), intitolato L’aborto clandestino non si debella legittimandolo, nel quale si riportava la rigorosa argomentazione di Mario Palmaro, nel suo libro Aborto & 194 (Sugarco, Milano 2008), a sfavore di una legalizzazione dell’aborto al fine di reprimerne la pratica clandestina. Appare utile ricordare un commento che lo stesso Palmaro fece nel medesimo volume su quel triste processo, che ha colpito tanti cattolici, per il quale si metabolizzano le leggi ingiuste, fino a mutare completamente il proprio giudizio. Processo nel quale anche l’ex direttore di Avvenire è coinvolto. Parole attuali, oggi ancor più di quando furono scritte: «C’è un tragico processo che le leggi ingiuste innescano nella società e nella testa della gente, cattolici inclusi: digerire, assimilare, assorbire poco alla volta l’ingiustizia, in un primo tempo dicendo che sì, è una cosa sbagliata, ma che ormai non c’è più la possibilità di eliminarla; dopo qualche anno, il giudizio politico “Non abbiamo la forza per eliminare quella legge” si trasforma in un giudizio morale e filosofico-giuridico: “Quella legge tutto sommato non è poi così cattiva, anzi è buona”». E proseguiva osservando: «Un atteggiamento che ricorda quella volpe che, nella celebre favola di Esopo, non riuscendo a raggiungere l’uva perché troppo in alto, se ne va dicendo: “Non era ancora matura”. È accaduto con il divorzio. È già avvenuto con la fecondazione artificiale omologa (che viene ormai praticata in alcuni ospedali cattolici). Ora tocca all’ aborto legalizzato. Ma non è ancora detta l’ultima parola: la verità, per quanto sostenuta da un piccolo numero di persone, non muore» (pp. 58-59).

Il neo-europarlamentare del PD Marco Tarquinio, per 14 anni, dal 2009 al 2023 ha diretto il quotidiano dei vescovi italiani, cioè la principale voce ufficiale dei cattolici nel nostro paese. Le posizioni che ha apertamente espresso il 15 giugno spiegano perché in questi quattordici anni, l’organo della Presidenza della CEI, ha sempre ostacolato la nascita di un autentico movimento pro-life in Italia.

Iscriviti a CR

Iscriviti per ricevere tutte le notizie

Ti invieremo la nostra newsletter settimanale completamente GRATUITA.