La chiesa di San gregorio ad Agrigento: il sacro e la sua caricatura

(di Francesco Colafemmina su Fides et Forma del 12-08-2012)  Non siamo più negli anni ’50 quando il Padre Marie-Alain Couturier si scagliava dalle pagine dell’Art Sacré contro una Chiesa incapace di introdurre la modernità nell’arte e nell’architettura; quando il severo domenicano contava sul solo ricorso all’astrattismo quale via liberatoria dell’arte sacra a suo dire ingabbiata dal messaggio, dal tema dell’opera.

Eppure a distanza di quasi sessant’anni si ripropongono tematiche e teorie couturieriane in uno dei più recenti esempi di arretratezza e provincialismo in fatto d’arte e architettura cattolica: la chiesa di San Gregorio ad Agrigento.

Questo “complesso parrocchiale”, come oggigiorno si suol definire un luogo sacro che ha perduto la sacralità e mantenuto invece il suo carattere funzionale, è stato consacrato solo qualche settimana fa. Nulla si poteva tuttavia immaginare di più distante dalla sensibilità e dalla storia architettonica siciliana di un simile casermone in stile brutalista, impataccato dall’artista Enzo Venezia con i suoi personaggi-robot a metà strada fra infantilismo vignettistico e sfoghi da graffitaro.

Si parlava di arretratezza. Sì, davvero arretrata un’opera ferma artisticamente agli anni ’60, alle prime esperienze di un Kiko Arguello, e architettonicamente emula del Fuksas folignate, con inserti madrileni (Santa Monica). Naturalmente non mancano i riferimenti accademici a Le Corbusier (Ronchamp) nelle piccole incursioni della luce sulla parete. Ma, tutto sommato, si tratta della solita opera mediocre, scimmiottamento dei peggiori trends dell’architettura sacra, senza alcuna visione, alcuno studio di ricongiunzione del passato glorioso con un futuro che non sia mera esaltazione di un provvisorio presente, autentica caricatura dell’arte, dell’architettura e di quel brandello di sacro che per sbaglio è custodito da clero cattolico.

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