Ecco l’ennesimo, inutile, registro

(di Gianfranco Amato su Avvenire del 24-07-2012) Lo scorso 7 giugno il Collegio dei garanti di Milano si è espresso con una sonora bocciatura della proposta di istituire un registro per i testamenti biologici dei milanesi. Alla base di tale decisione sta l’assoluta incompetenza dell’Amministrazione comunale a regolamentare la materia e l’evidente inutilità, sotto il profilo giuridico, dei cosiddetti “bioregistri”. Questo stop, però, non pare sia servito da monito alla Giunta Pisapia, vista l’ostinata intenzione di istituire un registro per le coppie conviventi, un’iniziativa meramente ideologica e come tale astratta, inutile e lontana dalle reali esigenze delle persone.

Ne è prova il fatto che, laddove istituito, tale registro è rimasto quasi inutilizzato o addirittura intonso. Un caso davvero emblematico è quello di Bologna: la presidente della commissione Affari generali e istituzionali del capoluogo emiliano, Valentina Castaldini (Pdl), ha infatti denunciato che nella città felsinea esiste dal 1999 un “registro delle coppie di fatto” che ha una singolare caratteristica: dopo quasi tredici anni dalla sua adozione, i fogli sono rimasti immacolatamente bianchi. Proprio così, nessuna coppia etero/omosessuale bolognese ha mai deciso di iscriversi.

Il motivo di tale indifferenza, peraltro, appare assolutamente evidente non appena ci si riesce a liberare del paraocchi ideologico. Chi fa la scelta privata e personale di non assumere gli impegni di un matrimonio civile, chi non vuole che la propria decisione di convivere venga certificata dalle autorità pubbliche, chi pretende di essere libero nei propri comportamenti individuali da ogni forma di burocratizzazione, perché diavolo mai dovrebbe accettare di farsi “registrare” in Comune? E infatti non lo fa. Da qui l’inevitabile fallimento dei vari tentativi di istituzionalizzare una scelta privata di convivenza, che è per sua definizione “di fatto”, ossia sottratta volontariamente al diritto ed alla norma. Ecco perché alcuni Comuni sono tornati sui propri passi e, dopo averne riconosciuta l’assoluta inutilità, hanno provveduto ad abrogare o a non dare attuazione ai registri precedentemente adottati.

Si può citare il caso del Comune di Desio, che dopo essere stato uno dei primi ad istituire il registro delle coppie di fatto nel lontano 1998, è anche stato il primo ad abolirlo dieci anni dopo nell’aprile del 2008. Memorabili furono le dure parole pronunciate al momento dell’istituzione da monsignor Piero Edmondo Galli, all’epoca prevosto della città natale di Pio XI: «I nostri amministratori farebbero bene ad occuparsi dei bisogni reali della comunità; dei lavoratori in cassa integrazione, delle famiglie in difficoltà, invece di inventarsi il registro delle coppie di fatto». Sano realismo brianzolo anticipatore dei rischi dell’antipolitica.

Anche a Gubbio il registro è durato dieci anni. Approvato nel 2002, è stato revocato lo scorso 26 gennaio 2012. Diego Guerrini, sindaco della Città dei Ceri, ha ben spiegato l’inutilità di quel registro: «Da quando è stato istituito, nessuno ne ha più parlato e nessun effetto culturale ha prodotto». La statistica, peraltro, gli dà ragione: in dieci anni risulta iscritta una sola coppia.

Sintomatica è invece l’esperienza del Comune di Pescara. Adottato il 27 febbraio 2008, come mero espediente propagandistico per l’imminente campagna elettorale, il registro delle unioni civili è rimasto lettera morta, per il fatto che la stessa amministrazione di centrosinistra, una volta vinte le elezioni, si è vista bene dal renderlo operativo (anche per evitare problemi con il voto cattolico). La nuova amministrazione di centrodestra che ora guida la città del Vate ha deciso di rompere il velo d’ipocrisia, abolendo formalmente, con la delibera comunale n. 37 del 14 marzo 2011, quel farisaico registro.

Un plauso quindi al coraggioso realismo di questi amministratori comunali. Ad essi andrebbe dedicato il celebre aforisma che il controverso conte scapigliato Carlo Alberto Pisani Dossi ci ha lasciato in eredità nelle sue Note azzurre: «Non si diventa grandi uomini, se non si ha il coraggio d’ignorare un’infinità di cose inutili». Un ottimo spunto di riflessione anche per Giuliano Pisapia, sindaco di tutti i milanesi.

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