Nuovi attacchi anticristiani nel silenzio generale

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 (Mauro Faverzani) Continua la persecuzione anticristiana a tutte le latitudini, in tutte le forme e con tutti i mezzi, dal sangue alle leggi alla penna: mentre in Eritrea vengono chiuse e statalizzate le scuole e le cliniche cattoliche, dall’India è giunta notizia della morte in galera di Padre Stan Swamy, sacerdote di 84 anni, incarcerato dal governo nell’ottobre scorso con l’incredibile accusa di terrorismo. Era malato di Parkinson e recentemente aveva anche contratto il Covid, eppure le autorità sono state inflessibili e si sono rifiutate di liberarlo per evidenti motivi di salute.

Le forze dell’ordine avrebbero ritrovato sul computer del religioso documenti del Partito maoista indiano, documenti che tuttavia sarebbero stati lì posti dalla stessa Polizia indiana: a dichiararlo sulle colonne di Valeurs Actuelles, è stata una società americana, che ha potuto analizzare il computer del sacerdote.

Prima dell’incarcerazione, Padre Swamy aveva, del resto, dichiarato in un video-messaggio: «Ciò che mi capita non è alcunché di personale, si tratta anzi di un vasto processo in atto. Intellettuali famosi, avvocati, scrittori, poeti, attivisti e leader studenteschi si trovano in prigione semplicemente per aver espresso il proprio dissenso o creato problemi al potere in India».

Ma c’è un’altra forma di persecuzione ed è quella mediatica: nei cinema è giunta l’ennesima pellicola anticattolica, Benedetta, firmata dal regista e produttore olandese Paul Verhoeven, lo stesso di altri film a dir poco problematici, come Basic Instinct. Seguendo come traccia il libro scritto una trentina d’anni fa da Judith C. Brown, narra, a modo suo, la vicenda di una religiosa italiana, vissuta nel XVII secolo nel convento di Pescia, in Toscana, per alcuni mistica, per altri mistificatrice, finita comunque sul rogo in quanto accusata di una relazione con una consorella.


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Per capire la prospettiva volutamente faziosa data alla pellicola, valgono più di mille altri discorsi le dichiarazioni rilasciate dal regista alla stampa e riportate dal quotidiano francese L’Yonne Républicaine: Verhoeven ha lodato il suo sceneggiatore, l’americano David Birke, per aver saputo «bilanciare la religione, la sessualità ed i raggiri politici della Chiesa, il che non era facile», mostrando così come si tratti dell’ennesimo prodotto “a tema” ovvero già pregiudizialmente incline a massacrare la fede cattolica sulla scorta di situazioni ed informazioni utilizzate con chiari intenti denigratori.

Se da una parte la Chiesa resta purtroppo il bersaglio preferito, dall’altra il politically correct ricorre alla cancel culture ogniqualvolta possa umiliare i valori, le tradizioni ed il patrimonio culturale occidentale, lanciando a sproposito accuse di razzismo e promuovendo in alternativa la violenza stile Black Lives Matter. Ciò che è avvenuto, per intenderci, a Edimburgo, dove la James Gillespie’s High School ha bandito la nota opera di Harper Lee, Il buio oltre la siepe, in quanto, secondo i docenti, in essa la parte dell’eroe la farebbe un bianco, l’avv. Atticus Finch, e non il protagonista, Tom Robinson, un giovane di colore condannato ingiustamente. Da notarsi, come il romanzo sia già stato espulso per motivi analoghi anche dalle scuole della California e del Canada.

Nel frattempo, in Svezia si fa spazio ad un nuovo partito musulmano: la minoranza islamica, pari all’8,1% della popolazione totale (in cifre 810 mila individui, di cui 100 mila di origine turca), sta cercando, infatti, una propria rappresentanza anche istituzionale. E qui s’innesta la proposta politica di Mikail Yüksel, il giovane che due anni fa fondò Nyans, un partito rivolto principalmente a musulmani e ad elettori di origine araba, mediorientale ed africana con alcuni punti fermi nel programma: tra questi, oltre prevedibilmente ad una politica dichiaratamente filo-immigrazionista, figura anche il tentativo di ottenere una criminalizzazione di islamofobia ed afrofobia, ciò che, gestito in un certo modo, potrebbe comportare nuovi, inquietanti bavagli alla libertà di pensiero e d’opinione, trasformando in reato anche quello che reato non è.


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Senza nascondere alcuni punti inquietanti. Yüksel ha sempre negato l’accusa d’esser filo-turco, ma alcuni indizi convergenti farebbero dubitare del contrario: ad esempio, il fatto che si sia dovuto dimettere dal Partito di Centro a causa delle sue simpatie verso i Lupi Grigi (cui suo padre è affiliato), il movimento nazionalista fautore del panturchismo ed accusato di una serie di attentati in varie parti del mondo; oppure il fatto che sia ospite fisso dei media turchi e che i manifesti a sostegno di Nyans siano apparsi in numerose vie turche.

L’anno prossimo Yüksel con il suo partito si presenterà alle elezioni politiche, in Svezia. Punta ad ottenere almeno il 4% dei consensi, vale a dire circa 23 mila voti. Salvo sorprese. Qualora, ad esempio, dovessero emergere legami tra la sua lista e Ankara, è molto probabile che le autorità svedesi assumano provvedimenti.

Per ora, però, si assiste all’emergere inquietante di forze disgregatrici della civiltà occidentale, dimentica delle proprie radici ed anzi pronta a candidarsi al suicidio.


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