‘Non una di meno’ ovvero se i lupi si travestono da agnelli

ni-una-menosSi poteva intuire. Innanzi tutto per il logo, che aveva iniziato a circolare, subdolamente, su Internet: una bimba col pugno sinistro alzato. Poi per il programma, con quel richiamo sibillino ad una promozione sistematica e strategica dell’«educazione sessuale integrale in tutti gli ambiti educativi, per formare all’eguaglianza, senza discriminazioni», sensibilizzando e addestrando «docenti ed organi direttivi» (sui genitori, nessun cenno). Infine per la presenza, tra le adesioni ufficiali, dei ministri della Salute e dell’Educazione, esponenti di un governo retto da un Presidente di sinistra, Cristina Fernández de Kirchner. Tutti indizi, questi, che avrebbero dovuto far suonare ben più di un campanello d’allarme.

Che si fosse di fronte a lupi travestiti da agnelli è divenuto chiaro quando l’Arcivescovado di San Juan de Cuyo ha preso nettamente le distanze dalla marcia «Non una di meno», promossa lo scorso 3 giugno dinanzi al Palazzo del Parlamento di Buenos Aires. La Chiesa, con un comunicato, ha apertamente criticato e respinto la presenza in essa di «gruppi che difendono l’aborto» e che ne chiedono «la legalizzazione». Come la Federazione Giovanile Comunista.

Anche il Comitato Esecutivo della Rete federale per la Famiglia argentina ha invitato espressamente a non partecipare all’iniziativa. Perché, certo, la Rete «appoggia qualsiasi autentica manifestazione di sostegno alla vita» – afferma in una propria nota -, non però quelle che della vita si servano strumentalmente per promuovere in realtà l’aborto.

La Rete per la Famiglia ha specificato come «Non una di meno» sia stata «ispirata dall’ideologia gender, colonna vertebrale della cultura di morte sostenuta dal femminismo radicale» e rappresenti pertanto «un passo in avanti nell’attuazione di un programma di disgregazione sociale e di distruzione della famiglia».

Come confermato da alcuni organizzatori della marcia, l’evento, proposto con un generico ed ingannevole richiamo alla «lotta contro la violenza alle donne» ed al cosiddetto «femminicidio», vuole in realtà giustificare la peggiore delle violenze, quella dell’aborto, di cui chiede «la depenalizzazione, la legalizzazione ed il suo riconoscimento come diritto». E punta con determinazione a «provocare una grave scissione nel popolo argentino e nella cellula costitutiva della Nazione ovvero nella famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo ed una donna ed aperta alla generazione della vita», come afferma il comunicato della Rete per la Famiglia. Con un invito, questa volta esplicito e rivolto a «tutti i connazionali a riunirsi e mobilitarsi in difesa della famiglia rettamente fondata ed orientata con chiarezza e coraggio alla formazione di uomini e donne virtuosi, per ripristinare le istituzioni ed i costumi che costituiscono il nostro più ricco patrimonio nazionale».

Chiusa la marcia, problema finito? Nient’affatto. Innanzi tutto, perché pare che altre iniziative analoghe e con lo stesso logo siano state promosse anche a Città del Messico, Montevideo, San Paolo, Bogotà e Santiago del Cile. E poi perché l’hastag relativo resterà attivo anche nei prossimi mesi. Con un obiettivo preciso: divenire un riferimento per Ong, operatori e giuristi. In tutto il mondo. Siamo tutti avvertiti. Italia compresa.

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