Non sottovalutiamo le differenze tra sciiti e sunniti

(di Carlo Manetti) La vulgata illuminista che soggiace all’azione di pressoché tutti gli organi di informazione di massa, con lodevoli quanto rare eccezioni, pretende tutti gli uomini uguali e mossi unicamente dal marxiano soddisfacimento dei bisogni primari. In questo quadro anche le peculiarità dottrinali degli sciiti, all’interno dell’Islam, sono sottaciute, con la inevitabile conseguenza di non comprenderne la diversa collocazione sullo scacchiere internazionale. L’Islam è letto dagli sciiti, a differenza dei sunniti, in modo spirituale e dottrinale.

I sunniti pongono l’anima dell’Islam nei famosi cinque pilastri (professione di fede, preghiera, elemosina, digiuno e pellegrinaggio), tutti di carattere unicamente etico; la stessa professione di fede è un atto materiale che non implica nessuna credenza razionale e spirituale. Gli sciiti, pur riconoscendo l’obbligatorietà dei cinque pilastri sul piano etico, vi antepongono gerarchicamente cinque fondamenti dottrinali. Il monoteismo oltre ad affermare l’unicità di Dio, comune a tutti i musulmani, postula, a differenza  dei sunniti, che il Corano e gli altri libri sacri abbiano due livelli interpretativi: uno palese ed uno occulto, esoterico. La profezia è riconosciuta a tutti i profeti biblici ed a Maometto, ma, a differenza dei sunniti, che riconoscono loro l’infallibilità unicamente in tema di fede, gli sciiti attribuiscono loro l’inerranza assoluta.

L’imamato è, forse, la caratteristica maggiormente distintiva dello Sciismo: la catena profetica che parte da Adamo non termina con la morte di Maometto, ma prosegue, sia pure in modo più attenuato, con una successione di guide, che, al tempo stesso siano e diano prova della veridicità dell’Islam e dirigano la comunità: gli Imam, che sono ciascuno la persona islamicamente migliore del proprio tempo. Egli è investito dal Profeta (Alī bin Abī Tālib, al-Murtala, 599-661, cugino e genero di Maometto, oltre che primo Imam) o dall’Imam che lo ha preceduto. L’Imam possiede l’inerranza in fatto di dottrina e di morale, oltre che la legittimità del potere politico. L’ultimo Imam non muore, ma viene nascosto alla vista degli uomini, fino al suo ritorno come Madhi. In questo periodo intermedio il potere politico non gode più dell’assistenza divina e, quindi, può cadere in mano a persone scriteriate ed inique: di qui il quietismo sciita. L’interpretazione dottrinale ed etica, invece, prosegue tramite i religiosi più preparati e moralmente affidabili, ispirati dallo stesso ultimo Imam, che non li abbandona, fino al suo ritorno. Le autorità religiose sono la conseguenza di questa lettura.

Il fedele sciita deve fare riferimento ad un maestro e sottostare alla sua autorità. Dopo il nascondimento dell’ultimo Imam, tali maestri possono essere più d’uno e non godono dell’inerranza, nemmeno in campo religioso, ma sono guide considerate umanamente affidabili, per la loro cultura islamica e per la rettitudine della vita. Di qui la tendenza a raccogliersi in una struttura religiosa gerarchicamente ordinata, che ha parecchie analogie con la Chiesa cattolica, analogie che valgono agli sciiti l’accusa di cripto-cristianesimo. Il culto dei martiri, a partire, ovviamente, da Alī e dai suoi due figli, è un’altra particolarità che avvicina gli sciiti al Cristianesimo non protestante.

La giustizia di Dio ed il conseguente libero arbitrio dell’uomo contrappongono gli sciiti ai sunniti, che credono nella totale predestinazione dell’uomo, attribuendo a Dio tutte le azioni, secondo il principio per cui l’uomo non è in grado di creare nulla, nemmeno il male e, quindi, tutto è creato da Dio, male compreso. Gli sciiti, invece, riconoscono all’uomo la facoltà di scegliere fra il bene e il male, come presupposto necessario per l’applicazione della giustizia di Dio, che premierà il bene e castigherà il male. È chiaro che, quando il mancato riconoscimento di queste differenze si estende dai giornalisti agli uomini di governo, si rischiano errori di valutazione enormi. (Carlo Manetti)

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