La vita capovolta

(di Danilo Quinto) L’anziano protagonista dello spot pubblicitario di una nota azienda produttrice di chewingum, apparso l’anno scorso sugli schermi televisivi e replicato di recente, si sbottona la camicia e dice, mostrando il reggiseno: «Figliolo, c’è una cosa che devo dirti. Io non sono tuo padre. Sono tua madre». «E io sono una marionetta…», risponde il figlio. La scenetta ‒ pur demenziale, fortemente diseducativa e generatrice di confusione psicologica soprattutto per i bambini che la guardano ‒ ci fornisce la chiave di lettura di quel che siamo diventati: dei burattini nelle mani di questa cultura irriverente verso la dignità umana che va sotto il nome di relativismo.

Una cultura che incide profondamente sull’antropologia umana, che viene sostenuta, alimentata, diffusa, proprio da quelle Istituzioni, come il Parlamento europeo, che si sono prodigate negli ultimi anni per spacciarla come foriera di civiltà. Quello spot pubblicitario, registra proprio questo: il degrado culturale che viviamo, diviene realtà. Un documento di Thomas Hammarberg, Commissario del Consiglio d’Europa per i Diritti Umani, intitolato I Diritti Umani e l’identità di genere, accolto come una pietra miliare durante una conferenza internazionale sui diritti umani che si è tenuta a Copenhagen nel luglio del 2009 ‒ che ha costituito la base teorica delle linee guida della Transgender Europe (la rete europea di organizzazioni a tutela dei diritti dei transessuali) – oltre ad esaltare i diritti dei transessuali, prevede che lo psicoterapeuta che segue nel suo percorso il transessuale, gli prospetti la possibilità di far prelevare e congelare le proprie cellule germinali (spermatozoi e ovuli) al fine di una futura nascita.

Per la prima volta in Italia, un Comitato etico – quello del Policlinico di Bari – si pronuncerà a breve sul caso di una donna che si è rivolta alla struttura pubblica, chiedendo di diventare uomo, aggiungendo la richiesta di far congelare le sue cellule (ovociti e un pezzo di ovaie) per il futuro, per non precludersi la possibilità di avere figli. Intanto, il ginecologo che ha in cura la donna che vuole diventare uomo e contemporaneamente vuole preservare il suo diritto alla maternità, dichiara di sperare che il Comitato etico, al quale ha sottoposto la questione, lo autorizzi.

Nel frattempo, afferma: «Tenendo ben presenti i paletti legati alla legge 40 che vieta la fecondazione eterologa, eliminando le questioni etiche e religiose, trovo che sia una cosa giustissima: se ammettiamo il transessualismo, dobbiamo dare loro la possibilità di riprodursi». Conservando i gameti, per poi trasferirli in un Paese dov’è consentita la fecondazione eterologa.

Le questioni etiche e religiose – così le chiama il ginecologo – vengono messe da parte. Il medico non se lo pone neanche il problema. Sono inutili. Il corpo perde la sua identità originaria, in base ad una scelta definita di libertà, ma deve conservare un diritto, quello alla maternità ed alla riproduzione, che di per sé si traduce solo in puro egoismo. La vita, così, si trasforma in una successione di atti puramente materialistici, che eliminano qualsiasi vincolo naturale e qualsiasi riferimento all’anima, alla dimensione spirituale.

Come se l’uomo e la donna, fossero stati messi al mondo non per generare con amore, ma come bestie. Trasformo la mia identità, mi conservo gli ovuli e li affido a chi li può trattare. La nascita dei figli non appartiene a nessuno, né tantomeno ad un disegno soprannaturale. Appartiene solo ad un mio diritto, alla mia identità precedente e a quella attuale. Non importa se loro, da piccoli, mi chiederanno perché sono contemporaneamente la loro mamma e il loro papà. La risposta già me la sono costruita: è quella del Parlamento europeo, dello psicoterapeuta che mi ha visitato, del ginecologo e del comitato etico, che di sicuro comprenderà.  (Danilo Quinto)

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