La modifica della 194? La Spagna ci insegna che non è un tabù

(di Tommaso Scandroglio su il Sussidiario del 1-08-2012) In bioetica c’è un paradigma che pare incontrovertibile: quello del piano inclinato. Detto in parole povere se oggi va male domani andrà peggio. Il fronte pro-choice si muove ormai da tempo lungo questo piano inclinato chiedendo sempre di più. E così l’aborto chirurgico è la porta d’ingresso per quello chimico (RU486, pillola del giorno dopo, EllaOne); il testamento biologico è sponda per avere l’eutanasia, la fecondazione omologa è l’apripista per quella eterologa, il riconoscimento delle unioni civili serve per sdoganare il matrimonio omosessuale. Ma esistono le eccezioni. Il Ministro della Giustizia spagnolo Alberto Ruiz Gallardon è una di queste.

L’altro giorno ha rilasciato una lunga intervista al quotidiano La Razon in cui senza mezzi termini ha affermato che è sua intenzione cambiare l’attuale legge sull’aborto approvata dall’ex governo Zapatero. E non cambiarla in senso più liberticida, ma in senso più restrittivo. “Non intendo che si lasci il concepito senza tutele, permettendo l’aborto – sottolinea Gallardon – per il fatto che questi abbia qualche tipo di imperfezione o malformazione. Mi pare eticamente inconcepibile che abbiamo convissuto per così lungo tempo con questa legge. Io credo che il medesimo livello di protezione che si offre ad un concepito senza nessun tipo di imperfezione o malformazione debba riconoscersi anche a quello in cui si constati una carenza delle capacità presenti invece nel resto dei concepiti”.

Il ministro non è nuovo a queste felici uscite. A marzo di quest’anno dichiarò che “nella società attuale in molte occasioni si origina una violenza di genere strutturale contro la donna per il mero fatto della gravidanza”. La futura legge, aggiunse Gallardon, “si ispira al diritto della donna ad essere madri”. Altro che “diritto” all’aborto.

Il ministro iberico si trova infatti a smantellare la recente legge di Zapatero del luglio 2010 che permette con larghezza di abortire sempre e comunque entro la 14° settimana. Se si riscontrano anomalie nel feto il limite scivola a 22 settimane. Uno dei punti più iniqui di questa legge – che Gallardon ha già annunciato di voler eliminare –  è la possibilità offerta alle 16enni e alle 17enni di abortire senza nemmeno aver consultato i genitori. Gli intenti di Gallardon – nella speranza che poi si tramutino in fatti giuridici – sono illuminanti per noi italiani almeno per il seguente motivo: nulla è mai scritto per sempre.

Cambiare in meglio o in meno peggio si può e si deve. Sul suolo italico invece si avverte spesso un profondo scoramento, se non una placida rassegnazione in relazione alle battaglie giuridiche pro-life. Quasi che la 194, che ha introdotto l’aborto procurato nel nostro Paese, e la legge 40/2004, che ha disciplinato la fecondazione artificiale, siano un’eredità che, per volontà del  de cuius, non si possa in alcun modo rifiutare. Sempre più spesso si percepisce un volontario immobilismo in merito alla possibilità di modifica di queste due leggi intrinsecamente inique, come se il mantenimento dello status quo fosse già di per se stesso una vittoria. E così i ranghi, a volte anche in casa cattolica, si serrano sulla difesa dell’aborto chirurgico versus quello chimico, delle fecondazione omologa versus quella eterologa, delle dichiarazioni anticipate di trattamento versus l’eutanasia.

Invece la lezione iberica ci insegna che per evitare il peggio non deve essere difeso il male minore, ma occorre spingersi a cercare il bene maggiore, cioè si deve osare e voler rilanciare sempre più. Solo giocando d’attacco c’è speranza di segnare qualche goal, ciò a voler dire che solo così si eviteranno pilloline varie abortive e pratiche come l’utero in affitto. Non certo chiudendosi a catenaccio in difesa. Quello che sta auspicando Gallardon, a parti invertite, lo sta facendo già da tempo in Italia il fronte pro-choice che ad esempio non pago di aver l’aborto di Stato negli ospedali è riuscito ad averlo anche in forma domestica (RU486 e pillola del giorno dopo), non contento di avere la fecondazione omologa con un limite per ogni ciclo di tre embrioni è stato in grado con l’appoggio di giudici compiacenti di scavalcare questo limite. E appena strette tra le mani la palma della vittoria ecco che già corre verso nuovi traguardi: l’eterologa, l’eutanasia omissiva e un giorno quella attiva, il riconoscimento giuridico delle coppie di fatto, il “matrimonio” omosessuale, l’eliminazione della possibilità garantita dalla legge di eccepire l’obiezione di coscienza da parte di quei medici che si rifiutano di praticare aborti.

Come invertire l’asse di questo piano inclinato? Dall’ex cattolicissima Spagna forse stanno venendo indicazioni utili.

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