Jesi. Il CAV sotto accusa: non può spiegare come avviene un aborto

Aborto volantino2Il Centro di Aiuto per la Vita è sotto accusa per aver appeso dei volantini in cui spiega in cosa consista un aborto. I volantini, va precisato, sono stati affissi in consultorio, nella bacheca a disposizione del CAV.
Una lettrice ha denunciato all’Espresso il fatto, a suo dire frutto di “fanatismo”, non riuscendo nemmeno a spiegarsi come possa il CAV avere uno spazio pubblico per dare questo tipo di informazioni. Il pannello è stato così chiamato: “La Bacheca degli orrori e della vergogna”.
Subito è intervenuta Lara Ricciatti, deputata marchigiana di Sinistra Ecologia e Libertà: “
Non è accettabile che un consultorio pubblico accolga delle donne già provate dalla scelta dell’aborto, colpevolizzandole in quel modo,” ha dichiarato. E in più critica la scelta di appendere un poster “che spiega con immagini e didascalie che a tre mesi un bambino è già un essere vivente”.
Ma qual è dunque il contenuto del volantino incriminato? È
“Vedevo il barattolo riempirsi del mio bambino fatto a pezzi” con la descrizione del barattolo che si riempie di pelle, sangue e tessuto del bambino. È qualcosa lontano dalla realtà? Non succede proprio questo durante un aborto?
Eppure non va bene, non si può dire.
In una società che consente la libertà di espressione a tutti, che ricerca continuamente le “verità scomode”, la realtà dell’aborto non può essere comunicata per non urtare la sensibilità generale.
Sensibilità che, ovviamente, non viene attribuita alla vittima innocente, perché un bimbo di tre mesi, secondo gli abortisti, non è un essere vivente, non soffre, e può essere fatto a pezzi nel più assoluto silenzio.

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21 novembre 2013
Sotto accusa il CAV di Jesi per un volantino contro l’aborto

Il totalitarismo degli abortisti si manifesta con sempre maggiore evidenza. Il 14 novembre L’Espresso ha infatti pubblicato un articolo di denuncia contro il Centro di Aiuto alla Vita di Jesi, in provincia di Ancona. Una lettrice ha segnalato al settimanale un fatto a suo dire scandaloso, segno del fanatismo di coloro che militano contro l’aborto.

Nel consultorio pubblico della cittadina marchigiana vi è un pannello, a disposizione del Cav locale in conformità alla normativa vigente, in cui è stato appeso un volantino in cui sta scritta la testimonianza di una donna che ha abortito. Il testo è intitolato “Vedevo il barattolo riempirsi del mio bambino fatto a pezzi” e descrive i particolari raccapriccianti dell’aborto, come il barattolo che si riempie di pelle, sangue e tessuto del bambino.

La lettrice dell’Espresso, anziché provare orrore per la legge 194 che permette tutto ciò e arrivare alla lapalissiana conclusione che l’aborto è un omicidio, si indigna e protesta, sostenendo che si tratta di propaganda inaccettabile, che colpevolizza e criminalizza chi si trova a dover prendere una scelta delicata e difficile come l’interruzione di gravidanza. Le solite accuse del solito femminismo, ormai purtroppo metabolizzato da molti.

Eppure nessuno si indigna quando a scuola o in tv vengono raccontati gli orribili particolari di quel che avveniva agli ebrei nei lager nazisti. Tutti sostengono, logicamente, che trattasi di dovere di cronaca per evitare il ripetersi di simili aberranti pratiche. Perché allora sull’aborto non si può usare la stessa chiarezza? Di cosa si ha paura?

La signora non tollera nemmeno che il Cav abbia uno spazio in cui possa fare informazione (vera informazione, aggiungiamo noi). Ovviamente subito è intervenuta Lara Ricciatti, deputata marchigiana di Sinistra Ecologia e Libertà, per stigmatizzare quanto successo a Jesi. L’onorevole Ricciatti, pur difendendo a parole la libertà di espressione e il diritto all’obiezione di coscienza, di fatto intende impedire a chiunque si opponga all’aborto di dire la verità. “Non è accettabile che un consultorio pubblico accolga delle donne già provate dalla scelta dell’aborto, colpevolizzandole in quel modo”, ha dichiarato Ricciatti.

La deputata però si spinge oltre, tanto da criticare persino un poster “che spiega con immagini e didascalie che a tre mesi un bambino è già un essere vivente”. E allora? Dov’è lo scandalo? C’è qualcosa in questo di scientificamente falso o di eticamente riprovevole?
La verità è che si vuole lasciare alcuno spazio pubblico all’antiabortismo. Il diritto alla presunta autodeterminazione della donna è per troppi più importante del diritto del bambino ancora in grembo a non essere barbaramente ucciso. Grazie a Dio vi sono Centri di Aiuto alla Vita coraggiosi e battaglieri, come quello di Jesi, che non hanno paura di mettere tutti di fronte alla realtà delle cose. (F.C.)

Fonte: Corrispondenza Romana

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