Sotto accusa il CAV di Jesi per un volantino contro l'aborto - Corrispondenza romana
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Sotto accusa il CAV di Jesi per un volantino contro l’aborto

Sotto accusa il CAV di Jesi per un volantino contro l'abortoIl totalitarismo degli abortisti si manifesta con sempre maggiore evidenza. Il 14 novembre L’Espresso ha infatti pubblicato un articolo di denuncia contro il Centro di Aiuto alla Vita di Jesi, in provincia di Ancona. Una lettrice ha segnalato al settimanale un fatto a suo dire scandaloso, segno del fanatismo di coloro che militano contro l’aborto.

Nel consultorio pubblico della cittadina marchigiana vi è un pannello, a disposizione del Cav locale in conformità alla normativa vigente, in cui è stato appeso un volantino in cui sta scritta la testimonianza di una donna che ha abortito. Il testo è intitolato “Vedevo il barattolo riempirsi del mio bambino fatto a pezzi” e descrive i particolari raccapriccianti dell’aborto, come il barattolo che si riempie di pelle, sangue e tessuto del bambino.

La lettrice dell’Espresso, anziché provare orrore per la legge 194 che permette tutto ciò e arrivare alla lapalissiana conclusione che l’aborto è un omicidio, si indigna e protesta, sostenendo che si tratta di propaganda inaccettabile, che colpevolizza e criminalizza chi si trova a dover prendere una scelta delicata e difficile come l’interruzione di gravidanza. Le solite accuse del solito femminismo, ormai purtroppo metabolizzato da molti.

Eppure nessuno si indigna quando a scuola o in tv vengono raccontati gli orribili particolari di quel che avveniva agli ebrei nei lager nazisti. Tutti sostengono, logicamente, che trattasi di dovere di cronaca per evitare il ripetersi di simili aberranti pratiche. Perché allora sull’aborto non si può usare la stessa chiarezza? Di cosa si ha paura?

La signora non tollera nemmeno che il Cav abbia uno spazio in cui possa fare informazione (vera informazione, aggiungiamo noi). Ovviamente subito è intervenuta Lara Ricciatti, deputata marchigiana di Sinistra Ecologia e Libertà, per stigmatizzare quanto successo a Jesi. L’onorevole Ricciatti, pur difendendo a parole la libertà di espressione e il diritto all’obiezione di coscienza, di fatto intende impedire a chiunque si opponga all’aborto di dire la verità. “Non è accettabile che un consultorio pubblico accolga delle donne già provate dalla scelta dell’aborto, colpevolizzandole in quel modo”, ha dichiarato Ricciatti.

La deputata però si spinge oltre, tanto da criticare persino un poster “che spiega con immagini e didascalie che a tre mesi un bambino è già un essere vivente”. E allora? Dov’è lo scandalo? C’è qualcosa in questo di scientificamente falso o di eticamente riprovevole?
La verità è che si vuole lasciare alcuno spazio pubblico all’antiabortismo. Il diritto alla presunta autodeterminazione della donna è per troppi più importante del diritto del bambino ancora in grembo a non essere barbaramente ucciso. Grazie a Dio vi sono Centri di Aiuto alla Vita coraggiosi e battaglieri, come quello di Jesi, che non hanno paura di mettere tutti di fronte alla realtà delle cose. (F.C.)