Il pericolo è il calo demografico in Occidente

Un filmato dai toni allarmanti gira sul web. Incrocia dati, noti a molti, sul declino demografico ad altri, in stile “Eurabia”, sull’espansionismo islamico.
Una cosa è vera. Il cambiamento demografico in Europa avrà conseguenze nette e non ancora valutabili con certezza. La CEI, nel 2012, ha pubblicato un libro (Editori Laterza) dal titolo proprio “Il cambiamento demografico”, che analizza in modo scientifico dati Istat. Dopo il filmato, pubblichiamo un articolo che ne presenta la recensione.

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Un’Italia che forse non ci sarà più

Entro cinquant’anni il tipo di società a cui siamo abituati potrebbe non esistere più. Il motivo? Il calo demografico.

È un problema attuale, imminente, forse fra i più gravi che dovremo affrontare nei prossimi decenni. Il calo demografico non è una questione astratta, suscettibile di interpretazioni o che non coinvolgerà minimamente le nostre vite. È invece un dato reale, come una malattia: congenita, quasi del tutto cronica e progressiva. Non dà scampo e può essere mortale.
In un momento come questo, in cui si sta rivedendo il “progetto Italia”, si spera per rigenerarlo, vale la pena che il Governo se ne occupi. Magari provando ad essere, una volta tanto, pioniere rispetto agli altri stati europei. Le possibilità ci sono tutte, anche se molto è stato sprecato nel frattempo.

Il problema.
A settembre è uscito un libro importante. Si intitola Il cambiamento demografico, con prefazione di Camillo Ruini (Editori Laterza, 14€), a cura del Comitato per il progetto culturale della CEI. È un libro che consiglio vivamente a tutti, giusto per farsi un’idea della situazione.

In questo studio viene analizzata al microscopio la società italiana, con tanto di tabelle, dati Istat e riferimenti scientifici. Senza scendere troppo nel dettaglio, il problema o meglio gli effetti del calo demografico si possono riassumere in quattro punti.
1. Molti anziani, pochi giovani.
A prima vista potrebbe non sembrare un problema. In fondo, diranno in molti, se non c’è lavoro per i giovani adesso, perché aumentare il tasso di disoccupazione in futuro? In realtà non è così semplice. A livello di economia politica, quando si decide di stanziare fondi, lo si fa tenendo conto della maggioranza della popolazione o, se vogliamo, guardando al maggior numero di voti possibili. Uno Stato che ha sempre più anziani, si configura come un paese che investe o investirà sempre meno nei giovani, sia a livello economico, sia a livello simbolico. Meno nascite vuol dire ancora meno vita, ancora meno possibilità di occupazione.

2. Rischio di povertà imminente. La congiuntura fra la crisi finanziaria su scala globale e lo squilibrio demografico potranno creare un deficit della ricchezza netta. Questo si tradurrà, in termini pratici, in fette sempre più ampie della popolazione che non riusciranno ad arrivare a fine mese. L’ampiezza, però, non sarà solo orizzontale (molta più gente), ma anche verticale (nuovi modelli di povertà che ancora non si sa come affrontare).
3. Italianità un ricordo a partire dal 2050. Gli italiani fanno meno figli, così è stato negli ultimi vent’anni, così sarà probabilmente nei prossimi venti. E ci sono anche vari insistenti filoni di pensiero che, in maniera persuasiva, incitano le persone a continuare a seguire questa tendenza. Il claim è sempre il solito: “Pensa a divertirti, non rinunciare a nulla, comprati tre macchine, perché creare nuova disoccupazione?”. Al di là del senso pericolosamente individualistico di questi messaggi (ricordiamoci il caro vecchio motto latino: divide et impera), gli italiani saranno sempre meno a fronte di un innalzamento della natalità delle famiglie immigrate.
Secondo lo studio il “superamento” dei figli di immigrati sui figli autoctoni avverrà in molte zone d’Italia attorno al 2050. E aggiunge: “quando la percentuale di anziani ultrasessantacinquenni supera la soglia del 35% del totale della popolazione, di fatto quella popolazione è demograficamente morta” [p. 174].
4. Il debito delle generazioni future. Con le politiche attuate fino ad ora, si è accumulato un forte debito pubblico tutto a carico delle generazioni future. Simpatico, no? Anche qui, in termini pratici, si tradurrà nel binomio perfetto: meno lavoro – pensioni meno significative in denaro.

Non siamo in troppi? Forse in meno si sta meglio.
In tanti sono convinti che nel mondo siamo già in troppi e che le risorse disponibili sul pianeta non bastino per tutti. A parte il fatto che mi piacerebbe sapere come fanno ad esserne così sicuri (non c’è infatti una distribuzione equa delle risorse), questa apparente teoria perfetta è stato confutata già a pochi anni dalla sua formulazione. Mi riferisco alla ben nota teoria di Malthus (del 1798 e del 1830), dei neo-malthusiani, del Club of Rome, secondo la quale la popolazione aumenterebbe in progressione geometrica (esponenziale, 2,4,8,16), mentre i mezzi di sussistenza lo farebbero secondo una progressione aritmetica (1,2,3,4). Così che alla quarta generazione, poniamo, la popolazione è di 16unità mentre i mezzi di sussistenza sarebbero di 4unità, appena un quarto per tutti. Secondo questa “visione” (e non previsione) spaventosa, è più che lecito porre un limite alle nascite. Ma fu avversata da tutti, marxisti-realisti compresi e non solo da cattolici. Parleremo diffusamente nei prossimi articoli di questo errore.

In retorica, il ragionamento di Malthus si potrebbe definire entimema. Ovvero un sillogismo la cui premessa è nascosta oppure “verosimile ma non necessariamente vera”. La premessa implicita è: non tutti sono degni di vivere. Ma allora, seguendo questo aberrante schema, perché eliminare i nuovi nati, che producono ricchezza, e non invece i vecchi che producono bisogni? Lascio a voi la risposta o la lettura di un classico della fantascienza: La fuga di Logan (1967), nel quale si immagina un mondo così inflazionato demograficamente che i “vecchi” di 21 anni vengono sterminati.
In realtà è vero il contrario. Come sottolinea lo studio Il cambiamento demografico, “la diminuzione della popolazione non significa semplicisticamente “avere più spazio” ma può significare “non avere più” il precedente potenziale di sviluppo” [p. 158].
Si tenga conto inoltre che i bambini, già appena nati, mettono in moto tutta una serie di necessità, di consumi, di servizi. È vero, dunque, che ogni nuovo nato crea tre posti di lavoro sicuri, tre contratti a tempo indeterminato. Non disoccupazione.

Due occasioni sprecate.
Il problema può essere un altro. Dove trovare i fondi per sostenere le politiche familiari e aumentare così il tasso di natalità? Anche in questo caso lo studio del Comitato della Cei sottolinea che non solo ci sarebbero le potenzialità, ma che negli ultimi quindici anni ci sono state due ghiottissime occasioni sprecate in malo modo. Il riferimento va alle pagine 154-156.

La prima, fra il 1997 e il 2000, è stata l’ingresso nella zona euro. In quel caso il debito sul PIL diminuì dal 9,3 al 6,3%, creando un surplus di denaro stimabile che oscilla a seconda del calcolo (udite, udite) tra i 45 e i 100 miliardi di euro all’anno. Tutti questi fondi non furono mai utilizzati a favore della famiglia. Perché?
La seconda, nel 1995, durante la riforma pensionistica Dini (legge n.335 dell’8 agosto, art. 23). Anche in questo caso si può parlare di un volume totale di risorse pari a 120 miliardi di euro. Fondi, pure qui, mai utilizzati per la famiglia, ma “dirottati” con investimenti dalle generazioni più giovani a quelle più anziane.
Miopia della politica? Preferenza verso risultati a breve termine e mai, mai a lungo termine?

Cosa fare? Il passaggio dal gender al family mainstreaming.
Non si tratta solo di un problema politico o economico. È invece un problema anche e soprattutto culturale. La tendenza europea degli ultimi anni è stata quella di venire incontro alle pari opportunità, all’incentivazione del lavoro femminile, a programmi sociali in qualche modo “alla persona”. In una parola, si è puntato al gender mainstreaming: un investimento che valorizza il singolo sulla base della parità sessuale. Non si possono negare i benefici di queste iniziative ma, allo stato attutale dei fatti, non sono sufficienti.

La soluzione, invece, potrebbe proprio venire nello spostamento dal gender al family, creando una nuova categoria logica (che però esiste da sempre) che punti di più sulla famiglia nel suo complesso e non solo sul singolo individuo che lavora. Le forze in campo da investire e gli attori sociali con cui interloquire non sono pochi (imprese, regioni, comuni, il “terzo settore”) ma se il Governo attuale ha seriamente a cuore il destino italiano non può non prendere in considerazione questa alternativa.
Ne riparleremo, eccome.

Davide Greco

Fonte: Catholic.net

 


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