Egitto: stretta costituzionale sui principi della sharia

Al vaglio diverse proposte di modifica costituzionale. In particolare su sharia, libertà religiosa e “insulto nei confronti dei profeti”. Il presidente Morsi accelera verso il referendum del 15 dicembre.
E mentre l’America fa da spettatore, si moltiplicano le manifestazioni di protesta.
Sul web: “Cara America, ci stai facendo fare la fine del Pakistan”.

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4 dicembre 2012
Nella Costituzione spunta la legge anti-blasfemia
di Giorgio Bernardelli

Ma che cosa c’è scritto nella tanto contestata Costituzione egiziana varata in tutta fretta con l’accelerazione del presidente islamista Mohamed Morsi? E perché i cristiani e l’opposizione liberale sono tanto preoccupati? Alcuni nodi possono aiutare a capire.

Innanzi tutto la questione dell’articolo 2, quello sull’applicazione della shari’a, la legge islamica. In sé all’Assemblea costituente – prima di ritirare per protesta i propri rappresentanti – un risultato i cristiani l’hanno ottenuto: la sua formulazione è rimasta la stessa della Costituzione del 1971. Si afferma dunque che i principi della shari’a sono la fonte prioritaria della legislazione egiziana: era già così e nessuno si illudeva di poterlo cancellare. Il problema, però, è che accanto è comparso un nuovo articolo – il numero 219 – che va a definire che cosa sono «i principi della shari’a». E il riferimento lì è alle scuole interpretative dei primi secoli dell’islam. Per questo si teme che nella legislazione ordinaria l’interpretazione di quello stesso articolo sarà molto più restrittiva.

C’è poi un secondo motivo di preoccupazione: l’articolo 4 stabilisce che per tutte le materie che riguardano la sfera religiosa la Corte costituzionale non decide più autonomamente, ma deve consultarsi con Al Ahzar, l’importante scuola di pensiero sunnita del Cairo. Una formulazione del genere mina chiaramente l’autonomia del potere giudiziario. A ebrei e cristiani all’articolo 3 è garantito una giurisdizione autonoma sulla statuto della persona e le questioni religiose e l’articolo 43 riconosce espressamente la libertà di culto. Ma anche questa salvaguardia contiene in sé un limite profondo: è limitata alle sole altre due religioni abramitiche e dunque non è affermazione di una vera libertà religiosa. Non si applica – ad esempio – alla religione ba’hai, che ha seguaci in Egitto.

C’è poi l’articolo 44 che vieta l’«insulto nei confronti dei profeti»: entra così nella Costituzione il principio delle leggi antiblasfemia, che fino ad ora era invece contemplato solo nella legislazione ordinaria. Il caso pakistano mostra chiaramente quanto arbitraria e pericolosa possa diventare una fattispecie giuridica di questo genere.

Tutto questo spiega perché i copti siano ampiamente contrari rispetto alla Costituzione che il presidente Morsi vuole portare al voto in fretta e furia al referendum convocato per il 15 dicembre. E contro il quale anche per oggi l’Egitto liberale ha indetto nuove proteste: in decine di migliaia torneranno a radunarsi nel pomeriggio a piazza Tahrir. Anche se l’opposizione si trova a un bivio: deve decidere se puntare sul no al referendum o scegliere la strada del boicottaggio. E il rischio è che ritornino le divisioni che portarono alla vittoria Mohammed Morsi.

Ieri – in una dichiarazione riportata dal quotidiano indipendente al Masri al Yaum – i rappresentanti delle tre confessioni cristiane (copti ortodossi, copti cattolici e copti evangelici) hanno dichiarato che non ci sarà nessuna indicazione ufficiale di voto, ma sarà responsabilità dei singoli scegliere come comportarsi per il bene del Paese. Sull’orientamento generale, però, ci sono pochi dubbi.

Come pure tra i copti è sempre più forte il malcontento nei confronti dell’amministrazione Obama, che sta tenendo un profilo molto basso rispetto al braccio di ferro in corso al Cairo. Già nel luglio scorso – quando Hillary Clinton si recò in Egitto per il primo incontro tra un esponente del governo degli Stati Uniti e un presidente islamista – alcune associazioni copte la accolsero protestando vivacemente. Oggi al Cairo l’idea che siano loro a dover pagare il prezzo del «pragmatismo» mostrato dalla Casa Bianca anche durante la recente guerra a Gaza, è ormai più di una sensazione. E sui social network c’è già chi scrive: «Cara America, ci stai facendo fare la fine del Pakistan».

Fonte: Bussola Quotidiana

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