Due chiese dedicate all’Assunta a confronto

(di Cristina Siccardi) Il Concilio di Trento fu molto attento e preciso nel registrare le linee guida per l’architettura e l’arte sacra. Con saggezza i Padri conciliari vollero definire l’edificazione delle chiese, quelle chiese che venivano sostituite dai protestanti con semplici sale di preghiera, dove era ripudiato con sfregio il Santo Sacrificio dell’altare; dove Cristo non era più il centro della Santa Messa; dove era la comunità, riunita intorno al pastore e alla Parola, ad essere protagonista della scena.

Ed è proprio grazie ai dettami del Concilio di Trento che venne commissionata una chiesa come quella di Santa Maria Assunta a Venezia. Abbiamo da poco celebrato la festa dell’Assunzione e proprio per tale ragione desideriamo mettere a confronto due chiese a Lei intitolate, quella di Venezia, appunto, e quella di Riola di Vergato (Bologna).

Venezia, 1728: viene consacrata la chiesa mariana, in origine dei Crociferi (ordine sorto per assistere i Crociati), progettata dall’architetto Domenico Rossi (1657-1737), svizzero naturalizzato italiano, allievo di Baldassare Longhena. Autore di una delle principali chiese di Venezia, quella di San Stae, che si affaccia sul Canal Grande (di stile fra il neoclassicismo palladiano e quello barocco), egli viene interpellato dai Gesuiti proprio in virtù dell’apprezzamento di San Stae, per realizzare una nuova chiesa completamente barocca.

Siamo di fronte ad una vera e propria apoteosi artistica di onore e gloria alla Santissima Trinità e alla Vergine Maria, dove la ricchezza di creatività, di talento, di eccellenza, di preziosi materiali è riflesso degli immensi doni di Dio, primo fra tutti: l’incarnazione del Suo Figlio unigenito, sacrificatosi per la nostra salvezza. E noi fedeli ci compiacciamo e ringraziamo di cuore quei Gesuiti di un tempo che commissionarono una chiesa davvero chiesa, permettendoci così e ancora, pur circondati dall’apostasia e dalle profanazioni liturgiche e artistiche, di pregare e adorare il Santissimo in un luogo degno dell’Amore Infinito, del Tutto, della Pienezza, della Ricchezza senza limiti.

Imponente è la bianca facciata. Consta di due ordini: il primo è scandito da otto colonne corinzie che, fiancheggiando il ricco portale e quattro nicchie con statue, sorreggono l’aggettante trabeazione a linea spezzata; su questa si imposta il secondo ordine, di più sobrio disegno e appena mosso, arricchito da otto statue su alti plinti gravanti sul colonnato inferiore; la statua Assunta, di Giuseppe Torretto, e angeli decorano il coronamento a timpano triangolare. Delle statue distribuite su due ordini, quelle dei dodici Apostoli sono di vari scultori sei-settecenteschi, fra i tanti ricordiamo: Francesco Penso, Santi Giacomo, Giovanni Evangelista, Andrea, Marino Groppelli, San Matteo, Pietro Baratta, San Pietro, Antonio Tarsia, San Paolo, Francesco Bernardoni, San Bartolomeo, Filippo Catasio, San Filippo.

La pianta è tipica delle chiese gesuitiche, a croce latina con una navata e profonde cappelle laterali e basse calotte sopra la crociera e il presbiterio. Tutte le superfici sono rivestite da una ricca ed elegante decorazione, a intarsi di marmo bianco e verde, a tappezzeria damascata e a stucchi bianchi e oro: lo studio dei sorprendenti effetti decorativi è spinto fino a coprire il pulpito con un drappo marmoreo damascato e i gradini del presbiterio con un meraviglioso marmoreo tappeto. Anche il pavimento presenta un elaborato disegno a intarsi di marmo bianco e nero.

Nel cromatismo primeggiano il bianco e il verde e tutto canta il Paradiso e, genuflettendoci e inginocchiandoci o per l’elevazione o per la confessione o nel prendere la comunione, sembra già di essere in Paradiso.

Impressionante la presenza delle firme: una corale maestranza di artisti, tutta impegnata a dare il meglio di sé. Fra la seconda e la terza cappella, sta il notevole pulpito di Francesco Bonazza, e lungo tutto il corridoio i “corretti”, grate da cui si affacciavano gli ospiti del convento. La navata della chiesa si restringe di fronte all’altare, dedicato alla Santissima Trinità, grazie alla presenza di quattro pilastri che sorreggono la volta a crociera.

Nella prima cappella, sul lato sinistro della navata, si trova la pala d’altare Il Martirio di San Lorenzo di Tiziano (1588); nella seconda La Madonna con il Bambino (1604ca.), opera dello scultore Andrea dall’Acquila. Nel transetto sinistro è collocata la pala d’altare dell’Assunzione di Maria, opera giovanile di Tintoretto (1555). Al centro del transetto, sul soffitto, sta l’affresco di Louis Dorigny, Il trionfo del nome di Gesù (1732), mentre i pilastri sono adornati da magnifiche statue marmoree degli Arcangeli Michele (chi è come Dio?), Gabriele (Dio è potente), Raffaele (Dio guarisce), Sealtiele (Dio comunica) di Giuseppe Torretti. Nel transetto di destra troviamo la cappella di sant’Ignazio, che mostra le Costituzioni della Compagnia di Gesù, mentre ai lati della grande statua sono rappresentate la Fede e la Carità.

Impossibile descrivere questa chiesa in un articolo, dove i mecenati profusero le loro sostanze: ogni millimetro di spazio e di materia è curato, studiato, vezzeggiato, perché ogni millimetro illustra la Trinità, la Madonna, i Santi e anche il minuscolo particolare deve significare il sublime. L’altare maggiore è dedicato proprio alla Santissima Trinità, si compone di una grande tettoia con la cupola a squame bianche e verdi, sulla base di dieci colonne tortili di marmo verde.

Sopra la sontuosa costruzione è posto un gruppo marmoreo, tempestato di lapislazzuli,rappresentante il Padre e il Figlio. Da un’apertura nella cupola della vela, che appare sullo sfondo, appaiono i raggi dello Spirito Santo, circondato da spiriti celesti.Ai lati dell’altare, su un piedistallo, gli Arcangeli Barachiel (Benedizione di Dio) e Uriel (Dio infiamma). Nella volta un sontuoso affresco di Louis Dorigny raffigura gliAngeli musicisti in gloria(1732).

Ben poco ci vuole, invece, per descrivere l’altra chiesa intitolata a Santa Maria Assunta di Riola di Vergato, progettata dall’archistar finlandese Alvar Aalto (1898-1976) nel 1966, poi edificata fra il 1977-1978 fra mille difficoltà finanziarie. La chiesa fu commissionata dal Cardinale Giacomo Lercaro, che si impegnò molto per l’arte “sacra” contemporanea, in quanto voleva edificare luoghi di culto meglio rispondenti alla rinnovata liturgia postconciliare.

La pianta della chiesa è asimmetrica. Sulla sommità dell’unica navata sono disposte delle banali vetrate, dove filtra la luce. L’intera superficie interna è rifinita con rivestimento murale plastico di colore bianco. Qui non esiste alcun  florilegio di artisti, bensì la griffe monocorde di Alvar Aalto, artefice anche dei miserrimi arredi interni. La chiesa è perlopiù aniconica, rispondente ai parametri protestantizzanti, così la pochezza impera insieme alla freddezza. Il tabernacolo si trova a sinistra dell’altare, dozzinale tavola bianca stile IKEA, e alle spalle c’è una nuda croce in legno, senza Cristo, a lato della quale una spoglia scritta in stampatello recita «Donna vestita di sole».

Lercaro interpellò Alvar Aalto perché autore della chiesa luterana delle Tre Croci(in finlandese:Kolmen Ristinkirkko), situata a Vouksenniska, a 8 chilometri dal centro industriale di Imatra, nella Carelia meridionale. Fu progettata nel 1955 e inaugurata nel 1958. Lo stilema utilizzato per Santa Maria Assunta è pressoché identico a quello delle Tre Croci. Divenuto Arcivescovo di Bologna nel 1952, nel 1955 Lercaro indice il primo Congresso nazionale di Architettura Sacra.

Lo stesso anno istituisce e presiede a Bologna il Centro di studio ed informazione per l’Architettura Sacra; fa nascere la rivista trimestrale «Chiesa e quartiere»; fonda la sezione tecnica dell’Ufficio Nuove Chiese; promuove un’indagine diocesana sulla distribuzione della popolazione e sulle attrezzature religiose. È in questo contesto che nel 1963 un inviato del Centro studi ed informazione per l’architettura sacra di Bologna compie una visita ad Helsinki per prendere contatto con Alvar Aalto.

Lercaro vuole sperimentare nuovi spazi liturgici, favorendo l’esecuzione di modelli architettonici di nuova concezione funzionale della chiesa parrocchiale, perché, come da parametri stabiliti dalla nuova e moderna Messa, è la comunità che deve primeggiare intorno alla «mensa eucaristica», memoriale dell’Ultima Cena e non più, nella forma linguistica come nel significato, Santo Sacrificio incruento di Nostro Signore. L’incontro fra Lercaro e l’architetto finlandese avviene nel novembre 1965, a Firenze (l’occasione è una mostra dei progetti dell’architetto a Palazzo Strozzi), quando il Concilio Vaticano II è giunto al termine. Ed è proprio in quell’occasione che l’Arcivescovo di Bologna commissiona il progetto ad Alvar Aalto per Riola di Vergato. Il cantiere prenderà il via nel 1976, pochi mesi dopo la morte dell’architetto (maggio) e nello stesso anno morirà Lercaro (ottobre).

Nessuno, né Lercaro ai suoi tempi, né il Papa oggi, che ha celebrato con enfasi i 500 anni della Rivoluzione luterana,  può imporre ai cattolici di adorare il Santissimo in chiese bivalenti come quella di Riola di Vergato, dove si ambienterebbe bene la statua dell’eresiarca Martin Lutero, quella trionfalmente condotta in Vaticano il 13 ottobre del 2016, giorno di inizio dell’anno giubilare per i 100 anni delle apparizioni di Nostra Signora di Fatima.

Proprio a Fatima, lo scorso 12 maggio, Francesco ha pronunciato parole impressionanti e che rimandano chiaramente alla dottrina luterana: «Grande ingiustizia si commette contro Dio e la sua grazia, quando si afferma in primo luogo che i peccati sono puniti dal suo giudizio, senza anteporre – come manifesta il Vangelo – che sono perdonati dalla sua misericordia! Dobbiamo anteporre la misericordia al giudizio e, comunque, il giudizio di Dio sarà sempre fatto alla luce della sua misericordia. Ovviamente la misericordia di Dio non nega la giustizia, perché Gesù ha preso su di Sé le conseguenze del nostro peccato insieme al dovuto castigo. Egli non negò il peccato, ma ha pagato per noi sulla Croce. E così, nella fede che ci unisce alla Croce di Cristo, siamo liberi dai nostri peccati […]. Possa ognuno di noi diventare, con Maria, segno e sacramento della misericordia di Dio che perdona sempre, perdona tutto».

Nella chiesa di Santa Maria Assunta di Venezia, detta I Gesuiti, si respira ben altra teologia. (Cristina Siccardi)

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