Diario Vaticano: “Per molti” o “per tutti”? La risposta giusta è la prima

(su www. chiesa) Lo scrive Benedetto XVI ai vescovi tedeschi. E vuole che in tutta la Chiesa si rispettino le parole di Gesù nell’ultima cena, senza inventarne altre come nei messali postconciliari. Il testo integrale della lettera del papa: Le Chiese di varie nazioni del mondo stanno ripristinando l’una dopo l’altra, nella messa, le parole della consacrazione del calice riprese testualmente dai Vangeli e in uso per secoli, ma nei decenni scorsi sostituite quasi ovunque da una diversa traduzione.

Mentre il testo tradizionale nella sua versione base in latino dice tuttora: “Hic est enim calix sanguinis mei […] qui pro vobis et pro multis effundetur”, le nuove versioni postconciliari hanno letto nel “pro multis” un immaginario “pro omnibus”. E invece di “per molti” hanno tradotto “per tutti”.

Già nell’ultima fase del pontificato di Giovanni Paolo II si era tentato, da parte di alcuni, pochi, dirigenti vaticani, tra i quali Joseph Ratzinger, di far rivivere nelle traduzioni la fedeltà al “pro multis”. Ma con nessun successo.

Benedetto XVI ha preso in pugno personalmente la questione. Ne è prova ultima la lettera che egli ha scritto lo scorso 14 aprile ai vescovi della Germania.

La traduzione integrale della lettera è riprodotta più sotto. In essa, Benedetto XVI riassume i passaggi principali della controversia, per meglio motivare la sua decisione di ripristinare una corretta traduzione del “pro multis”.

Ma per capire più a fondo il contesto, è utile richiamare qui alcuni elementi.

Anzitutto, con l’indirizzare la sua lettera ai vescovi della Germania, Benedetto XVI vuole rivolgersi, tramite loro, anche ai vescovi delle altre regioni germanofone: l’Austria, i cantoni tedeschi in Svizzera, il Sudtirolo in Italia.

Se in Germania, infatti, pur con forti resistenze, la conferenza episcopale ha recentemente optato per tradurre il “pro multis” non più con “für alle”, per tutti, ma con “für viele”, per molti, in Austria non è così.

E in Italia nemmeno. Nel novembre del 2010, in una votazione, su 187 vescovi votanti soltanto 11 si schierarono per il “per molti”. A favore del “per tutti” votò una maggioranza schiacciante, incurante delle indicazioni vaticane. Poco prima, anche le conferenze episcopali delle sedici regioni ecclesiastiche italiane, con la sola eccezione della Liguria, si erano pronunciate per il mantenimento della formula “per tutti”.

In altre parti del mondo si sta tornando all’uso del “per molti”: in America latina, in Spagna, in Ungheria, negli Stati Uniti. Spesso con contestazioni e disobbedienze.

Ma è evidente che, su questo, Benedetto XVI vuole andare fino in fondo. Senza imposizioni, ma esortando i vescovi a preparare il clero e i fedeli, con un’appropriata catechesi, a un cambiamento che dovrà comunque arrivare.

Dopo questa lettera, è quindi facile prevedere che anche nelle messe celebrate in Italia sarà ripristinato il “per molti”, nonostante il voto contrario dei vescovi nel 2010.

La nuova versione del messale, approvata dalla conferenza episcopale italiana, è attualmente all’esame della congregazione vaticana per il culto divino. E su questo punto sarà sicuramente corretta secondo le indicazioni del papa.

Una seconda annotazione riguarda i continui ostacoli che il ripristino di una corretta traduzione del “pro multis” ha incontrato sulla sua strada.

Fino al 2001, i fautori di traduzioni più “libere” dei testi liturgici si appellavano a un documento confezionato nel 1969 dal “Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia” di cui era segretario monsignor Annibale Bugnini, un documento non firmato e insolitamente redatto in francese, usualmente citato con le sue prime parole: “Comme le prévoit”.

Nel 2001, la congregazione per il culto divino pubblicò un’istruzione, “Liturgiam authenticam”, per la retta applicazione della riforma liturgica conciliare. Il testo, datato 28 marzo, era firmato dal cardinale prefetto Jorge Arturo Medina Estevez e dall’arcivescovo segretario Francesco Pio Tamburrino, ed era stato approvato da Giovanni Paolo II in un’udienza concessa otto giorni prima al cardinale segretario di Stato Angelo Sodano.

Ricordando che il rito romano “ha uno stile e una struttura proprie che vanno rispettate in quanto possibile anche per le traduzioni”, l’istruzione raccomandava una traduzione dei testi liturgici che fosse espressione “non tanto di esercizio di una creatività, quanto di cura per la fedeltà e l’esattezza nella resa dei testi latini in lingua vernacolare”. Le buone traduzioni – prescriveva il documento – “devono essere svincolate da ogni esagerata dipendenza da modi espressivi moderni e, in generale, da una lingua di tono psicologizzante”.

L’istruzione “Liturgiam authenticam” neppure citava il “Comme le prévoit”. Ed era un’omissione voluta, per togliere definitivamente a quel testo un’autorità e una ufficialità che non aveva mai avuto.

Ma nonostante ciò, l’istruzione incontrò una resistenza fortissima, anche all’interno della curia romana, tanto da essere perfino ignorata e contraddetta da due successivi documenti pontifici.

Il primo è l’enciclica di Giovanni Paolo II “Ecclesia de Eucharistia” del 2003. Nel suo paragrafo 2, là dove si richiamano le parole di Gesù per la consacrazione del vino, si legge: “Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati (cfr Mc 14, 24; Lc 22, 20; 1 Cor 11, 25)”. Il “per tutti” è lì una variazione che non ha alcuna rispondenza nei testi biblici citati, evidentemente introdotta orecchiando le traduzioni presenti nei messali postconciliari.

Il secondo documento è l’ultima delle lettere che Giovanni Paolo II usava indirizzare ai sacerdoti ogni giovedì santo. Era datata Policlinico Gemelli, 13 marzo 2005, e al quarto paragrafo diceva:

“‘Hoc est enim corpus meum quod pro vobis tradetur’. Il corpo e il sangue di Cristo sono dati per la salvezza dell’uomo, di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. È una salvezza integrale e al tempo stesso universale, perché non c’è uomo che, a meno di un libero atto di rifiuto, sia escluso dalla potenza salvifica del sangue di Cristo: ‘qui pro vobis et pro multis effundetur’. Si tratta di un sacrificio offerto per ‘molti’, come recita il testo biblico (Mc 14, 24; Mt 26, 28; cfr Is 53, 11-12) con una tipica espressione semitica che, mentre indica la moltitudine raggiunta dalla salvezza operata dall’unico Cristo, implica al tempo stesso la totalità degli esseri umani ai quali essa è offerta: è sangue ‘versato per voi e per tutti’, come in alcune traduzioni legittimamente si esplicita. La carne di Cristo è infatti data ‘per la vita del mondo’ (Gv 6,51; cfr 1 Gv 2,2)”.

Giovanni Paolo II aveva la vita appesa a un filo, sarebbe morto di lì a una ventina di giorni. Ed è a un papa in queste condizioni, senza neppure più la forza di leggere, che fu fatto firmare un documento a favore della formula “per tutti”.

Alla congregazione per la dottrina della fede, al quale quel testo non era stato previamente sottoposto, la cosa fu notata con disappunto. Tant’è vero che pochi giorni dopo, il 21 marzo, lunedì santo, in una burrascosa riunione dei capi di alcuni dicasteri della curia, il cardinale Ratzinger fece le sue rimostranze.

E meno di un mese dopo lo stesso Ratzinger fu eletto papa. Annunciato al mondo con visibile soddisfazione dal cardinale protodiacono Medina, lo stesso che aveva firmato l’istruzione “Liturgiam authenticam”.

Con Benedetto XVI papa, il ripristino di una corretta traduzione del “pro multis” divenne da subito un obiettivo della sua “riforma della riforma”, in campo liturgico.

Egli sapeva che avrebbe incontrato tenaci opposizioni. Ma in questo campo non ha mai temuto di prendere decisioni anche forti, come prova il motu proprio “Summorum pontificum” del 2007 per la liberalizzazione della messa in rito antico.

Un dato di grande interesse è la modalità con cui Benedetto XVI vuol mettere in atto le sue decisioni. Non esclusivamente con ordini perentori, ma tramite convincimento.

Tre mesi dopo l’elezione a papa fece compiere dalla congregazione per il culto, allora presieduta dal cardinale Francis Arinze, un sondaggio tra le conferenze episcopali, per conoscere il loro parere circa la traduzione del “pro multis” con “per molti”.

Avuti questi pareri, il 17 ottobre del 2006, su indicazione del papa, il cardinale Arinze inviò una lettera circolare a tutte le conferenze episcopali elencando sei ragioni a favore del “per molti” ed esortandole – laddove la formula “per tutti” fosse in uso – ad “intraprendere la necessaria catechesi dei fedeli” in vista del cambiamento.

È la catechesi che Benedetto XVI suggerisce di fare senza indugio in Germania, nella lettera da lui inviata ai vescovi tedeschi lo scorso 14 aprile. Facendo notare che non gli risulta che questa iniziativa pastorale autorevolmente suggerita sei anni fa sia mai stata avviata.

Due note a margine del testo papale: 1) Il “Gotteslob” è il libro comune di inni e preghiere in uso nelle diocesi cattoliche di lingua tedesca. 2) La citazione “Siano rese grazie al Signore che, per la sua grazia, mi ha chiamato nella sua Chiesa…” è l’ultimo verso della prima strofa di un canto ricorrente nelle chiese tedesche: “Fest soll mein Taufbund immer stehen”.


“SIAMO MOLTI E RAPPRESENTIAMO TUTTI…”

Eccellenza!
Reverendo, caro arcivescovo!

In occasione della sua visita, il 15 marzo 2012, ella mi ha messo a conoscenza del fatto che, per quanto riguarda la traduzione delle parole “pro multis” nella preghiera del canone della santa messa, tra i vescovi dell’area di lingua tedesca tuttora non esiste consenso.

A quanto pare incombe il pericolo che, nella nuova edizione del “Gotteslob”, la cui pubblicazione è attesa presto, alcune parti dell’area linguistica tedesca desiderino mantenere la traduzione “per tutti”, sebbene la conferenza episcopale tedesca sia d’accordo nello scrivere “per molti”, così come auspicato dalla Santa Sede.

Le ho promesso di pronunciarmi per iscritto in merito a tale importante questione, per prevenire una simile divisione nel luogo più intimo della nostra preghiera. Provvederò a fare inviare questa lettera, che attraverso di lei indirizzo a tutti i membri della conferenza episcopale tedesca, anche agli altri vescovi dell’area di lingua tedesca.

Permettetemi qualche breve parola su come è sorto il problema.

Negli anni Sessanta, quando il messale romano, sotto la responsabilità dei vescovi, dovette essere tradotto in lingua tedesca, esisteva un consenso esegetico sul fatto che il termine “i molti”, “molti”, in Isaia 53, 11 s., fosse una forma espressiva ebraica per indicare l’insieme, “tutti”. La parola “molti” nei racconti dell’istituzione di Matteo e di Marco era pertanto considerata un semitismo e doveva essere tradotta con “tutti”. Ciò venne esteso anche alla traduzione del testo latino, dove “pro multis”, attraverso i racconti evangelici, rimandava a Isaia 53 e quindi doveva essere tradotto con “per tutti”.

Tale consenso esegetico nel frattempo si è sgretolato; non esiste più. Nel racconto dell’ultima cena della traduzione unificata tedesca della Sacra Scrittura si legge: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti” (Mc 14, 24; cfr. Mt 26, 28). Ciò rende evidente una cosa molto importante: la traduzione di “pro multis” con “per tutti” non è stata una traduzione pura, bensì un’interpretazione, che era, e tuttora è, ben motivata, ma è una spiegazione e dunque qualcosa di più di una traduzione.

Questa fusione fra traduzione e interpretazione per certi versi fa parte dei principi che, subito dopo il Concilio, guidarono la traduzione dei testi liturgici nelle lingue moderne. Si era ben consapevoli di quanto la Bibbia e i testi liturgici fossero distanti dal mondo del linguaggio e del pensiero attuale della gente, per cui anche tradotti avrebbero continuato ad essere incomprensibili per quanti partecipavano alle funzioni. Un rischio nuovo era il fatto che, attraverso la traduzione, i testi sacri sarebbero stati aperti, lì, davanti a quanti partecipavano alla messa, e tuttavia sarebbero rimasti molto distanti dal loro mondo, ed anzi questa distanza sarebbe diventata più che mai visibile. Quindi non ci si sentì solo autorizzati, ma addirittura obbligati a immettere l’interpretazione nella traduzione, così da abbreviare il cammino verso le persone, i cui cuori e le cui menti dovevano essere raggiunti da quelle parole.

In una certa misura il principio di una traduzione contenutistica e non necessariamente letterale dei testi fondamentali continua ad essere giustificato. Poiché pronuncio spesso le preghiere liturgiche nelle varie lingue, noto che talvolta tra le diverse traduzioni quasi non si riscontrano somiglianze e che il testo comune sulle quali si basano spesso è solo lontanamente riconoscibile. Allo stesso tempo si sono verificate delle banalizzazioni che costituiscono vere perdite. Così, nel corso degli anni, io stesso ho compreso sempre più chiaramente che, come orientamento per la traduzione, il principio della corrispondenza non letterale, bensì strutturale, ha i suoi limiti.

Seguendo queste intuizioni, l’istruzione per i traduttori “Liturgiam authenticam”, promulgata il 28 marzo 2001 dalla congregazione per il culto divino, ha messo nuovamente in primo piano il principio della corrispondenza letterale, senza naturalmente prescrivere un verbalismo unilaterale.

L’importante intuizione che sta alla base di questa istruzione è la distinzione, già citata all’inizio, fra traduzione e interpretazione. Essa è necessaria sia per le parole della Scrittura, sia per i testi liturgici. Da un lato, la sacra Parola deve emergere il più possibile per se stessa, anche con la sua estraneità e con le domande che reca in sé. Dall’altro, alla Chiesa è affidato il compito dell’interpretazione affinché – nei limiti della nostra rispettiva comprensione – ci giunga il messaggio che il Signore ci ha destinato.

Anche la traduzione più accurata non può sostituire l’interpretazione: fa parte della struttura della Rivelazione il fatto che la Parola di Dio venga letta nella comunità interpretante della Chiesa, che la fedeltà e l’attualizzazione si leghino tra loro. La Parola deve essere presente per se stessa, nella sua forma propria, a noi forse estranea; l’interpretazione deve essere misurata in base alla sua fedeltà alla Parola, ma al tempo stesso deve renderla accessibile a chi l’ascolta oggi.

In tale contesto, la Santa Sede ha deciso che nella nuova traduzione del messale l’espressione “pro multis” debba essere tradotta come tale, senza essere già interpretata. La traduzione interpretativa “per tutti” deve essere sostituita dalla semplice traduzione “per molti”. Vorrei ricordare che sia in Matteo sia in Marco non c’è l’articolo, quindi non “per i molti”, bensì “per molti”.

Se dal punto di vista della correlazione fondamentale fra la traduzione e l’interpretazione questa scelta è, come spero, del tutto comprensibile, sono però consapevole che essa rappresenta una sfida immensa per tutti coloro ai quali è affidato il compito di spiegare la Parola di Dio nella Chiesa.

Per chi normalmente frequenta la messa, ciò appare quasi inevitabilmente come una frattura al centro stesso del rito sacro. Domanderà: ma Cristo non è morto per tutti? La Chiesa ha modificato la sua dottrina? Può farlo, le è permesso? È all’opera una reazione che vuole distruggere l’eredità del Concilio?

Grazie all’esperienza degli ultimi cinquant’anni, tutti noi sappiamo quanto profondamente la modifica delle forme e dei testi liturgici colpisca l’anima delle persone; e quindi quanto un cambiamento in un punto così centrale del testo debba inquietare le persone. Proprio per questo, quando davanti alla differenza fra traduzione e interpretazione si scelse la traduzione “molti”, si stabilì anche che nelle diverse aree linguistiche la traduzione dovesse essere preceduta da una catechesi accurata, con la quale i vescovi dovevano spiegare concretamente ai loro sacerdoti, e tramite loro ai fedeli, di che cosa si trattava.

Questa catechesi previa è il presupposto essenziale per l’entrata in vigore della nuova traduzione. Per quanto mi risulta, nell’area di lingua tedesca una tale catechesi finora non c’è stata. La mia lettera intende essere una richiesta pressante a tutti voi, cari confratelli, a preparare ora una tale catechesi, per poi parlarne con i vostri sacerdoti e al contempo renderla accessibile ai fedeli.

In questa catechesi bisogna anzitutto chiarire brevemente perché nella traduzione del messale, dopo il concilio, la parola “molti” è stata resa con “tutti”: per esprimere in modo inequivocabile, nel senso voluto da Gesù, l’universalità della salvezza che giunge da lui.

Allora, però, sorge subito la domanda: se Gesù è morto per tutti, perché nelle parole dell’ultima cena egli ha detto “per molti”? E perché allora insistiamo su queste parole di Gesù dell’istituzione?

Prima di tutto, a questo punto bisogna ancora precisare che secondo Matteo e Marco Gesù ha detto “per molti”, mentre secondo Luca e Paolo ha detto “per voi”. Ciò sembra stringere ancora di più il cerchio. Ma proprio a partire da qui ci si può avvicinare alla soluzione. I discepoli sanno che la missione di Gesù trascende loro e il loro gruppo; che egli è venuto per riunire insieme i figli di Dio di tutto il mondo che erano dispersi (Gv 11, 52). Le parole “per voi” rendono però la missione di Gesù molto concreta per i presenti. Essi non sono un qualche elemento anonimo di un insieme immenso, bensì ognuno di loro sa che il Signore è morto proprio per lui, per noi. “Per voi” si protende nel passato e nel futuro, si rivolge a me personalmente; noi, che siamo qui riuniti, siamo conosciuti e amati come tali da Gesù. Quindi questo “per voi” non è un restringimento, bensì una concretizzazione che vale per ogni comunità che celebra l’eucaristia, che la unisce in modo concreto all’amore di Gesù. Il canone romano ha unito tra loro le due espressioni bibliche nelle parole di consacrazione e quindi dice: “per voi e per molti”. Questa formula, poi, con la riforma liturgica è stata adottata per tutte le preghiere eucaristiche.

Però di nuovo: perché “per molti”? Il Signore non è forse morto per tutti? Il fatto che Gesù Cristo, come Figlio di Dio fatto uomo, sia l’uomo per tutti gli uomini, il nuovo Adamo, è una delle certezze fondamentali della nostra fede. Vorrei a questo riguardo ricordare solo tre versi delle Scritture. Dio “ha dato per tutti noi” il proprio Figlio, dice Paolo nella lettera ai Romani (8, 32). “Uno è morto per tutti”, afferma nella seconda lettera ai Corinzi a proposito della morte di Gesù (5, 14). Gesù “ha dato se stesso in riscatto per tutti”, si legge nella prima lettera a Timoteo (2, 6).

Ma allora bisogna davvero domandare ancora una volta: se questo è tanto ovvio, perché la preghiera eucaristica dice “per molti”? Ora, la Chiesa ha tratto questa formulazione dai racconti dell’istituzione nel Nuovo Testamento. La usa per rispetto della parola di Dio, per essergli fedele fin nella parola. È il timore reverenziale dinanzi alla stessa parola di Gesù la ragione della formulazione della preghiera eucaristica. Allora, però, domandiamo: perché Gesù ha detto così? La ragione vera consiste nel fatto che Gesù in tal modo si è fatto riconoscere come il servo di Dio di Isaia 53, che egli si è rivelato come la figura annunciata dalla profezia. Il timore reverenziale della Chiesa davanti alla parola di Dio, la fedeltà di Gesù alle parole della “Scrittura”: è questa doppia fedeltà il motivo concreto della formulazione “per molti”. In questa catena di riverente fedeltà, noi ci inseriamo con la traduzione letterale delle parole della Scrittura.

Come prima abbiamo visto che il “per voi” della tradizione paolino-lucana non restringe ma rende concreto, così ora possiamo riconoscere che la dialettica tra “molti” e “tanti” ha una sua importanza. “Tutti” si muove sul piano ontologico: l’essere e l’agire di Gesù comprende l’intera umanità, il passato, il presente e il futuro. Ma di fatto, storicamente, nella comunità concreta di coloro che celebrano l’eucaristia egli giunge solo a “molti”. Si può quindi riconoscere un triplice significato dell’attribuzione di “molti” e “tutti”.

Anzitutto, per noi, che possiamo sedere alla sua mensa, deve significare sorpresa, gioia e gratitudine per essere stati chiamati, per poter stare con lui e per poterlo conoscere. “Siano rese grazie al Signore che, per la sua grazia, mi ha chiamato nella sua Chiesa…”.

Poi, però, in secondo luogo ciò è anche una responsabilità. La forma in cui il Signore raggiunge gli altri – “tutti” – a modo suo, in fondo rimane un suo mistero. Tuttavia, è indubbiamente una responsabilità essere chiamati direttamente da lui alla sua mensa per poter sentire: per voi, per me egli ha sofferto. I molti hanno la responsabilità per tutti. La comunità dei molti deve essere luce sul candelabro, città sopra il monte, lievito per tutti. È questa una vocazione che riguarda ognuno in modo del tutto personale. I molti, che noi siamo, devono avere la responsabilità per l’insieme, nella consapevolezza della loro missione.

Infine può aggiungersi un terzo aspetto. Nella società attuale abbiamo la sensazione di non essere affatto “molti”, bensì molto pochi, una piccola massa che continua a diminuire. E invece no, siamo “molti”: “Dopo ciò, apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua” (Ap 7, 9). Siamo molti e rappresentiamo tutti. Quindi le parole “molti” e “tutti” vanno insieme e fanno riferimento l’una all’altra nella responsabilità e nella promessa.

Eccellenza, caro confratello nell’episcopato! Con tutto questo ho voluto accennare le linee fondamentali della catechesi, con la quale sacerdoti e laici dovranno essere preparati al più presto alla nuova traduzione. Auspico che tutto ciò possa servire anche a una partecipazione più intensa alla celebrazione della sacra eucaristia, inserendosi in tal modo nel grande impegno che dovremo affrontare con l'”Anno della Fede”. Posso sperare che la catechesi venga presto preparata e in tal modo diventi parte del rinnovamento liturgico, per il quale il Concilio ha lavorato sin dalla sua prima sessione.

Con i saluti pasquali di benedizione, suo nel Signore.

Benedictus PP XVI

14 aprile 2012

(Traduzione dall’originale tedesco di Simona Storioni)

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