Continua in Egitto la persecuzione dei cristiani da parte dei Fratelli musulmani

Come riporta l’agenzia di informazione on-line “AsiaNews” continua in Medio Oriente, senza sosta, la persecuzione dei cristiani. Mikail è un giovane egiziano scappato dal proprio Paese 20 giorni fa e adesso spera di ottenere asilo politico in Italia come rifugiato. “Mi hanno bruciato il negozio e minacciato la famiglia – racconta ad AsiaNews – ma il problema è alla base: la rappresaglia di questi mesi è l’esito di una discriminazione che dura da sempre. I cristiani hanno sofferto violenze e intimidazioni nell’indifferenza delle autorità sotto qualsiasi presidente”. In Egitto i cristiani sono oggi circa il 10%, e la maggioranza appartiene alla Chiesa Copta, dalla rivoluzione del 25 gennaio 2011, circa 150 mila famiglie cristiane hanno lasciato l’Egitto.

 

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Mikail, giovane copto in fuga da Minya: In Egitto, cristiani perseguitati dai Fratelli musulmani, ma anche da Mubarak

egitto-bibbia-rogo-islam-cristianiRoma (AsiaNews) – Mikail, egiziano copto di 23 anni, ha abbandonato il proprio Paese per chiedere asilo politico in Italia. È originario di Minya, una delle città dell’Alto Egitto in cui, dopo la destituzione di Mohammed Morsi, la rappresaglia islamista nei confronti dei cristiani si è manifestata con maggiore crudeltà. “Sono state distrutte almeno 50 chiese – racconta ad AsiaNews– le nostre case e i nostri negozi sono stati marchiati con una croce. Avevo una falegnameria e mi è stata incendiata di venerdì, quello che per i musulmani è il giorno della preghiera; il supermercato di Georges (suo amico e compagno di viaggio ndr.) è stato fatto esplodere davanti ai suoi occhi”.

Il suo sguardo è il riflesso di un altro Egitto, quello in cui – a dispetto dell’esaltazione mediatica – la caduta di Hosni Mubarak e la deposizione di Mohammed Morsi hanno avuto un peso insignificante sulle difficoltà che la minoranza cristiana è costretta a fronteggiare ogni giorno. “Con Morsi l’economia è collassata e gli islamisti hanno avuto maggiori libertà – spiega – con Mubarak forse c’era più sicurezza per noi copti perché la Fratellanza era relegata all’illegalità, ma a livello sociale non è cambiato nulla”. E prosegue: “La percentuale di musulmani democratici è scarsa e poco influente, tuttora la polizia non ascolta le nostre denunce; il problema è alla base”.

Dal racconto emerge che le violenze ai danni della minoranza cristiana si sono acuite nel corso degli ultimi mesi. Ma esse attraversano il Paese da molto prima che la Fratellanza salisse al governo. Sebbene i 30 anni di dittatura del rais abbiano posto un freno all’islamismo più radicale, discriminazione e ostilità hanno sempre segnato i rapporti tra gruppi confessionali soprattutto nel sud del Paese. “In Egitto è proibito costruire chiese, un divieto che vigeva con Mubarak e permane tuttora – spiega il giovane – tre anni fa, un mio cugino di Giza è stato in carcere 40 giorni perché stava collaborando alla costruzione di un edificio parrocchiale; in quell’occasione la polizia uccise due cristiani e la notizia è sui siti internet”.

Mikail racconta poi di quando prestava il servizio militare obbligatorio a Sallum, sul confine libico; unico cristiano su oltre mille reclute: “Il mio superiore era musulmano e mi puniva spesso facendomi restare sull’attenti per ore. Non avevo il diritto di tornare a casa come gli altri solo perché sono copto”. Ricorda anche di quando è riuscito a sfuggire a un tentativo di omicidio mentre era di ritorno dal servizio: “Hanno tentato di accoltellarmi – racconta indicando due cicatrici sui polsi – mi hanno fermato 4 islamisti per rapinarmi e uccidermi”.

Mikail è partito in aereo dal Cairo il 18 agosto scorso. Prima di quella data aveva già provato a raggiungere la capitale, ma era stato fermato da un check point della Fratellanza e rimandato indietro. “Hanno visto che eravamo cristiani – spiega mostrando la croce che porta legata al collo e tatuata sul polso – ci hanno rubato tutto e rimandati a Minya”. Il secondo tentativo è stato invece in treno e poi in aereo fino Roma. “Il nostro visto sarebbe stato per la Georgia con scalo in Italia, ma una volta qui siamo scesi e abbiamo chiesto asilo politico”. Lui e il suo amico Georges cercano ora un lavoro a Roma per inviare soldi alle proprie famiglie, in attesa che la loro richiesta di asilo politico sia valutata dalle autorità italiane.

Fonte: AsiaNews

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