Cina: il maoismo mascherato che osteggia la Chiesa

(di Emanuele Gagliardi) L’ordinazione episcopale del 25 aprile 2012 a Changsha «dimostra che in Cina è tuttora vivo il maoismo», afferma p. Bernardo Cervellera, direttore dell’agenzia “AsiaNews” del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime). Infatti, «un maoismo sottile, ma ugualmente totalitario, continua ad essere presente nella società cinese: nei media, nell’economia, nelle religioni» (cfr. “AsiaNews”, 25 aprile 2012). «Ormai da mesi gruppi di sacerdoti e vescovi della Chiesa sotterranea (fedele alla Santa Sede N.d.R.) vengono presi, isolati e sottomessi a sessioni politiche per far comprendere loro la bontà della politica religiosa del Partito», ricorda p. Cervellera.

Il maoismo di questa politica è evidente anche nelle ordinazioni episcopali: ogni nuovo vescovo deve essere prima strumento del Partito Comunista Cinese, poi funzionario della Chiesa cattolica. L’ordinazione episcopale si trasforma così «in investitura politica, dando ai vescovi incarichi, stipendi, titoli onorifici, e rendendoli quasi gli ufficiali di basso rango del governo cinese».

È avvenuto così per le ordinazioni del 2011 a Leshan e Shantou, con candidati scelti dal governo e senza mandato papale. E se anche vi sono candidati voluti dal Pontefice, «il Partito costringe i neo-eletti a subire la presenza di vescovi illeciti e scomunicati, come è avvenuto lo scorso 19 marzo a Nanchong» e il 25 aprile a Changsha, capoluogo della provincia dell’Hunan in cui nel 1883 nacque Mao Tse-tung. (Emanuele Gagliardi)

 

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