UNIONE EUROPEA: la crisi della moneta unica

La marcia trionfale dell’Unione Europea, dopo il fallimento dei referendum in Francia e in Olanda nel 2005 e in Irlanda nel 2008, sta conoscendo in queste settimane una nuova brusca battuta d’arresto. Questa volta però la minaccia è più seria perché tocca quello che sembrava l’indiscusso punto di forza dell’Unione: la moneta unica. La tempesta viene dai Paesi dell’Est, in balia di una gravissima crisi finanziaria. Secondo un recente studio di “Credit Suisse” nella classifica dei Paesi a più alta vulnerabilità, ben 9 Stati sui primi 14 appartengono a quell’area geografica dell’Europa orientale (Fabio Pavesi, “Il Sole-24 Ore”, 1 marzo 2009).

Crollo degli ordinativi dell’industria, svalutazione delle valute nazionali, forti timori per il sistema bancario sono, secondo Andrea Tarquini, i sintomi più evidenti di questa crisi che si allarga in Europa (“La Repubblica”, 20 febbraio 2009). Tutto è iniziato quando le monete di questi Paesi hanno cominciato a subire forti cali. Federico Fubini osserva che «in pochi mesi lo zloty polacco ha perso un terzo del suo valore sull’euro, il forint ungherese il 23%, la corona ceca il 17%» (“Corriere della Sera”, 19 febbraio 2009). I problemi nascono dagli enormi volumi di prestiti erogati dalle banche occidentali ai clienti nei Paesi dell’Europa orientale. Secondo la Banca Americana di Investimenti Morgan Stanley, l’Europa orientale avrebbe preso a prestito un totale di 1.700 miliardi di dollari, prevalentemente dall’Europa occidentale, e non è ora in grado di restituirli. La difficoltà nel restituire i prestiti fatti all’estero provoca un ulteriore indebolimento delle valute, che porta a una ancora maggiore difficoltà nel restituire i prestiti. Tra i Paesi che devono recuperare i prestiti, il Paese più esposto è l’Austria, i cui crediti nei confronti dell’Europa dell’Est superano il 70% del reddito nazionale e il 25% dell’attivo bancario (Guido Tabellini, “Il Sole-24 Ore”, 24 febbraio 2009).

Standard & Poor’s ha suddiviso le economie dell’Europa orientale in due gruppi distinti: Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia sono valutate in condizioni migliori, gli Stati baltici (Estonia, Lettonia e Lituania), Bulgaria, Ungheria e Romania avrebbero un più elevato livello di vulnerabilità economica (Paolo Zucca, “Il Sole-24-Plus”, 28 febbraio 2009). Alcuni, come la Lettonia, affrontano una crisi senza precedenti: nell’ultimo trimestre l’economia lettone si è contratta del 4,2%, le previsioni per il 2009 indicano un’ulteriore contrazione tra il 5 e l’8%, il 2010 si preannuncia nerissimo.

Anche la Romania, dopo anni di sviluppo impetuoso grazie a forti delocalizzazioni industriali della Vecchia Europa, teme il disinvestimento. Non va meglio in Bulgaria, dove il disavanzo con l’estero arriva quasi al 25% del reddito nazionale (Guido Tabellini, “Il Sole-24 Ore”, cit.). L’Ungheria, dove oltre l’80 per cento del Pil dipende dall’export, è stata salvata in extremis con un pacchetto di aiuti di 20 miliardi concesso da Banca Mondiale, Banca centrale europea e Fmi (Stefano Feltri, “Il Riformista”, 27 febbraio 2009). Ma il vertice di Bruxelles contro la crisi economica del 1 marzo ha bocciato la proposta ungherese di un piano di almeno 180 miliardi per l’Est. Gli aiuti, se ci saranno, saranno valutati caso per caso.

Su “Il Sole-24 Ore” Carlo Bastasin ha fatto un’analisi spietata della situazione. La paura è che un Paese europeo si trovi nell’incapacità di pagare le cedole del debito pubblico o di finanziarsi senza ristrutturare il debito: dovesse cedere uno solo degli anelli della catena della moneta unica, per quanto periferico, il contagio sarebbe difficile da arrestare.

Paradossalmente, l’assistenza che è possibile fornire all’Est non può essere offerta ai Paesi dell’euro. Scrive Bastasin: «Il Trattato stabilisce che nessun Paese della zona euro può essere salvato dagli altri membri. Si tratta della clausola di no-bailout (art. 103), una colonna dell’architettura istituzionale dell’euro, perché rende stringente l’impegno al rigore fissato dal Patto di stabilità. In caso di rischio di fallimento di Grecia o Irlanda si parla però di ricorso all’articolo 100 del Trattato che prevede che il Consiglio disponga assistenza finanziaria a uno Stato membro colpito da severe difficoltà per “condizioni eccezionali estranee al suo controllo”.

L’impasse di fronte al quale tutte le proposte di bailout si fermano è il rischio di salvare Paesi che non mettono in atto politiche coerenti. Non si tratta tanto di un problema di moral hazard, cioè di togliere ai Paesi a rischio l’incentivo a curare se stessi ben sapendo che poi saranno salvati dai partner, ma di preservare la credibilità del salvataggio: se il Paese aiutato continua a sbagliare politiche, finisce per rendere vano e non più credibile ogni altro salvataggio» (“Il Sole-24 Ore”, 28 febbraio 2009).

L’euro si sta rivelando insomma una camicia di forza. Il vertice dei Capi di Stato e la Banca Centrale europea dovranno prendere decisioni che non potranno essere tagliate su misura per realtà nazionali diverse. Gli squilibri, non potendo essere compensati attraverso lo strumento del cambio tra le diverse valute, dato che la moneta è unica, potranno essere compensati solo dalle delocalizzazioni e dalle riduzioni dei salari.

I grandi cortei di protesta che, per la prima volta dal 1999, hanno invaso, nelle ultime settimane, il centro di diverse capitali dell’Est europeo mostrano le conseguenze della infausta scelta della moneta unica europea, che pochi, tra i quali “Corrispondenza Romana”, hanno osato denunciare.

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