UE: l’Europa chiede a Roma più di quanto ci ridà

Un grandissimo affare, l’Unione Europea. Non per noi italiani, ma per i burocrati di Bruxelles certo un affare d’oro. Nel solo 2010 per fare funzionare l’Europa della moneta unica, gli italiani hanno dovuto mettere mano al portafoglio e rimetterci la bellezza di 6,5 miliardi di euro. Una cifra – tanto per intenderci – che da sola basterebbe a fare partire qualche modulo di riforma fiscale e abbassare un pizzico le tasse a tutti.


In tre anni, semplicemente facendo pari e patta con l’Unione Europea e magari regalando qualcosina per i Paesi più in difficoltà, resterebbero in cassa al governo italiano le risorse utili per avviare il quoziente familiare che era in programma del Pdl ed è caro anche a una parte dell’opposizione.

I dati sullo squilibrio finanziario fra i flussi da Roma a Bruxelles e ritorno sono censiti con puntualità ogni trimestre dalla Ragioneria generale dello Stato. E non lasciano dubbi interpretativi: non c’è stato finora un solo trimestre in cui l’Unione Europea sia stata più generosa con l’Italia di quanto non lo sia stata Roma con Bruxelles. Nel 2009 abbiamo girato in gran parte in modo automatico all’Europa unita ben 15 miliardi di euro. In cambio abbiamo ricevuto finanziamenti per i fondi previsti di sostegno alle aree disagiate (in gran parte nel Mezzogiorno) per un totale di 7,7 miliardi di euro. Risultato: ci abbiamo rimesso 7,2 miliardi. L’anno scorso è andata come si diceva un pizzico meglio. Abbiamo versato a Bruxelles 14,8 miliardi di euro e ricevuto dalla UE 8,3 miliardi di euro. Ci abbiamo rimesso solo (si fa per dire) 6,5 miliardi.

Gli ultimi dati consuntivi a disposizione sono relativi ai mesi di ottobre-dicembre 2010. In quel trimestre l’Italia ha versato alla UE 3,1 miliardi di euro, fra cui una compartecipazione Iva di 169 milioni di euro e dazi doganali di 463 milioni di euro. Il grosso della somma che tocca pagare ogni trimestre è una quota percentuale del Reddito Nazionale Lordo (Rnl). Nel trimestre in questione è stata di 2,5 miliardi di euro. In cambio, dopo la recente riforma dei fondi strutturali europei, la UE gira all’Italia divisa per ciascuna regione il finanziamento di tre fondi strutturali (Fesr, Fse e fondo di coesione) che sostituiscono il vecchio fondo di orientamento (Feoga), e in più la propria quota del Fondo europeo per la pesca (Fep) stabilito dalla politica comune per la pesca. In tutto all’Italia sono arrivati 1,5 miliardi di euro. Di questa somma circa un terzo riguarda il Fesr, fondo di sviluppo regionale, che va a finanziare o settori di intervento o singole regioni (nel periodo quasi tutta la somma è stata incamerata dalla Puglia, cui sono stati girati 397milioni di euro).

Certo, sono risorse importanti per l’Italia. Ma non sono a fondo perduto. Per potere spendere quelle somme, bisogna che il governo italiano o gli enti locali ne mettano sul piatto altrettanto. E invece spesso non viene attivata la procedura. Come più volte ha denunciato lo stesso ministro dell’Economia molte regioni, specie al Sud, si dimenticano quei fondi che alla fine vengono persi per incapacità o incuria. Così quella eurotassa che gli italiani inconsapevolmente pagano ogni anno, invece di ammontare a 6,5 o 7 miliardi a consuntivo sale a una decina di miliardi reali all’anno. Nessuno per altro ha chiesto ai contribuenti italiani se stare dentro l’Unione Europea vale davvero questa tassa che sembra pesantina. Forse è un caso, ma secondo i dati della Ragioneria, questa tassa impropria si è amplificata solo all’indomani della adozione dell’euro come moneta unica. Nell’anno 2000 l’Italia riceveva dalla Ue quasi 10 miliardi e poco più ne dava alla comunità. Dal 2001 in poi i contributi dell’Italia sono sempre saliti di anno in anno. Quelli dell’Unione Europea a Roma invece si sono progressivamente ristretti (Franco Bechis, su “Libero”, 21 aprile 2011).

Donazione Corrispondenza romana