Turchia al voto, triste scelta: o islam o Lgbt in Parlamento

OzenenSi prospettano tempi difficili per la Turchia: in vista delle elezioni parlamentari, previste per il prossimo 7 giugno, sembra esser schiacciata tra l’islamofilia sempre più sfacciata mostrata dall’Akp del presidente Recep Tayyip Erdoǧan da una parte ed il laicismo più sfrenato e gay friendly della Sinistra nazionale dall’altra. E’ come scegliere tra la padella e la brace ed il rischio è, in un caso come nell’altro, di finire arrostiti…

Così ecco spuntare, in piena campagna elettorale, il nome di Deva Özenen (nella foto), cristiana solo a parole, poiché pronta a calpestare pacchianamente nei fatti la Dottrina della Chiesa, sventolando come una bandiera il fatto di essere transgender e femminista ad oltranza. “Arruolata” nelle fila del progressista Partito dell’Anatolia, ha già dichiarato di voler promuovere a piè sospinto l’agenda Lgbt in blocco e l’ideologia gender: «Stiamo cercando di affermare i nostri diritti – ha urlato – non ci importa se la società sia o meno pronta per noi», mostrando così anche il bizzarro senso della democrazia della Sinistra arcobaleno…

Lo stesso dicasi per Banş Sulu dell’Hdp, il cosiddetto Partito Democratico dei Popoli, altro partito progressista, il cui motto non si sa se sia o meno una minaccia: «E’ solo l’inizio», recita. Ma, se il buongiorno si vede dal mattino, ciò che dice Sulu non può certo far presagire alcunché di buono: omosessuale dichiarato, attivista convinto, vuol farsi paladino di una libertà di scelta dell’identità sessuale pressoché totale e senza vincoli in nome di tutta la galassia gender, anche degli intersex, di chi cioè ritenga di non essere biologicamente determinabile. La provocazione è la sua strategia politica, sin da quando nel 2011 chiese formalmente di sposare il suo “partner”, Aras Güngör, transgender ancora definito «donna» sui suoi documenti di identità. Ottenendo ovviamente parere negativo, i due han minacciato di ricorrere alla Corte Europea per i diritti umani, certi di trovare lì manforte.

Certo, a detta degli stessi candidati Lgbt, l’85% della popolazione turca (ed è già una percentuale probabilmente al ribasso) non approva assolutamente la loro morale sessuale, tanto meno le loro pratiche, come si può evincere osservando le reazioni in occasione dei loro interventi in pubblico. Ma il fatto stesso che per la prima volta esista l’ipotesi di avere in prospettiva nel parlamento turco transgender e gay rappresenta un’ulteriore riprova di quanto aggressiva sia ormai a livello internazionale l’azione di propaganda promossa dalla potente lobby Lgbt, pronta ad attecchire ovunque. Con l’unica eccezione dei Paesi dichiaratamente islamici, quelli della sharia. Lì, improvvisamente, strilli ed urla hanno fine.

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