San Francesco d’Assisi, Chesterton e l’evoluzionismo

(di Maria Pia Ghislieri) Tra le disparate bandiere sotto cui si tenta di arruolare il Santo d’Assisi (da parte di pacifisti, ecologisti e quant’altro) v’è anche quella degli animalisti e degli evoluzionisti. A questo ennesimo tentativo di manipolazione culturale e spirituale  rispose già, con il suo sorprendente spirito profetico non meno che umoristico, Gilbert Keith Chesterton all’inizio del XX secolo nella sua biografia di san Francesco. Vi si legge: “S. Francesco non fu un amante della natura. Un amante della natura, propriamente inteso, è precisamente l’opposto di quanto egli fu. La frase implica l’accettazione dell’universo fisico come qualche cosa che vagamente ci circonda, una specie di panteismo sentimentale. Nel periodo romantico della letteratura, nel secolo di Byron e di Scott, era abbastanza facile immaginare che un eremita fra le rovine di una cappella – preferibilmente al chiar di luna – trovasse la pace e un mite piacere nell’armonia delle foreste austere e delle tacite stelle, mentre meditava, su qualche pergamena o volume illustrato, la natura della liturgia, di cui l’autore si mostrava vagamente informato.

L’eremita poteva amare la natura solo come sfondo mentre in questo senso niente esisteva per S. Francesco. Possiamo dire che alla sua mente non appariva altro sfondo che quella divina tenebra dalla quale l’amor divino aveva tratte, in vividi colori, ad una ad una, tutte le sue creature. Egli vide ogni cosa drammaticamente, staccata dalla sua posizione, non immobile come in un quadro, ma nel dinamismo della rappresentazione. Un uccello poteva fermarlo come lo avrebbe fatto un brigante; egli era pronto a dare il «benvenuto» al brigante come al cespuglio. In una parola noi parliamo d’un uomo che non scambia il bosco con gli alberi. S. Francesco non voleva vedere il bosco al posto degli alberi, ma gli era d’uopo considerare separatamente «ogni» albero come cosa sacra, come creatura di Dio e non pertanto fratello o sorella dell’uomo. (…) Questa è la qualità per cui, come poeta, egli fu perfettamente l’opposto di un panteista. Non disse sua «Madre» la natura, ma chiamò «Fratello» un determinato somaro, e «Sorella» una certa Passeretta. Se avesse chiamato la femmina del pellicano «sua zia» e un elefante «suo zio» – come avrebbe potuto fare – egli avrebbe voluto intendere che quelle erano creature particolari destinate dal loro Creatore a compiti speciali, e non semplice prodotto dell’evoluzione. E perciò il suo misticismo è così affine al buon senso di un fanciullo. Questi comprende facilmente che Dio creò il cane e il gatto, sebbene sia conscio che formare cane e gatto dal nulla è un processo misterioso al di là della sua immaginazione. Ma nessun fanciullo comprenderebbe il significato della riunione di cani, gatti ed ogni altra cosa intorno in un sol mostro dalle miriadi di gambe chiamato «natura». Il fanciullo rifiuterebbe assolutamente di assegnare capo e coda a simile tipo di animale”.

Altrove, con spettacolare intuizione anti-evoluzionista, aveva scritto: “…ciò che vediamo non è la pienezza dell’essere, tutto ciò che l’ente può essere. … le cose mutano perché non sono complete e la loro realtà si può spiegare soltanto come parte di qualcosa che è completo: Dio”. “Il difetto che noi scorgiamo in ciò che è è che non è tutto ciò che è”. Ed usa come spiegazione un’eloquente immagine: “…se l’erba cresce e appassisce, può solo voler dire che è parte di una cosa più grande, che è anche più reale; non che l’erba è meno reale di quanto sembri… se le cose ci ingannano è con l’essere più reali di quanto non sembrino… sono in potenza, non in atto: sono incompiute”. L’espressione: “Dio guardò tutte le cose e vide che erano buone” è la tesi che non vi sono cose cattive, ma solo usi cattivi delle cose. “Il diavolo non può rendere cattive le cose. Solo l’opera del cielo era materiale, l’opera dell’inferno è totalmente spirituale”.

Per comprender il pensiero, originale fino all’inverosimile, di Chesterton conviene risalire ad uno dei suoi capolavori, “Ortodossia”, in cui narra la sua conversione. Egli si paragona ad uno che navigando perde la bussola e crede, sbarcando, d’aver scoperto un continente nuovo e vi pianta la bandiera come terra di conquista ed esplorazione; ma scopre d’esser sbarcato là donde era partito! “Ho cercato, come tanti piccoli ragazzi, di precedere la mia epoca – scrive –, ma ho trovato che ero di diciannove secoli indietro … Ho cercato un’eresia di mia invenzione ed ho scoperto l’ortodossia. Ho cercato nei clubs anarchici e nei templi di Babilonia ciò che avrei potuto trovare nella parrocchia più vicina”.

Il suo tipico procedere per paradossi gli consente – e anche questo rientra nei suoi paradossi! –  una visione quanto mai unitaria dell’esistenza creata, del mondo, dell’uomo in relazione a Dio.

Chesterton, ad esempio, ama contemplare in una visione filosofica a teologica perfettamente armonica S. Francesco d’Assisi e S. Tommaso d’Aquino. “Entrambi erano stati in senso costruttivo la vera Riforma, che era un movimento di entusiasmo teologico ortodosso che si era dischiuso dall’interno della Chiesa”. S. Francesco e S. Tommaso “non portarono qualcosa di nuovo nel cristianesimo; al contrario, portarono il cristianesimo dentro la cristianità”. E continua con straordinaria ironia mista a giusto timore: “Chi non sale la montagna di Cristo cade nell’abisso di Buddha”. “Questi due Santi ci hanno salvato dallo spiritualismo: una fine spaventosa”. Verso cui siamo diretti, salvo il common sense – direbbe Chesterton – di ritornare all’unica divina Sorgente.

 

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