Riflesso nella vanità di Scalfari, il venerabile gesuita è insopportabile

 Riportiamo da Il Foglio (e pubblicato qui) questo articolo di Giuliano Ferrara. A dire il vero non avremmo mai voluto dare spazio ad una polemica che sembra ferire il cuore della Chiesa, ma l’aver – il Card. Martini – scelto come interlocutore di un dissenso dal magistero un giornale laicista come Repubblica, ci sembra un fatto grave, che ci addolora, e da cui vogliamo prendere le distanze.

Eugenio Scalfari spesso tira fuori il peggio dei suoi interlocutori, perché li sfida in una gara di narcisismo camuffata da emulazione intellettuale e morale, per giunta nobile. Accadde anche ieri in una conversazione su Repubblica con il cardinale Carlo Maria Martini, che ha deciso di passare questi anni venerabili alla ricerca non del giusto, del bello, del vero e del buono ma del consenso, comunque sia.

Da Scalfari Martini si è lasciato sgridare per aver scritto un libretto modesto, a quattro mani, con don Luigi Verzè, definito dal famoso moralista laico come “un personaggio di notevole intraprendenza”, che sarebbe una formale diminutio di persona non grata se non si attagliasse, la definizione, al suo stesso autore. Si è anche mediocremente giustificato, cosa che un principe della chiesa dovrebbe evitare di fare: per lavorare di penitenza, il confessionale giusto non è il lettorato di Repubblica. Martini ricorda spesso il vangelo, che sarebbe anche il suo mestiere. Sostiene che bisognerebbe smantellare la chiesa come istituzione, diplomazia e rocciosità della sede petrina prima di ogni altra cosa; tutto quello che non è spiritualità e pauperismo è istituzionalismo o residuo temporalista, deriva costantiniana, orrida alleanza con il potere. Bisognava fare Papa un pastore, non un teologo o un diplomatico, nell’ultimo conclave. E va bene. Abbiamo capito.

Ma è andata così, e sarà da farsene una ragione, se si voglia risultare persuasivi nel ragionare intorno alla chiesa di Benedetto XVI. Martini dimentica però di citare il vangelo in quel versetto che ci sembra di ricordare dedicato al matrimonio: l’uomo non disgiunga ciò che Dio ha unito. Il carattere sacramentale del matrimonio non interessa l’esegeta biblico fattosi pastore dei divorziati risposati, che vorrebbe addirittura dedicare un concilio non già alla vasta piaga sociologica e spirituale della distruzione della famiglia moderna attraverso il divorzio, l’aborto e altri ammennicoli del diavolo: no, Martini vuole fare un concilio per alleviare il disagio spirituale dei divorziati che si risposano e chiedono l’eucaristia, infatti il cardinale intuisce il numero sempre crescente dei peccatori (dal punto di vista della chiesa) e vuole ingurgitarli tutti come segni dei tempi, correzioni di un’etica cattolica cattiva in quanto formalistica e antirelativistica, numeri di un consenso decisivo per l’alleanza con il mondo com’è.

Già che c’è, Martini definisce la frequenza dei sacramenti, della messa e le vocazioni come “aspetti esterni, non sostanziali” della vita cristiana, che sarebbe solo e soltanto carità, e forse fede e speranza. A Martini, dice infine Scalfari, piace Scalfari, che è un “ateo perfetto”; a entrambi, dicono in coro Scalfari e Martini, dispiacciamo noi atei imperfetti, che manifestiamo liberamente, in nome di una ragione più larga e varia del razionalismo conformista, una certa ironica ma sincera devozione per la dottrina, l’annuncio e la liturgia cattoliche. Sinceramente, e gentilmente, ricambiamo.

di Giuliano Ferrara

Fonte: © Copyright Il Foglio, 19 giugno 2009 

Link: http://www.culturacattolica.it/?id=17&id_n=15362

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