Recensione Libraria: la riforma liturgica secondo Brian Moore

(di Fabrizio Cannone) Tante sono le critiche, e di varia natura, che la riforma liturgica post-conciliare ha portato con sé. Tra di esse spiccano quelle del cardinal Ratzinger, sia per la loro puntualità teologica, sia soprattutto per l’autorevolezza di colui che le ha pronunciate. L’espressione più forte l’allora Cardinal Ratzinger la usò nel 1992 introducendo un saggio di mons. Klaus Gamber: «la riforma liturgica non è stata una rianimazione, ma una devastazione».

Numerosi sono gli autori che hanno condiviso quest’affermazione, mai però, se non vado errato, la riforma liturgica e i suoi problemi, hanno dato luogo ad un romanzo storico come quello di Brian Moore, edito in edizione originale nel 1972, a soli 3 anni dalla promulgazione del Novus Ordo Missae (Cattolici, Lindau, Torino 2012, pp. 100, € 12) da cui è stato tratto un bellissimo film.

Lo scrittore cattolico irlandese immagina una Chiesa devastata dal modernismo a causa del Concilio Vaticano IV e di una riforma liturgica da strapazzo a cui si oppone, nel mondo intero, un unico convento di monaci, residenti in una sperduta isola irlandese, continuando la celebrazione more antiquo. Vista l’affluenza crescente di fedeli da ogni parte del mondo, i superiori dell’Ordine monastico, temendo l’inizio di una contro-rivoluzione cattolica, inviano un sacerdote, padre James Kinsella, per farli adeguare alla norma imposta da Roma.

Che cosa accadrà? Lo lascio scoprire al curioso lettore… Segnalo però da subito gli interessantissimi dialoghi tra i monaci (conservatori) e l’inviato (modernista) di Roma. Ad un certo punto, l’abate irlandese definisce così il problema di fondo, soggiacente alla stessa riforma della Messa: «L’ortodossia di ieri è (diventata) l’eresia di oggi» (p. 57).

Un altro monaco, che probabilmente esprime le posizioni dell’autore, spiega così le sue ragioni al Kinsella: «(…) vedete, è la cosa più normale che ci sia, non abbiamo fatto nulla perché iniziasse tutto questo, abbiamo continuato a dire la messa a Cahirciveen nel modo in cui lo abbiamo sempre fatto, nel modo in cui siamo stati educati a fare. La messa! La messa in latino, il sacerdote con le spalle rivolte ai fedeli affinché sia lui che i fedeli guardino l’altare dove c’è Dio. Offrire a Dio il sacrificio quotidiano della messa. Il pane e il vino che diventano il corpo e il sangue di Gesù Cristo, nel modo in cui Gesù disse ai suoi discepoli di fare durante l’Ultima Cena.

“Questo è il mio corpo e questo è il mio sangue. Fate questo in memoria di me”. Dio ha mandato suo Figlio per redimerci. Suo Figlio è venuto sulla terra ed è stato crocifisso a causa dei nostri peccati e la messa è la commemorazione della crocifissione, del sacrificio del corpo e del sangue di Gesù Cristo a causa dei nostri peccati. E la messa è detta in latino poiché il latino è la lingua della Chiesa, la Chiesa è una e universale, così il cattolico poteva andare in ogni chiesa del mondo, qui come a Timbuctu, o in Cina, e ascoltava la stessa messa, l’unica messa che c’era un tempo, la messa in latino. Che poi la messa fosse in latino e il popolo non parlasse il latino, questo era parte del mistero della messa, perché la messa non parlava al nostro vicino ma a Dio. Dio onnipotente!

Abbiamo fatto così per quasi duemila anni e in tutto questo tempo la chiesa è stata il luogo dove si stava tranquilli, rispettosi, era un posto silenzioso perché Dio era lì, Dio era sull’altare, nel tabernacolo, in forma di ostia e di calice di vino. Era la casa del Signore, dove ogni giorno si compiva il miracolo quotidiano. Dio veniva tra noi. Un mistero. All’opposto questa nuova messa non è un mistero, ma una barzelletta, una cantilena, non parla a Dio, parla al nostro vicino; è per questo che è in inglese, in tedesco, in cinese e in ogni altra lingua che la gente parla in chiesa. Dicono che è un simbolo, ma un simbolo di cosa? E’ uno spettacolo, ecco cos’è» (pp. 43-45). Non c’è altro da aggiungere. (Fabrizio Cannone)

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