Quando l’Oronte si riversa nel Tevere

Quando l’Oronte si riversa nel Tevere
FONTE IMMAGINE: Il Bo Live (https://ilbolive.unipd.it/)
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Forse è il momento di considerare il vero significato di quel che intendeva il poeta latino Giovenale quando diceva che l’Oronte (il fiume della Siria) si è riversato nel Tevere (Satire, III, 60-72). Cosa portano con sé i fiumi e i torrenti siriani nella Capitale, via porti mediterranei? È ancora valido l’approccio sistemico del Lodo Moro (1969), ovvero quel rapporto di scambio e di tacita collaborazione tra governi italiani e terrorismo di matrice palestinese per cui l’Italia si poneva come garante e lasciapassare dei flussi medio-orientali sul suo territorio, a patto di non perseguirli e di non esserne colpita?

La vera differenza tra la situazione odierna e quella di quasi cinquant’anni fa risiede in una graduazione qualitativa, di atmosfera. Mentre negli anni di Aldo Moro il sentimento filo-arabo non mostrava segni di antisemitismo, oggi le cose sono un po’ diverse. La direzione imposta dall’egemonia culturale comunista ha insufflato uno spirito filoarabo che diventa facilmente antisemitismo. Questo avviene su entrambe le sponde dell’Atlantico: ma in Italia, nella portaerei lanciata nel Mediterraneo, con gravami o eredità storiche venate di ambigue multiculturalità, che ci si ostina e ci si compiace di definire come “complesse”, il fenomeno assume una portata per certi versi insidiosa. Vediamo di capire.

Nel quadrante globale l’antiamericanismo e l’antioccidentalismo negli ultimi anni è stato incrementato esponenzialmente dall’uso dei droni. In un arco che spazia dallo Yemen all’Afghanistan, le operazioni degli Stati Uniti sono state condotte con droni che seguivano “anche” le indicazioni fornite da abitanti locali, ufficiali di collegamento medio-orientali i quali provavano un piacere perverso nell’indicare come obiettivi “reali” i loro innocenti connazionali (pensiamo, ad esempio all’aereo abbattuto dal regime iraniano con molti compatrioti a bordo). Se ad esse si aggiungono gli errori occidentali, il senso di impotenza delle popolazioni afflitte raggiunge soglie psicologicamente preoccupanti. Angelo M. Codevilla nel 2013 scrisse che: «Gli attacchi con i droni sono una tattica potente. Ma la strategia corretta dipende semmai dall’identificazione delle cause dei nostri problemi: chi e che cosa incoraggia e consente, e chi e che cosa scoraggia e limita gli attentatori? ».

Teniamo presente inoltre che ormai è entrato “gramscianamente” nel senso comune europeo e italiano un filo-arabismo senza distinguo, tutto sommato lontano dalla versione coltivata da intellettuali come Edward Said (1935-2003) o da leader terzomondisti come Franz Fanon (1925-1961). Questa disinformazione ha gioco facile nel dettare la linea ai media, sia online che della carta stampata, rappresentando una potenza di fuoco filopalestinese quasi inarrestabile. Ultimo arriva l’ONU con il suo avallo sociale, quasi filantropico, che ha rivelato il sotteso gioco di rapporti di forza di cui è preda l’organizzazione multilaterale di Antonio Guterres. Con sullo sfondo, il richiamo costante alle lotte della Decolonizzazione, con la maiuscola, la colpevolizzazione di Emmanuel Macron rincalzata dai fatti recenti in Sudan e Niger, l’immancabile Terzomondismo, la retorica sul sud globale non più così univocamente globalizzato. Il risultato? È sotto gli occhi di tutti: l’ormai cronico e insopportabile senso di colpa autoinflitto dell’Occidente, unito alla vittimizzazione da parte degli epigoni di chi ha subito la colonizzazione. Se non ci fa velo la teleologia della storia, è una sorta di discorso escatologico sulle «cose ultime»: i “dannati della terra” che riprendono il potere, ripagando i vecchi colonialisti per tutto il male fatto.

Basta sfogliare le news: canali libanesi che diffondono in Italia (come comunicato da L’espresso il 12 dicembre https://lespresso.it/c/mondo/2023/12/12/lassurdo-caso-della-tv-filo-hamas-che-trasmette-dallitalia/47481?utm_source=pocket-newtab-it-it), sondaggi presso la popolazione giovanile americana che restituiscono un filo-arabismo diffuso soprattutto tra i nati dopo il 2001 (https://news.gallup.com/poll/9418/personal-contact-affects-teen-views-muslims.aspx), difetti gravi e consistenti nella libera e oggettiva informazione sui social che rivelano tendenziosità molto pericolose (Time https://time.com/6342140/israel-hamas-war-social-media-flaws/). Sottotraccia vi è una pericolosa equazione tra occupazione israeliana e razzismo: «L’antisemitismo si è evoluto con un salto dialettico da togliere il fiato: ora viene veicolato attraverso il gergo dei diritti umani. È così che una schiera di liberali e progressisti – molti dei quali ebrei – sono stati sedotti a sostenere delle ONG che affermano di promuovere tali diritti, ma che in realtà portano avanti una visione razzista del popolo ebraico. Lo fanno individuando negli ebrei l’unico popolo che non partecipa al diritto universale all’autodeterminazione e, in Israele, l’unica nazione e Stato che non ha diritto di esistere» (così articola Tablet https://www.tabletmag.com/sections/news/articles/how-human-rights-advocates-became-antisemites).

Con questo torniamo al punto di partenza. Mentre ai tempi di Moro il filo-arabismo aveva una sua ragion d’essere peculiare, dovuta allo statuto di Machtstaat ovverosia Stato-potenza dell’Italia, oggi che senso ha, se non quello di sciocchezzaio delle idee “ricevute” in eredità, la retorica stentorea degli abbracci intra-mediterranei, dal momento che il sentimento filo-arabo si è ormai affermato a livello di omogeneizzazione culturale nel nostro Paese? Lascio volontariamente il punto interrogativo per non chiudere la domanda ma sollevare la questione.

Marco Rota ha scritto che «il “Lodo Moro” è un esempio adamantino di quell’insieme di accordi collusivi atti a indicare le connessioni tra lo Stato italiano e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina». Moro non ne fu l’ideatore, ma un prosecutore, nella linea del tempo della politica estera italiana. Ma la narrativa palestinese era una misura attiva della guerra psicologica del KGB, servizio protagonista della stagione degli estremismi destra/sinistra della Prima Guerra Fredda, così come dell’attentato a Papa Giovanni Paolo II, supportato dai servizi satelliti del Patto di Varsavia. Che erano bulgari, e lungo il confine con la Turchia, solo negli anni Settanta passarono armi per 300 milioni di dollari. La banalità di queste connessioni porta alla conclusione che senza la decisa promozione da parte dell’URSS ieri e della Cina e del suo fantoccio russo, oggi, il fenomeno del terrorismo come lo conosciamo non avrebbe le attuali proporzioni. Per rinfrescare la memoria, ricordiamo che il KGB di Andropov decise di plasmare la narrazione palestinese mutandola in una di tipo islamico: un’operazione di guerra dell’informazione per trasformare una serie di bugie e di falsi storici su Israele in odio da indirizzare verso lo Stato ebraico e il suo principale sostenitore, gli Stati Uniti. Per i sovietici, il mondo islamico non vedeva l’ora di rispecchiarsi in un progetto che avrebbe fatto leva sull’antisemitismo, il nazionalismo e il vittimismo musulmano. A riprova della pervicacia con cui questa narrazione filo-araba si è installata nell’industria culturale e nella società, basta aprire una recente esposizione che del Lodo Moro ha dato, per i tipi di Laterza, Valentine Lomellini (Il «lodo Moro». Terrorismo e ragion di Stato 1969 – 1986, Laterza 2022). La storica pare dare per buono, riportandolo senza commentare in nota, l’avallo dell’Unione Sovietica – per il tramite di Andropov stesso al Comitato centrale del partito in una minuta del 1975 – alla fornitura di armi ad Haddad a patto di evitare «atti terroristici palestinesi violenti e insensati» e spostando le operazioni da altri Paesi (leggi: Europa) «sul territorio di Israele» (IV, nota 93, che riporta il virgolettato dall’Archivio Bukovsky). E all’epoca Andropov era direttore del KGB.  Tutto torna.

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