PERSECUZIONI ANTICRISTIANE: il martirio dei cristiani in Pakistan

Il nuovo anno, iniziato nel segno della persecuzione, continua a registrare episodi di inaudita violenza verso le minoranze cristiane sparse nel mondo e particolarmente in Asia. La settimana scorsa in Pakistan, nella località di Rawalpindi, a pochi chilometri dalla capitale Islamabad, una famiglia cristiana che aveva rifiutato di apostatare e convertirsi all’Islam è stata punita da fondamentalisti islamici, tra cui il proprio datore di lavoro, in modo agghiacciante: il marito, autista, è stato arso vivo mentre la moglie, domestica, è stata stuprata davanti ai tre figli piccoli di età compresa tra i 7 e i 12 anni. Ancora più inquietanti i dettagli dell’accaduto secondo cui la polizia locale si sarebbe prestata al massacro accanendosi sulla povera donna mentre i bambini venivano costretti ad assistere alla scena.

Ricoverato in condizioni disperate all’ospedale (ustioni sull’80% del corpo) l’uomo, che si chiamava Arshed Masih ed aveva 38 anni, è morto dopo poche ore. La moglie, Martha Arshed, si trova invece tuttora in ospedale in grave stato di shock. Alla comunità cristiana, che voleva scendere in piazza per protestare contro il silenzio delle autorità governative e della stessa polizia che non intende perseguire i suoi funzionari che si sono macchiati del terribile reato, è stata impedita ogni manifestazione pubblica per motivi di sicurezza.

L’accaduto evidenzia una volta di più la drammatica situazione di sudditanza (talora di vera e propria schiavitù) a cui sono costretti i cristiani che lavorano presso le famiglie musulmane del Paese. Si tratta infatti del terzo episodio del genere dall’inizio dell’anno: a gennaio una ragazzina di 12 anni, Shazia Bashir, che lavorava ugualmente come domestica presso una famiglia musulmana era stata torturata, violentata e uccisa dal suo datore di lavoro, un ricco avvocato. Il 10 marzo un’altra ragazza che lavorava come domestica nel Punjab, Kiran George, era stata prima violentata e poi bruciata viva dal figlio del suo padrone musulmano. Secondo il “Christian Study Center”, un organismo che si occupa di monitorare la delicata situazione della Chiesa nel Paese, «i cristiani rischiano la pulizia etnica».

Da parte sua il Segretario della Conferenza Episcopale, padre John Shaker Nadeem, ha auspicato l’intervento della comunità internazionale denunciando le persistenti violazioni dei diritti umani e tratteggiando una situazione che appare di giorno in giorno sempre più disperata: «In Pakistan i cristiani soffrono e vedono la loro vita continuamente in pericolo. In alcune aree i credenti sono trattati come bestie, in condizioni di schiavitù, o sottoposti a vessazioni e violenze. C’è anche il fenomeno diffuso del rapimento di ragazze cristiane con minacce di morte alle famiglie più povere. Al rapimento seguono la conversione e il matrimonio forzati. È una piaga che molte Ong denunciano, nell’indifferenza delle istituzioni».

Tutto ciò accade ormai da mesi in un contesto sociale esplosivo che vede una crescente islamizzazione del Paese, la diffusione di gruppi fondamentalisti, un quadro normativo che consente discriminazioni e atti di persecuzione, nonché un governo debole sottoposto al continuo ricatto degli estremisti. A destare preoccupazione è in particolare la cd. “legge sulla blasfemia” (Sezione 295 B e C del Codice penale) introdotta nel 1986 dal dittatore Zia-ul-Haq per avere il consenso dei gruppi fondamentalisti e che punisce con l’ergastolo e la pena di morte chi profana il Corano o “diffama” il profeta Maometto. Dalla sua entrata in vigore sono state incriminate più di 1000 persone. I cristiani uccisi utilizzando a pretesto solo questa legge sarebbero – secondo i dati forniti dalla Commissione giustizia e pace della Chiesa cattolica pakistana – «almeno 50». L’agenzia missionaria AsiaNews, che informa quotidianamente sul martirio dei cristiani pakistani, aggiunge che «diversi giudici – su pressione delle folle, aizzati dai locali mullah – hanno comminato la pena di morte anche senza alcuna prova contro gli accusati».

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