PERSECUZIONI ANTICRISTIANE: gli USA riconoscono le violenze nel mondo

Anche quest’anno il Dipartimento di Stato americano ha pubblicato il Rapporto sulla libertà religiosa a livello internazionale, che fa eco a quello presentato dall’organizzazione Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) appena due settimane fa.

Si tratta di un documento che, raccogliendo gli studi dell’USCIRF (la Commissione USA per la libertà religiosa, un organismo indipendente bipartisan) offre dei dati ragionati Paese per Paese in un arco di tempo che va dal giugno 2009 al giugno 2010, evidenziando le discriminazioni sofferte in nome della fede in varie parti del mondo. L’autorevolezza del Rapporto è data naturalmente dalla stessa fonte “laica”, poiché se ACS è un’associazione comunque cattolica, il Dipartimento di Stato USA (alla cui guida c’è peraltro Hillary Clinton) è probabilmente quanto di meno religioso al mondo si possa immaginare in questo momento.

Tuttavia, le conclusioni dei laici americani sono straordinariamente simili a quelle di ACS. Si evidenziano chiaramente tre fronti di oppressione: un primo fronte dato dall’universo islamista in senso lato che imperversa in vaste zone dell’Africa, nell’area del Maghreb, quindi in Medioriente e anche in parte dell’Asia; un secondo fronte del radicalismo indù e perfino buddista, sempre in Asia; infine, un terzo fronte governato dall’ideologia socialcomunista che riemege (soprattutto in Estremo Oriente, ma anche in Sudamerica).

Il Rapporto, che privilegia un metodo di osservazione empirico che non lascia spazio a opinioni, ha il merito di elencare dei fatti oggettivi e di fare dei nomi suddividendo questo “neo-impero del male” in due gruppi. Un primo gruppo, chiamato CPC group (acronimo di Countries of Particular Concern) presenta appunto quei Paesi in cui lo stato di libertà religiosa a livello sociale desta «particolare preoccupazione». Fanno parte di questo gruppo: Arabia Saudita, Birmania, Cina, Corea del Nord, Eritrea, Iran, Iraq, Nigeria, Pakistan, Sudan, Turkmenistan, Uzbekistan e Vietnam. C’è poi un secondo gruppo, chiamato Watch List, che comprende invece tutti quei Paesi che vanno tenuti “sotto osservazione”, in quanto la situazione dei credenti è giunta ormai al limite della soglia di allerta. Tra questi ci sono: Afghanistan, Bielorussia, Cuba, Egitto, India, Indonesia, Laos, Russia, Somalia, Tajikistan, Turchia e Venezuela.

A questi dati, abbondantemente circostanziati, si aggiungono poi le drammatiche notizie degli ultimi giorni che hanno visto l’assassinio di cinque cristiani in Iraq e altri centinaia in fuga, due donne cristiane sotto processo in Pakistan per aver espresso un’opinione su Maometto (rischiano ora la pena di morte) e altri due afghani in carcere per essersi convertiti dall’Islam al Cristianesimo, che rischiano ugualmente la condanna a morte per “apostasia”. Ne deriva che, come hanno già messo in luce in precedenza altre autorità a livello internazionale, oggi il Cristianesimo è la religione più perseguitata al mondo (cfr. “Corrispondenza romana” n. 1161 del 9 ottobre 2010). Il 75% delle discriminazioni religiose infatti colpiscono proprio i seguaci di Cristo: espresso in numeri significa che circa 200 milioni di persone non sono libere di annunciare pubblicamente il Vangelo o, se lo fanno, vanno incontro a conseguenze terrificanti: le donne stuprate (India e Pakistan), gli uomini bruciati vivi (ancora Pakistan), i ragazzi rapiti e seviziati (Cina ed Egitto), i religiosi o i sacerdoti torturati in carcere o assassinati brutalmente, fosse pure in Chiesa (ancora Cina, India, Iraq e Vietnam).

Il quadro delinea una situazione di ghettizzazione e violenze diffuse e ripetute che non verrebbe tollerata per nessun altro gruppo religioso al mondo e invece non suscita scandalo solo nei confronti del Cristianesimo, aggiungendo così ingiustizia ad ingiustizia.

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