Nome: wahhabismo, luogo: Arabia Saudita, professione: terrore

ArabiaIl Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, dando un ultimo saluto al re dell’Arabia Saudita, Abdullah bin Abdulaziz, ha sottolineato il suo «contributo durevole alla ricerca della pace nella regione araba». Ma è proprio così?

No, secondo il dottor Yousaf Butt, ex-consulente del British American Security Information Council e direttore del Cultural Intelligence Institute. Lui, a the Huffington Post, ha parlato chiaro. Molto chiaro. E ha detto, senza giri di parole, che l’origine della violenza islamica sarebbe da ricercarsi proprio nella stirpe wahhabita, con epicentro l’Arabia Saudita. Con cui, a suo giudizio, sarebbe necessario confrontarsi, per por voglia por fine agli attacchi fino ad oggi registrati: «Da decenni i Sauditi hanno abbondantemente finanziato la diffusione all’estero dello wahabismo in varie nazioni musulmane povere del mondo – ha dichiarato – si parla di almeno 100 miliardi di dollari solo negli ultimi trent’anni». Al confronto sarebbero un’inezia anche i sovietici, «che investirono per diffondere l’ideologia comunista nel mondo soltanto 7 miliardi nei 70 anni, che intercorrono tra il 1921 ed il 1991. Pur sapendolo, le potenze occidentali continuano a coccolarsi i sauditi o, al massimo, si limitano a protestare caso per caso, ma molto docilmente».

Tutti questi soldi vengono utilizzati per costruire e rendere operative moschee e madrasse, dove si predica il wahhabismo radicale; ma servono anche per la formazione degli imam, per la “sensibilizzazione” dei media e dell’editoria (a suon di dollari o euro), per la distribuzione di libri di testo wahhabiti, per dotare università e centri culturali del necessario. Wikileaks citò l’allora Segretario di Stato, Hillary Clinton, che avrebbe dichiarato: «Le offerte dell’Arabia Saudita costituiscono la principale fonte di finanziamento per gruppi terroristici sunniti in tutto il mondo. C’è ancora molto da fare in quanto questo Paese resta una base fondamentale del sostegno finanziario ad al-Qaeda, ai talebani e ad altri gruppi terroristici». E, oltre agli Emirati Arabi, sulla stessa strada si pongono anche Qatar e Kuwait. Dai tempi della Clinton ad oggi, la situazione è tutt’altro che migliorata: a venir diffusa, è un’ideologia di odio verso cristiani, ebrei, sciiti, sufi, musulmani sunniti che non seguono la dottrina wahhabita. E poi ancora contro indù, atei ed altri ancora.

Certo, inizialmente vi fu una certa complicità tra Stati Uniti e Pakistan, per contrastare l’invasione sovietica dell’Afghanistan: migliaia di jihadisti volontari dall’Arabia Saudita e da altri Paesi arabi si recarono a combattere a fianco dei mujaheddin. Ma, alla fine dell’anno scorso, è stato il Vicepresidente Usa Biden a far scalpore con un intervento ben poco diplomatico, però sincero, fatto al Kennedy School of Government di Harvard: «I nostri alleati nella regione erano anche il nostro problema in Siria – ha dichiarato – I turchi sono stati grandi amici e i Sauditi, gli Emirati,… Hanno versato centinaia di milioni di dollari e decine di tonnellate di armi a quanti combattessero Assad. Erano al-Nusra e al-Qaeda e gli jihadisti provenienti da altre parti del mondo». Molti fondi sono transitati e transitano attraverso sigle caritative e non-militari. Diretti anche in Pakistan, Indonesia, Filippine, Malesia, Thailandia, India ed in parte dell’Africa. La povertà dilagante per le strade in questi Paesi viene sfruttata come luogo in cui più facilmente far attecchire il credo terroristico. Vengono arruolati tutti, bambini compresi.

L’apposita Commissione del Congresso Usa, nel rapporto di 28 pagine redatto a proposito dell’11 settembre, ha puntato sempre di più il dito contro l’Arabia Saudita, considerandola senza mezzi termini il «principale finanziatore» dei dirottatori. Tra gli autori di tale documento v’è l’ex-senatore della Florida, Bob Graham, che è stato estremamente esplicito: «L’Arabia Saudita non si è fermata nella propria opera di diffusione del wahabismo. E l’Isis è un prodotto proprio degli ideali sauditi, del denaro saudita e del supporto organizzativo saudita, sebbene ora l’Arabia abbia la pretesa di presentarsi come anti-Isis per eccellenza». Si ritiene che 2.500 sauditi siano entrati o stiano per entrare nelle fila di tale organizzazione terroristica islamica.

Ora l’Occidente può però ancora fare qualcosa, senza perder ulteriore tempo, spiega Yousaf Butt: può smetterla di sostenere i tiranni del Medio Oriente e può minacciare il Casato di Saud di non acquistare più petrolio da loro. «Certo, mentre la Francia piange i suoi vignettisti ed i suoi poliziotti, il suo governo è impegnato a firmare commesse militari e nucleari del valore di miliardi con i Sauditi. Se continuiamo su questa strada, la guerra potrebbe essere realmente senza fine», afferma l’ex-consulente del British American Security Information Council. Una prospettiva certamente non entusiasmante…

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