Media: dalla meditazione ai social, le anime nel mirino

MenteDentro i nostri computer, dentro le nostre menti, dentro le nostre anime. E’ lì che ormai puntano le nuove tecnologie. L’attacco multimediale è totale e non si accontenta più di condizionare le masse od orientare i consumi. Vuole controllare i nostri stati d’animo, le nostre emozioni. E “guidarle” con precise tecniche di meditazione, che evidentemente nulla hanno a che vedere con le buone pratiche di devozione cattolica o coi Santi Rosari, per natura loro lontani anni luce da tutto questo: «Ad una preghiera autenticamente cristiana – si legge nella Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica su alcuni aspetti della meditazione cristiana, scritta il 15 ottobre 1989 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede ed approvata da Giovanni Paolo II – è essenziale l’incontro di due libertà, quella infinita di Dio con quella finita dell’uomo». Non è il caso di macchine come «Meditazione con Muse», presentata dalla ditta produttrice come l’aggiornamento «interessante» di un’applicazione, che, in realtà, pare più che altro inquietante, nonostante il prezzo popolare e la pubblicità ammiccante.

Basta connettere il cellulare ad una sorta di archetto regolabile flessibile calcato sul capo ed il gioco è fatto. Ma quale gioco? Sette sensori rilevano il battito cardiaco, mentre altri tre misurano l’attività del cervello. Per quale motivo? Per «aiutare a capire come funzioni la nostra mente, fornire le basi della meditazione e suggerirne una pratica quotidiana». L’apparecchio è stato progettato per rendere tale pratica un’abitudine, anche tramite «sfide motivazionali, gratificazioni» ed “incoraggiamenti”.

Gli esercizi sarebbero stati messi a punto con l’aiuto di «maestri» del settore: all’utente vengono proposte dieci sessioni di allenamento guidato con vere e proprie tecniche per studiare la postura, leggere le onde cerebrali, cogliere i momenti di stress, di disagio o di distrazione e, tramite effetti sintetizzati, offrire suggestioni ovvero «paesaggi sonori» – come deserto, sabbia, vento, cinguettii -, per indurre uno stato di «rilassamento, di profondo riposo, in grado di modificare le risposte fisiologiche ed emotive» dovute a tensione e nervosismo, rilassando i muscoli e rallentando respirazione, metabolismo, battito cardiaco e pressione.

La casa produttrice promette di ridurre l’ansia e migliorare l’umore, stimolando la materia grigia del cervello e consentendo una migliore capacità di recupero. Vuole che la macchina ci faccia sorridere o, quanto meno, esser sereni. E, per questo, garantisce anche che è stata testata e certificata in conformità alle norme canadese, statunitense ed europea. Quanto al funzionamento, probabilmente; ma, a far problema, sono le modalità ed i contenuti. Nella citata Lettera, la Congregazione per la Dottrina della Fede messe espressamente in guardia da «tecniche impersonali o incentrate sull’io, capaci di produrre automatismi nei quali l’orante resta prigioniero di uno spiritualismo intimista, incapace di un’apertura libera al Dio trascendente». Si tratta di un esplicito no ai comportamenti indotti, insomma; quali quelli cui tali apparecchi vorrebbero abituarci.

Ma il fronte dell’attacco tecnologico sferrato alle coscienze è molto più ampio e pesca ampiamente ed in vari modi dai social network. Le Authority per la protezione dei dati di Belgio, Spagna, Francia, Amburgo e Paesi Bassi han detto chiaramente di non poterne più di Facebook, cui hanno intimato di dar esecuzione immediata alla sentenza, con cui lo scorso 9 novembre, in primo grado, il tribunale di Bruxelles ha condannato la società di Zuckerberg ad interrompere la raccolta dei dati di navigazione degli internauti, “rincorrendoli” anche out line, facendo uso da almeno cinque anni di particolari cookies, come quello denominato “Datr”. Ma il verdetto e la relativa multa da 250 mila euro al giorno non sembrano aver spaventato più di tanto l’imputato, che ha definito «sicuri» i propri sistemi ed è quindi andato avanti per la propria strada, infischiandosene di moniti e veti. Anzi, ha preannunciato di voler presentare ricorso, proseguendo, nel frattempo, le proprie scorribande virtuali, benché si trovi ormai nel mirino delle Authority europee, riunitesi in Gruppi di Contatto, dagli inizi del 2015, quando furono avviate le prime indagini.

Ma in Germania i social network sono nel mirino anche per un’altra, grave ragione: Facebook, Twitter, Google Plus ed altri sono divenuti, ormai, involontarie casse di risonanza di contenuti pornografici: una sorta di favoreggiamento della prostituzione on line, come afferma la tedesca KJM, Commissione per la tutela della gioventù sui media, che evidenzia la diffusione di pubblicità palesemente in contrasto con gli interessi dei minori. L’organismo istituzionale ne ha parlato esplicitamente nell’ultimo numero del suo bollettino.

Negli Stati Uniti la questione è nota da tempo: qui nel mirino sono finiti, in particolare, Twitter e Tumblr, pieni zeppi di simili contenuti, tanto da spingere entrambe le società a lamentare danni d’immagine e forti perdite associate ai ricavi pubblicitari, proprio a causa del proliferare di account di prostitute e di porno-attrici (fonte: Corrispondenza Romana).

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