Le vittime dei divorzi

(di Gianfranco Amato) Storia di ordinaria follia tra due ex coniugi ai ferri corti. Questa volta è accaduto negli Stati Uniti, precisamente a Knoxville nel Tennessee, e ha avuto come protagonisti Stephanie e Stephen Miller, una coppia unita ormai solo dal nome di battesimo. La vittima, invece, è il figlio dodicenne, oggetto di una disputa ai limiti del surreale. Tutto nasce, infatti, il giorno in cui la madre Stephanie decide di accondiscendere al desiderio del proprio figlio di farsi battezzare.

La cerimonia si svolge regolarmente presso la Grace Baptist Church alla presenza di entrambi i genitori. Subito dopo, però, il padre del ragazzo, che non era stato consultato nella decisione del battesimo, intravede nel suo mancato coinvolgimento una palese violazione del Permanet Parenting Plan, ovvero l’atto in cui sono contemplate gli accordi sulle condizioni del divorzio, omologate dall’autorità giudiziaria.

L’ordine della Corte era chiaro: qualunque decisione in merito all’educazione del figlio, compresa la formazione religiosa, avrebbe dovuto essere assunta consensualmente da entrambi i genitori o, in caso di divergenze, attraverso l’opera di un «mediator». A nulla vale, ovviamene, il fatto che il figlio, per quanto minore, avesse espresso il vivo desiderio di ricevere il sacramento del battesimo. Stephen Miller decide quindi di far valere i propri diritti e ricorrere all’autorità giudiziaria, con il bel risultato di far subire alla madre del ragazzo l’onta della prigione.

L’inflessibile giudice Bill Swann del Knox County Circuit Court, infatti, una volta accertata la violazione del Permanent Parenting Plan da parte della ex moglie di Stephen Miller, ne ordina l’arresto in aula per il reato di «contempt of court», ovvero per non aver adempiuto a quanto ordinato dal magistrato nelle condizioni di divorzio. La scena si svolge davanti allo sguardo compiaciuto dell’ex marito e agli occhi impauriti del povero dodicenne, sbalordito per ciò che è costretto ad osservare. Un’allucinante anticipazione di quanto assurdo possa essere il bislacco mondo degli adulti. Giudice compreso.

Il devastante impatto psicologico che quell’indecoroso spettacolo pirandelliano avrebbe potuto determinare nel ragazzino, non è stato minimamente preso in considerazione da nessuno dei protagonisti. Giudice compreso. Anzi proprio quest’ultimo è apparso infastidito dall’obiezione del legale della madre, l’avvocato J. Terry Holland, secondo cui il ragazzo aveva consapevolmente espresso il desiderio di essere battezzato e che, sebbene minorenne, aveva comunque una piena capacità di decidere circa «la sua personale relazione con l’entità che lui chiama Dio».

Il Giudice Swann sul punto è stato categorico: «I desideri del ragazzo non c’entrano nulla, si tratta semplicemente di stabilire se vi sia stata o meno la violazione di un contratto; e in questo caso la corte ha decisione che una violazione è stata perpetrata». Di fronte al rilievo dell’avvocato Holland circa il fatto che l’arresto della madre avrebbe potuto causare «effetti distruttivi» nella psiche del ragazzo, il Giudice non ha battuto ciglio: «A volte la Corte deve assumere decisioni spiacevoli per far valere gli effetti giuridici di un contratto». Dura lex sed lex.

Questa assurda vicenda meriterebbe un posto d’onore nel museo dei paradossi chestertoniani. Una storia davvero degna della caustica penna dello scrittore di Beaconsfield. Chissà cosa avrebbe pensato Chesterton dei personaggi di questo racconto reale. Sicuramente sappiamo cosa avrebbe risposto al Giudice Swann. Basta leggere La superstizione del divorzio, una splendida opera scritta e pubblicata nel 1920, prima della sua conversione al cattolicesimo avvenuta nel 1922. «L’amore di un uomo e di una donna», scriveva infatti Chesterton, «non è un’istituzione che possa essere abolita, o un contratto da potersi rescindere.

È qualcosa più antico di tutte le istituzioni e di tutti i contratti; e che certamente sopravvivrà loro». E se qualcuno obiettasse che, invece, il matrimonio oggi è in profonda crisi, Chesterton probabilmente risponderebbe così: «Non credo proprio, vista l’ostinata insistenza con cui persino gli omosessuali lo pretendono per sé».

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