L’attentato di Brindisi. Tanta retorica e tanta cecità

(di Paolo Deotto su Riscossa Cristina del 22-05-2012) La morte è una cosa seria, tanto più quando muore una giovane innocente, in un atroce attentato. Purtroppo in questo nostro strano Paese si riesce a utilizzare anche una cosa seria per esibizioni gratuite e vuote, non riuscendo in compenso ad andare alla vera radice dei mali.

Il funerale della giovane Melissa Bassi, vittima dell’attentato di Brindisi, è stato occasione per una passerella di Loden + Ministra Giustizia + Ministra Interni + 2 Procuratori impegnati a litigare tra loro + Procuratore nazionale antimafia. Per l’ennesima volta si è persa un’ottima occasione per tacere, non foss’altro per rispetto di fronte alla morte, e tanto più è cosa buona il silenzio quando non si ha niente da dire. Certo, abbiamo sentito le solite ovvietà quali “la risposta dello Stato”, “la fermezza”, “la vigilanza”, nonché l’immancabile “risposta forte e chiara della città”.

Ci mancherebbe altro: c’è bisogno di scomodare un Capo del governo (si fa per dire, ma per ora a Palazzo Chigi c’è lui…) e due ministre per dire che lo Stato indagherà per trovare i colpevoli? Ci rendiamo conto che siamo ai confini del ridicolo, quando membri del Governo (vero o presunto, per ora disgraziatamente non ne abbiamo un altro) si preoccupano di dire che le autorità faranno, né più né meno, il loro dovere? Per inciso, la prima meravigliosa dimostrazione di “presenza forte” dello Stato l’hanno data due procuratori della repubblica, ansiosi di accaparrarsi entrambi la notorietà che deriverà da questa inchiesta. Transeat.

La fiducia nella giustizia è talmente bassa, che non saranno certo questi episodi da ringhiera a peggiorarla. Ma il vero problema è un altro. Le indagini andranno avanti, e tutti possiamo solo sperare che il delinquente che ha piazzato l’ordigno finisca i suoi giorni in galera. Speriamo solo di avere poche conferenze-stampa ed esibizioni di magistrati, e tanto lavoro investigativo. Il vero problema è che nulla ci garantisce che queste atrocità non si ripetano.

L’attentato di Brindisi non è certo opera di organizzazioni criminali, o di bande terroristiche (criminali anche loro). Queste congreghe di delinquenti dispongono di armi ed esplosivi, non hanno certo bisogno di confezionare uno strano ordigno artigianale con bombole di gas. È più che probabile che questo attentato sia opera di un singolo criminale, di un personaggio che probabilmente in Paesi, come gli Stati Uniti, dove armarsi è estremamente facile, si sarebbe messo a sparar raffiche sugli studenti, e che in Italia, dove il commercio delle armi è sottoposto a rigorosi controlli in regime autorizzativo, si è “ingegnato” a costruire una bomba casalinga, ma non per questo meno micidiale. Un uomo che forse è come tutti gli altri, ma a cui un certo giorno qualcosa si rompe dentro, e va ad uccidere. Ma è perfettamente inutile, per tranquillizzarsi definirlo “pazzo”.

Proprio oggi, singolare coincidenza, una nuova perizia psichiatrica dice che Anders Behring Breivik, che a Oslo uccise 77 persone, è sano di mente.  A Firenze nel mese di dicembre (ricordate?), Gianluca Casseri uccise due senegalesi, ne ferì altri tre, poi si tolse la vita. “Era un matto” si disse; molto tranquillizzante. Il nostro Pucci Cipriani scriveva (e ben argomentava): “Non era un folle, ha scelto il male consapevolmente”.

È passata quasi sotto silenzio la tragedia di Brescia, “schiacciata” nelle cronache tra l’attentato di Brindisi e il terremoto che ha colpito l’Emilia. A Brescia un uomo ha gettato dalla finestra i figli, di 14 mesi e di 4 anni, causandone la morte, e poi si è ucciso, gettandosi a sua volta nel vuoto. “Gesto di un folle”. Tutti matti, gli assassini. Noi, i sani, non faremo mai cose simili.

Ma poiché il male fa paura, per esorcizzarlo, visto che la religione è cosa da nonnette e da oscurantisti, si organizzano alcune para liturgie “laiche”: fiaccolate, treni della legalità, carovane della legalità, concorsi sulla legalità. Ragazzi, bisogna rispettare la legge! E i giovani rispondono “con fermezza” e scrivono anche dei bei temi contro la mafia. Tutto il teatrino dura fino alla prossima atrocità, alla quale seguirà immancabilmente la risposta ferma della popolazione, l’impegno dello Stato, eccetera, eccetera. Quante balle!

Non è pazzo Breivik, come non erano pazzi Gianluca Casseri o lo sciagurato padre di Brescia, come non è pazzo l’ignoto criminale che ha fatto scoppiare a Brindisi l’ordigno infernale. Tutti questi personaggi non sono pazzi: sono solo un po’ più avanti degli altri su una strada di follia così generalizzata da essere ormai la norma.

È una pazzia istituzionalizzata, che ha radici lontane, che affondano nel crimine di Enrico VIII che fa decapitare San Tommaso Moro; nelle farneticazioni di Martin Lutero, che si erge a giudice dei rapporti tra uomo e Dio; nelle follie dell’illuminismo e della rivoluzione francese, che costruiscono l’uomo nuovo, liberato dai vincoli della religione previo bagno di sangue; nella disumanità del nazismo e del comunismo, che costruiscono l’uomo nuovo uccidendo decime di milioni di uomini; nella statolatria, figlia del relativismo, che riduce la democrazia a una dittatura folle, come già ammonì il grande Pio XII, condannando “quella corruzione che attribuisce alla legislazione dello stato un potere senza freni né limiti e che fa del regime democratico, nonostante le contrarie ma vane apparenze, un puro e semplice sistema di assolutismo” (dal radiomessaggio del Natale 1944). La fine più ovvia del relativismo è il nichilismo: la morte.

L’uomo che ha voluto abbandonare Dio, che ha voluto costruire delle istituzioni attribuendo ad esse un potere soprannaturale e indiscutibile, che ha voluto gettar via la legge naturale che Dio ha inciso nel cuore di tutti, quell’uomo è ora quasi al termine della sua strada. La Società che ha costruito genera sempre più mostri. Mostri, sì, ma coerenti con la logica illogica di una società pazza alla radice.

Se l’uomo non ritroverà Dio, se le istituzioni dello Stato non torneranno ad essere le regolatrici della vita quotidiana nel rispetto assoluto della legge naturale, i fatti orribili di Brescia, di Brindisi, di Oslo, di tante altre parti del mondo dove abbiamo visto stragi apparentemente assurde, si ripeteranno. La morte diviene l’ultimo idolo, dopo che tutti gli altri si sono via via consumati.

Con quale spudorata ipocrisia si può parlare di “legalità”, quando le leggi naturali che preesistono allo Stato vengono stracciate, e al loro posto si mettono leggi omicide e sciagurate? Vogliamo renderci conto che si è distrutta la moralità di intere generazioni, legiferando in modo iniquo, e ora si paga la inevitabile coincidenza di “legale” e “giusto” che viene inevitabilmente fatta nella comune mentalità? Uno Stato che ha dichiarato legittimo uccidere, fin qui, oltre cinque milioni dei suoi figli ora viene a scandalizzarsi? Non è forse lo stesso Stato che con tutta probabilità legittimerà quanto prima anche l’eutanasia?

E allora, chi è più colpevole: l’ignoto omicida di Brindisi o il medico che fa il commesso viaggiatore della morte, andando di ospedale in ospedale a praticare aborti? Se al medico è lecito uccidere, perchè il criminale dovrebbe avere ripensamenti? E non è che un esempio. Aborto eutanasia, distruzione della famiglia, esaltazione delle perversioni: tutte corsie preferenziali per la morte, con il timbro “legale”.

È perfettamente inutile e un tantino grottesco fare le lacrime da coccodrillo. Lo Stato “laico” sta raccogliendo i frutti di quanto ha seminato. Invece di tante cerimonie pagane di esorcizzazione collettiva, con cortei, fiaccole, treni, pullman, e solita mercanzia, con inevitabile contorno di frasi retoriche, dobbiamo tornare a usare la ragione, a riconoscere la nostra condizione di creature, a riconoscere la legge che il Creatore ci ha dato. Altrimenti, ne riparleremo alla prossima inevitabile e assolutamente logica strage.

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