La virtù della moderazione e la trappola del moderatismo. Il pendolo della politica italiana

(di Roberto de Mattei su Radici Cristiane n. 67) Mentre l’era politica di Silvio Berlusconi sembra volgere al declino, il futuro dell’Italia appare più che mai incerto, sullo sfondo di uno scenario internazionale dominato anch’esso dalla confusione e dalla instabilità.

Non manca, in questa situazione, chi coltiva il sogno di riunire i cattolici e il centro “moderato” in nuova “Democrazia Cristiana”, che dell’antica riprenda lo spirito e il metodo politico.

L’appello che viene lanciato è psicologico, più che politico o culturale. La parola centro evoca infatti l’idea di moderazione e di equilibrio, contro ogni forma di eccesso e di intemperanza, pubblica o privata che sia.

In effetti, la moderazione, quando è vera, è la prima virtù dell’uomo politico. Essa non è diversa dalla prudenza, che è la capacità strategica di raggiungere, con i giusti mezzi, il fine ultimo che ci si prefigge.

Altra cosa è il “moderatismo”, che è invece il rifiuto dei grandi obiettivi politici e culturali, in nome di un pragmatismo che mira solo alla conquista e alla conservazione del potere. Chi si ispira a questa pratica di vita, paventa l’affermazione chiara dei princìpi, che definisce “estremismo”. La verità gli sembra un eccesso, come del resto l’errore.

Il moderatismo non ha niente a che fare con la moderazione, che è una virtù ai suoi antipodi, perché presuppone la stabilità dei princìpi e la coerenza dei fini. L’uomo della strada, da parte sua, cerca, giustamente, la tranquillità e crede di trovarla nel centro, dimenticando però che non c’è vera pace e tranquillità al di fuori dell’ordine supremo dei princìpi e dei fini.

Ciò che caratterizza la storia del centro, in tutto il mondo, è proprio la rinuncia ai grandi princìpi politici e ideali, in nome di parole-talismano di volta in volta variabili quali, oggi, “unità nazionale”, “stato di necessità” o di “stato di emergenza”.  Il risultato è sempre stato quello di trasbordare verso sinistra la massa dei moderati e degli indecisi, attraverso la politica dei cedimenti e dei compromessi.

In Italia, in questo dopoguerra, lo spazio politico di centro è stato occupato da un partito cattolico che si è fatto scudo dei valori, ma ha più spesso cercato gli interessi: personali e di parte.

Nel 1948, la neonata Democrazia Cristiana chiamò a raccolta il Paese per impedire che l’Italia cadesse nelle mani dei comunisti. Il popolo raccolse l’appello e innalzò una “diga” contro il Fronte Popolare, affidando il governo alla nuova classe dirigente centrista.
La DC raccolse i voti dell’elettorato cattolico e anticomunista, ma perseguì una politica di progressiva apertura verso la Sinistra, prima socialista, poi comunista. Tale tentativo venne condotto in nome della “modernizzazione”, considerata sinonimo di quella laicizzazione della società italiana che Gramsci aveva teorizzato e che i leader del PCI, da Togliatti in poi, rivendicarono e promossero.

Al modello della Civiltà cristiana, la Democrazia Cristiana sostituì quello di una democrazia laica e secolarizzata, rinunciando «alla sua specificità ideologica e programmatica», come rivendicò nel 1992 l’allora Presidente della Repubblica Cossiga, nel ricordare che le leggi sul divorzio e sull’aborto erano state firmate da capi di Stato e ministri democristiani.
Se la Sinistra non andò al governo, con Berlinguer e con Occhetto, non lo si dovette ai vertici del centro, ma alla sua base elettorale, riluttante a seguire i propri rappresentanti nell’itinerario verso un compromesso suicida.

Chi rimpiange la Democrazia Cristiana, dimentica che essa, nella sua storia, non difese mai il patrimonio culturale e ideale dei cattolici, ma preferì rappresentare, sul piano pragmatico, la gestione dei loro interessi. Questa carenza ideale è all’origine del suo itinerario di autodistruzione. Il centro è stato il luogo in cui i valori e i diritti sono stati calpestati, a cominciare da quello primordiale alla vita, negato, nel 1978, da una legalizzazione infanticida, che continua a mietere le sue vittime innocenti.

La mentalità centrista degli uomini politici democristiani contagiò, purtroppo, alcuni ambienti ecclesiastici italiani, al punto che quando la DC scomparve, personalità anche autorevoli, pretesero assumere un ruolo di “supplenza politica”, avocando a sé il ruolo che era stato del partito cattolico.
La politica, che è sempre stata una passione degli italiani, è anche il male oscuro della nostra classe ecclesiastica. Ancor oggi molti sacerdoti preferiscono parlare di lotta alla criminalità organizzata e all’evasione fiscale, piuttosto che dei “Novissimi”, relegati tra le verità dimenticate.

Temi delicati come la legge 40 o il biotestamento sono stati trattati da molti prelati e politici cattolici non alla luce dei principi della dottrina cattolica, ma di un tatticismo destinato a trasformare in devastanti sconfitte le apparenti vittorie. Il centro, scomparso come luogo politico, è sopravissuto come disposizione psicologica a un machiavellismo assai poco evangelico.

Il grande merito di Berlusconi, nel 1994, è stato quello di smontare la “gioiosa macchina da guerra” della sinistra e di aprire una nuova epoca “bipolare” sulle rovine del centro. Ma se il Presidente del Consiglio ha una colpa, è proprio quella di non di aver abbandonato la filosofia centrista, impedendo che accanto al bipolarismo politico si sviluppasse nel Paese un altrettanto netto bipolarismo culturale.

Nessuno avrebbe preteso, naturalmente, che il PdL fosse divenuto un partito “confessionale”: ma ci si sarebbe aspettati che fosse almeno favorita, al suo interno, la presenza di una componente cattolica intransigente e senza compromessi sul piano dei princìpi. Così non è stato.

Quando i giornali di centro-destra hanno appoggiato gli intellettuali cattolici nelle loro battaglie, lo hanno fatto in nome della libertà di pensiero, mai per i contenuti di questo stesso pensiero. Ciò non toglie che il popolo cattolico di centro resti una grande risorsa per l’Italia.

La Chiesa non si pronuncia sulle scelte contingenti di carattere politico dei cittadini, lasciando ampia libertà di scelta per quanto riguarda i modi e le forme del loro intervento civile. Esiste però quella che Leone XIII definì la “filosofia del Vangelo” e che i suoi successori, fino al Pontefice attualmente regnante, hanno indicato come “dottrina sociale” dei cattolici. Radici Cristiane non intende fare politica, né schierarsi a favore di alcun partito, ma continuerà a difendere questo immutabile Magistero sociale.

La Chiesa ha infatti una missione pubblica e la sua autorità non si limita alle sole cose religiose, ma si estende «alle regole primordiali di ogni vita sociale» (Giovanni Paolo II, Veritatis splendor n. 97). «La vita sociale nella verità delle sue forme e nella misura in cui è conforme alla legge divina, costituisce un riflesso della gloria di Dio nel mondo» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione del 22 marzo 1986, n. 33). (di Roberto de Mattei su Radici Cristiane n. 67)

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