La minaccia dell’atomica iraniana

La minaccia dell’atomica iraniana
FONTE IMMAGINE: Quotidiano Nazionale (https://www.quotidiano.net/)
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L’attacco ad Israele del 13 aprile è stato lanciato dall’Iran con ampio preavviso e con intento dimostrativo, tanto da essere considerato da alcuni una “sceneggiata”; ma è la prima volta che un attacco di questo genere viene diretto senza inibizioni verso il territorio di Israele e ora è solo questione di tempo per sapere come avverrà la risposta armata. «Adesso è stata varcata la linea rossa dell’intervento diretto», spiega Nicola Pedde dell’Institute for Global Studies. Di fatto, ogni accordo sul nucleare iraniano è saltato. L’Iran ha agito nel momento propizio di avvio e intensificazione dell’anno elettorale americano, ben sapendo che un 3% di elettorato arabo negli Stati Uniti può fare la differenza a novembre per Biden.

Il programma nucleare iraniano, interrotto dal 2003 e poi paventato ai suoi tempi da Ahmadinejad, aveva raggiunto nel 2021 il 60% di purezza d’uranio e a fine febbraio 2023 due diplomatici dell’agenzia Reuters, avevano aggiornato la soglia portandola a un pericoloso 84%, pertanto solo di 6 punti percentuale sotto i valori idonei all’impiego a fini bellici. «Gli israeliani – osserva Gian Micalessin – sono pronti a bombardare le strutture in cui si arricchisce l’uranio e a distruggere tutti i laboratori in cui si progetta la bomba atomica iraniana» (“Il Giornale”, 16 aprile 2024).

Sinora l’amministrazione Biden aveva cercato di esercitare una forma di deterrenza nei confronti dell’Iran, mentre verso la Russia si stava sperimentando una politica di contenimento decisamente maggiore.  Verso l’Iran, però, è ormai evidente che le sanzioni economiche non hanno funzionato come il governo degli Stati Uniti aveva desiderato fin dai tempi di Trump. In effetti, la coercizione economica è una forma sottile di arte statuale che si presenta come minaccia o azione diretta da parte da un governo (o da un suo mandante) per interrompere lo scambio economico ai danni dello Stato bersaglio, in questo caso l’Iran, a meno che esso non risponda a una precisa richiesta del governo americano. I solidi legami commerciali tra Cina e Iran hanno come vanificato la guerra economica di Washington. Oltretutto, «è difficile misurare l’efficacia della coercizione economia, ma stando alla letteratura sulle sanzioni, la loro efficacia si attenua nel corso del tempo perché il Paese bersaglio può trovare dei mercati alternativi, quando i costi incominciano a salire, oppure perché si spezzano le coalizioni politiche tra gli Stati sostenitori delle sanzioni e, inoltre, le loro visioni riguardo lo Stato bersaglio si congelano e si immobilizzano» (Matthew Reynolds e Matthew Goodman, Report CSIS, 21 marzo 2023). In questo senso, la posizione dell’Europa, più morbida verso l’Iran rispetto agli Stati Uniti d’America, ha prodotto come un congelamento, un’immobilizzazione delle sanzioni, rendendole non pienamente efficaci.

Come osserva l’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump H. R. MacMaster nel suo volume Battlegrounds: The Fight to Defend the Free World (HarperCollins Publisher 2021), dal 2012 al 2014, l’economia iraniana si è contratta del 9% ogni anno, l’esportazione di petrolio non raffinato è piombata verticalmente e più di 120 miliardi in riserve estere sono inaccessibili per il regime, che di conseguenza ha spostato i suoi asset in Asia del Sud e nella Banca islamica di Noor degli Emirati Arabi, mentre la “fondazione caritatevole” di Dubai, la Noor, ha sospeso il business con l’Iran così che il rial è precipitato del 30%. Il regime iraniano non può più fare transazioni in dollari, a meno di avvalersi di volenterose banche come la Santander e la Llyod, subito avvertite però da Washington.

Il presidente iraniano Ebrahim Raisi segue le indicazioni dell’attuale Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Alì Khameini, che annuncia: «Gerusalemme sarà nelle mani dei musulmani e il mondo musulmano celebrerà la liberazione della Palestina». La Turchia, intanto, vieta l’acquisto di acciaio e alluminio israeliano; gli Stati Uniti quello di acciaio russo. I mercati a livello generale si stanno quindi separando, rendendo inevitabile un’escalation che raggiungerà il suo acme in autunno. I Balcani prenderanno fuoco come anche il “Corridoio luminoso” nel Caucaso: l’Azerbaijan seguendo la Turchia rivendica per sé il fiume Aras quale eredità ancestrale, portando il gas del Turkmenistan da Zangezur (che collega Azerbaijan  e Nakhchivan) verso la Turchia e poi l’Europa, bloccando così la domanda di quello iraniano. Le bollette parleranno, forse, agli europei che ancora si muovono come sonnambuli negli ultimi fuochi fatui della Belle epoque a cui abbiamo assistito da vent’anni a questa parte.  Anche le voci più inclini alla diplomazia pacifica in seno ai giornali online di largo consumo, come l’americano “National interest”, dovranno rimodulare le loro idee a meno di non fare passi falsi. Lontani sono i tempi in cui, iniziata l’amministrazione Biden, si potevano elevare canti di pace, i peana dei valorosi greci antichi trionfanti contro i persiani.

Già, ma quanto era cresciuta negli anni la spesa militare dell’Iran perché potesse permettersi il lusso di attendere e calcolare il momento in cui infliggere un danno maggiore a Israele, come ha fatto sabato scorso? Notiamo intanto che nel 2020 le Guardie rivoluzionarie hanno ricevuto 6,9 miliardi di dollari mentre Artesh, l’esercito, solo 2,7 miliardi di dollari da Teheran. Per l’International Institute of Strategic Studies nel 2019 il budget per la difesa era d 17,4 miliardi di dollari (pari a 3,8% del PIL) mentre Israele nello stesso anno aveva stanziato 19,3 miliardi di dollari (5% del PIL). Con la guerra in Ucraina le cifre sono poi lievitate. Teheran si è specializzata nello spionaggio industriale e nella destabilizzazione dell’Occidente con operazioni di guerre per procura, mentre le frange di Stato islamico nel nordest del Paese (Al Azaim) lanciano proclami di guerra contro l’Europa che il mercoledì sera vorrebbe beatamente vedere le partite della Champions League. Cosa devono attendersi gli Stati Uniti mentre l’Europa dorme il sonno del giusto senza meritarselo pienamente?

Oggi l’Iran controlla la Siria e l’Iraq con gruppuscoli gialli, analoghi agli uomini verdi di Putin al lavoro prima della brutale invasione dall’Ucraina. In Siria dal 2012 si è andata formando una brigata (Maher al-Assad) legata a filo doppio a Hezbollah e alla Quarta divisione dell’esercito, ora ufficialmente confluita sotto il dominio dei Pasdaran. Nell’estate del 2021 questa brigata ha attaccato direttamente una base americana. La situazione è ancora più grave in Libano considerata la presenza della comunità cristiana. Ma come diceva il saggio padre BaltasarGracián (1601-1658),ammonendo i principi cristiani dell’Europa durante la Controriforma: «chi brama le occasioni di conflitto e le piega al suo dominio, allontana da sé la buona fortuna».

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