La “bugia” che tiene a galla il governo di Monti

(di Pietro Barcellona su Il Sussidiario del 14/12/2011) Il livello di disorientamento dell’opinione pubblica del nostro Paese ha raggiunto livelli inimmaginabili. È veramente stupefacente che un governo cosiddetto tecnico, che ha di fatto sospeso la democrazia, come ha scritto giustamente Galli della Loggia, e che ha introdotto misure inique e probabilmente inutili nell’economia del nostro Paese e nella vita delle famiglie, riscuota un consenso così ampio presso i cittadini italiani.

È paradossale che un governo tecnico, che si sta di fatto limitando ad attuare le direttive della Comunità europea, già concordate col precedente governo, si presenti come il salvatore d’Italia chiedendo sacrifici che non sono condivisi da nessuno dei partiti dell’attuale maggioranza parlamentare e che, tuttavia, si impegnano a votare la manovra nonostante le differenze tra i diversi schieramenti che continuano ad accusarsi reciprocamente del disastro in cui ci troviamo.

Io non so quanto gli italiani stiano riflettendo sul fatto inconsueto che Pdl, Pd e Udc sostengono concordemente questo governo che non solo ha eliminato ogni spazio politico di discussione, ma che li costringe a votare controvoglia una manovra che impone solo sacrifici alle parti più esposte e deboli della società italiana.

Le tre voci principali della manovra di risanamento riguardano infatti la riforma delle pensioni, l’inasprimento del prelievo sulla proprietà delle case e l’aumento dell’Iva: misure, cioè, che non solo continuano a incidere soltanto sulla parte della società italiana che lavora e produce ricchezza per tutti, ma che avranno probabilmente un effetto recessivo sulla cosiddetta crescita e che appaiono assolutamente inadeguate rispetto a un debito pubblico di circa duemila miliardi. È probabile infatti che ci sarà ancora un calo della crescita e un aumento della disoccupazione, un impoverimento del ceto medio e un vano tentativo di contrastare l’assalto speculativo sulla moneta europea.

Nonostante quindi la manovra appaia iniqua e inutile, gli italiani esprimono ancora un ampio consenso al governo Monti, e i partiti che costituiscono la cosiddetta classe politica inghiottono i rospi senza riuscire a proporre alcuna vera linea alternativa.

Ci saranno forse ritocchi sull’impostazione della tassa sulla prima casa e sulla salvaguardia delle pensioni sociali rispetto agli effetti dell’inflazione, ma, nella sostanza, rimarrà una mediocre manovra di aumento delle tasse per i più deboli e per i lavoratori, e un vano tentativo di ritardare gli effetti della spaventosa crisi finanziaria che colpisce l’Europa e l’intero sistema occidentale. Palliativi di fronte a una crisi di sistema che sta mettendo a nudo le spaventose contraddizioni di un modello economico fondato principalmente sull’egemonia senza freni del capitalismo finanziario.

Luciano Gallino, che com’è noto non è un estremista rivoluzionario, in un bel libro dedicato alla crisi della civiltà del denaro, ha fatto vedere in modo inoppugnabile come si stia realizzando in tutto l’Occidente una redistribuzione della ricchezza a favore della finanza e a spese di altre fonti di reddito, attraverso una continua manipolazione dei prezzi a scopi speculativi, la flessione dei salari e la privatizzazione di tutte le prestazioni statali.

Nella sua veste di megamacchina deputata a sfruttare il lavoro umano, il finanzcapitalismo ha utilizzato come strumento principale lo spostamento della ricchezza dal basso verso l’alto. Si è realizzato così che, mentre il rendimento del Capitale va dal 15% al 25%, la crescita del Pil non supera il 3%. Il che significa, in termini banali, che il sistema finanziario ricava a mezzo della produzione di denaro cartaceo un reddito decisamente più elevato rispetto alla produzione di denaro per mezzo di merci.

La bolla speculativa e le conseguenze disastrose per lavoratori e risparmiatori sono ormai inserite in un sistema in cui la produzione di “titoli finanziari” è otto volte maggiore della produzione reale di merci e servizi. In un sistema economico in cui la finanza si appropria della ricchezza reale senza partecipare al processo produttivo, scaricando ogni rischio sugli altri attori dell’economia reale, imprese e lavoratori, essa riesce a valorizzare smisuratamente il capitale abbandonando ai rischi di fallimento le economie reali dei diversi Paesi.

Il sistema finanziario, in particolare, a partire dalle politiche americane, ha realizzato la messa in circolazione dei titoli, cosiddetti subprime, che hanno consentito altissimi tassi di interesse a prezzi molto rischiosi, e poi ha utilizzato tutta la massa creditizia conseguente per farne un autonomo fattore di produzione di ricchezza monetaria (per dirla in maniera semplice: ti presto soldi per un acquisto chiedendoti un forte interesse, perché in realtà sono convinto che non potrai pagare e perciò uso il credito che ho acquistato come titolo autonomo da piazzare sul mercato finanziario, eliminando così praticamente ogni rischio per avere avventatamente prestato dei soldi a chi non poteva restituirli.

Il sistema finanziario, cioè, ha usato il sistema bancario come strumento per far circolare moneta fittizia -perché esposta al rischio dell’inadempimento totale – come un’autonoma ricchezza collocabile sul mercato dei titoli bancari e di quelli creati dai fondi sovrani).

Come molti ormai dovrebbero sapere, con questo sistema, milioni di cittadini sono stati indotti a contrarre mutui per l’acquisto di abitazioni, che non erano in grado di pagare, e hanno scaricato il rischio dell’insolvenza sullo Stato, costretto a salvare le banche più esposte acquistando i titoli tossici (cioè a grande rischio di insolvenza), e sui risparmiatori che hanno visto deprezzare i loro titoli. Contemporaneamente, i fondi sovrani che gestiscono il credito globale hanno velocemente spostato le proprie risorse verso altri lidi, continuando a emettere titoli cartacei per realizzare la valorizzazione autonoma del proprio capitale.

Quando in America fallisce la Lehman Brothers, lo Stato per salvarla acquista i titoli tossici e consente lo spostamento delle risorse finanziarie penalizzando in modo evidente i debitori dei mutui e l’insieme dei risparmiatori. I debitori dei mutui perdono le case che hanno acquistato e gli investitori che hanno emesso i subprime si salvano spostando la propria ricchezza in altri settori e in altri Paesi. C’è dunque un rapporto immediato fra il formarsi delle bolle speculative, provocate dal Capitale finanziario, e l’espansione del debito privato e pubblico che opera all’interno delle economie nazionali.

È abbastanza complicato cercare di spiegare i meccanismi attraverso cui la finanza globale dei fondi degli investitori sovrani, che operano oltre lo Stato e le economie nazionali, ha determinato una vera e propria espropriazione di massa dei lavoratori e risparmiatori della maggioranza della popolazione mondiale. Ma le considerazioni così sinteticamente proposte sono il vero nodo della crisi che attraversa l’intero Occidente.

Si tratta infatti di una crisi di sistema complessivo e non già di una particolare congiuntura sfavorevole dalla quale è facile riprendersi con alcune misure apparentemente capaci di contenere il debito degli stati e dei Paesi di fronte all’egemonia di un capitale finanziario svincolato da ogni rapporto con l’economia reale in cui le donne e gli uomini lavorano, e i medi e piccoli imprenditori producono merci e servizi.

Ma solo in questo quadro può apparire chiaramente quanto la manovra del nostro governo sia allo stesso tempo iniqua e inutile: iniqua perché incide sulle condizioni economiche delle famiglie e dei lavoratori senza intaccare il potere dei grandi “speculatori” del sistema finanziario globale; inutile perché la crisi di sistema che stiamo vivendo richiede una ristrutturazione istituzionale e normativa del rapporto tra capitalismo finanziario e processo produttivo reale.

Alla luce di queste riflessioni appare davvero inspiegabile come la maggior parte degli esperti e degli economisti del nostro Paese continui ad affermare l’assoluta necessità dei sacrifici imposti dalla manovra alle categorie più deboli della nostra società. Su tutti i giornali del nostro Paese, da Carlo Galli a Michela Marzano, è stata rimessa in campo con molta forza l’idea che il momento dei sacrifici è indispensabile per verificare la coesione sociale di un popolo.

La liturgia del sacrificio è stata esaltata con riferimento ad altre epoche della storia in cui i grandi leader dei paesi occidentali, come Churchill, hanno chiesto ai popoli governati di partecipare solidalmente alla lotta contro il nemico esterno, accettando la logica delle “lacrime e del sangue” per difendere la propria autonomia e la propria indipendenza.

Quanto questo appello ai sacrifici del popolo sia oggi improprio e persino mistificante è dimostrabile agevolmente attraverso il presupposto che dovrebbe giustificare le logiche di rinuncia anche al proprio minimo vitale. Il presupposto del sacrificio per il bene comune è giustificabile infatti soltanto in un contesto in cui la solidarietà tra i cittadini di un Paese è veramente un principio sostanziale della convivenza.

Non si possono chiedere sacrifici se non in nome di una solidarietà concreta che opera praticamente nella vita sociale. Per contro noi assistiamo nel nostro Paese a una pratica dell’evasione fiscale che dimostra contro ogni ragionevole dubbio che il ceto dei più ricchi e dei più privilegiati non ha alcuna disponibilità a essere coinvolto in un’operazione di solidarietà nazionale. Il governo ne è talmente consapevole che chiede soltanto l’1,5% ai capitali rientrati in Italia attraverso la grande amnistia del cosiddetto scudo fiscale.

Come mai la Fornero piange di fronte al massacro del sistema pensionistico ribadendo che non esistono altre voci da cui ricavare le risorse per realizzare l’equità, quando è noto a tutti che i grandi detentori di ricchezza non parteciperanno affatto alla logica sacrificale richiamata dal governo e dai suoi sostenitori? Il rapporto tra sacrificio e solidarietà sociale è un postulato “ontologico” di ogni visione del bene comune.

È proprio l’istituzione pubblica, che realizza la lotta alle disuguaglianze economiche, a giustificare la partecipazione personale a una riduzione del proprio potere di acquisto. La manovra del governo, infatti, non intacca per nulla il sistema speculativo che produce rendite finanziarie a favore della ristretta cerchia dei “più ricchi” di un Paese. Tutti dimenticano che il lavoro umano, dipendente e autonomo, partecipa al prelievo fiscale nella misura dell’80% rispetto al prelievo dai più ricchi che contribuiscono con il 20% pur appropriandosi della maggior parte del prodotto nazionale.

Abbiamo ascoltato commenti televisivi e abbiamo letto articoli di giornali in cui è stato quasi sempre affermato il principio in base al quale le leggi dell’economia sono inesorabili e che, di fronte all’immenso debito pubblico accumulato nel nostro Paese, non si può fare altro che inghiottire il rospo amaro dei sacrifici. Non riesco a capire infatti perché vengono presentate come leggi oggettive e inesorabili quei criteri di gestione del deficit ispirati dalla strategia neoliberista che, come tutti dovrebbero sapere, è soltanto espressione di una scelta di campo rispetto alle visioni degli economisti keynesiani che continuano a sostenere l’occupazione e il pieno impiego come l’unico e vero rimedio alla crisi sistemica del capitalismo occidentale.

Com’è possibile che si continui a negare il carattere vistosamente ideologico delle teorie economiche e a scambiare per necessità oggettiva quella che appare una conseguenza di una scelta strategica a favore del capitale finanziario contro gli interessi di lavoratori e risparmiatori e persino contro gli interessi di quel capitalismo che continua a impegnarsi nella produzione di beni e servizi reali? È proprio sconcertante il servilismo degli intellettuali italiani che continuano a spacciare una manovra di tasse e tagli come la premessa di una ripresa della crescita che non può assolutamente avvenire.

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