Il Papa istituisce la Pontificia Accademia di Latinità

(di Federico Catani) Tra gli effetti del Concilio Vaticano II, il più evidente è senza dubbio l’accantonamento del latino da parte della Chiesa. Per la smania di stare al passo coi tempi e di aprirsi al mondo, dagli anni sessanta gran parte del mondo cattolico ha iniziato ad osteggiare la lingua di Cicerone perché, a parere di alcuni, impediva ai fedeli di “comprendere” la liturgia e di avvicinarsi al sacro. Con il risultato, ormai sotto gli occhi di tutti, che, tolto il latino dalla Messa, il senso del sacro si è perso quasi completamente. Eppure il latino resta la lingua ufficiale della Chiesa.

Lo sottolinea pure Benedetto XVI, che con il Motu proprio Latina lingua, del 10 novembre 2012, ha istituito la Pontificia Accademia di Latinità, dipendente dal Pontificio Consiglio della Cultura. In questo modo, come recita anche il documento pontificio, «la Fondazione Latinitas, costituita dal Papa Paolo VI (…), è estinta». Sembra quasi che di fronte ad un mondo e ad una liturgia che hanno voltato le spalle alla lingua sacra, i Pontefici abbiano cercato di correre ai ripari per salvarla almeno culturalmente.

 Nel Motu Proprio pubblicato su “L’Osservatore Romano”, Benedetto XVI ha peraltro il grande merito di ricordare la troppo poco conosciuta Costituzione apostolica Veterum sapientia, promulgata da Giovanni XXIII proprio nel 1962, anno di apertura del Concilio Vaticano II: in essa il Pontefice ribadiva con forza l’imprescindibilità del latino per la Chiesa. Il latino è infatti una lingua universale, non soggetta a cambiamenti, in grado di fissare con precisione le verità di fede, che non possono essere mutate (come pretenderebbero invece certi modernisti). «La lingua latina – scrive Benedetto XVI ‒ è sempre stata tenuta in altissima considerazione dalla Chiesa Cattolica e dai Romani Pontefici, i quali ne hanno assiduamente promosso la conoscenza e la diffusione, avendone fatto la propria lingua, capace di trasmettere universalmente il messaggio del Vangelo». «Anche ai nostri tempi, ‒ prosegue il Papa ‒ la conoscenza della lingua e della cultura latina risulta quanto mai necessaria per lo studio delle fonti a cui attingono, tra le altre, numerose discipline ecclesiastiche quali, ad esempio, la Teologia, la Liturgia, la Patristica ed il Diritto Canonico, come insegna il Concilio Ecumenico Vaticano II (cfr Decr. Optatam totius, 13). Inoltre, in tale lingua sono redatti, nella loro forma tipica, proprio per evidenziare l’indole universale della Chiesa, i libri liturgici del Rito romano, i più importanti Documenti del Magistero pontificio e gli Atti ufficiali più solenni dei Romani Pontefici».

Ora, poiché oggi si assiste da un lato ad una grande crisi degli studi umanistici e dall’altro ad un rinnovato interesse verso gli stessi, secondo Benedetto XVI «appare perciò urgente sostenere l’impegno per una maggiore conoscenza e un più competente uso della lingua latina, tanto nell’ambito ecclesiale, quanto nel più vasto mondo della cultura».

L’auspicio è che si possa riscoprire la bellezza del latino, vista non come lingua per pochi eletti o come anticaglia da museo, ma viva e adatta a tutti. Fondamentale è che i sacerdoti ricomincino a studiarlo e che i fedeli tornino a sentirlo familiare. Il momento più idoneo per il suo utilizzo è senza dubbio la liturgia. Nel culto, infatti, come avviene in tutte le grandi religioni, c’è davvero bisogno di una lingua sacra, capace di aprire il cuore al mistero di Dio. Un tempo, ovunque andasse, il cattolico poteva ascoltare la Santa Messa nella stessa lingua e comprendeva esattamente quel che avveniva sull’altare. Oggi, in tempo di globalizzazione e di maggiore istruzione, non solo la “Catholica” è frammentata dalle lingue nazionali proprio nel rito, ma addirittura in molti nemmeno sanno cosa sia esattamente la Santa Messa. (Federico Catani)

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