Il dramma della Nigeria

Quindici giorni fa, su queste pagine, abbiamo parlato della libertà religiosa e della persecuzione contro i cristiani in varie parti del mondo. È di questi giorni la notizia dell’atroce mattanza perpetrata in Nigeria nei confronti di circa 500 persone tra cui molte donne. Neppure i bambini sono stati risparmiati.

 

Tutti cristiani, uccisi da pastori musulmani appartenenti a un’etnia diversa. La stima è approssimativa. Anche questa volta il fatto è stato liquidato frettolosamente dalla stampa “laica” che ha posto l’accento sul conflitto religioso tra musulmani e cristiani, senza distinzione tra persecutori e vittime, anzi, taluni propendendo per attribuire ai cristiani il ruolo di oppressori. Retaggio di pregiudizi destinati a perdurare. Si contestano con accanimento le crociate, al di fuori di una elementare contestualizzazione storica, ma non c’è il minimo interesse a considerare il dramma odierno per cui i cristiani sono la minoranza che subisce il maggior numero di attacchi in tutto il mondo. Molti vescovi della Nigeria ricordano come musulmani e cristiani abbiano convissuto pacificamente nelle stesse terre dove oggi sembra prevalere l’odio e invitano a non ridurre il conflitto in atto a ragioni religiose o etniche. Si tratterebbe, invece, di un conflitto sociale. Ragioni politiche e strategie ben più ampie sarebbero sottese a queste azioni, frutto di facili strumentalizzazioni che alimentano una guerra fra poveri. Abbiamo visto alcune veloci immagini di questo funerale collettivo, all’aperto, sotto il sole, tra canti stranamente melodiosi. Colpisce questo aspetto, questo ostinato guardare avanti in chi è quotidianamente privato di comodità e agi, per noi irrinunciabili, ma gode evidentemente di uno sguardo sulla vita che sa portare il dolore e lo strazio dell’ingiustizia. Il Papa, esprimendo la sua vicinanza, li ha invitati a essere autentici “testimoni di riconciliazione”. È così in Irak, dove l’appello dei cristiani è: “Aiutateci a rimanere”. Così nel martoriato Sudan, di cui nessuno si ricorda. Abbiamo perso la coscienza delle nostre radici cristiane insieme a quella di appartenere a un popolo, il popolo di Dio, sparso nel mondo. Tertulliano scrisse che il sangue dei martiri è seme dei cristiani. Questa è l’opera di Dio, non nostra. A noi però, resta l’impegno della preghiera e il coraggio di raccontare questi fatti. Le parole dense e accorate di Benedetto XVI sollecitano al perdono e ci interpellano in questa quaresima in cui siamo invitati a un cammino di conversione “perché è proprio il chiudersi al Signore, il non percorrere la strada della conversione di se stessi, che porta alla morte, quella dell’anima”.

Elena Pagetti

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