IL “cortile dei gentili” di Assisi come la”cattedra dei non credenti” di Milano

(di p. Serafino M. Lanzetta, FI, su “Riscossa Cristiana“) Una tipicità di Assisi III è stata la presenza di alcuni atei, invitando i quali, Benedetto XVI ha voluto mettere in evidenza la necessità e l’urgenza di un dialogo incentrato sulla ragione, di un nuovo dialogo culturale.

Come il Pontefice ha spiegato in diverse occasioni, il sonno della ragione, divenuta piuttosto e spesso tecnologismo applicato al concreto, genera spesso la militanza contro Dio e di conseguenza contro l’uomo. Un nuovo ateismo oggi ASSISI si profila, quello dell’indifferentismo e della non-curanza. Per ovviare al sonno di questa ragione, chiamata invece ad essere “aperta” all’esistenza nella sua interezza, ai suoi problemi e alle sue necessità, il S. Padre, nel Discorso alla Curia Romana del dicembre 2009, chiedeva di stabilire un dialogo con persone che non si riconoscono in una fede particolare, ma che, con buona volontà, volessero avvicinarsi a Dio almeno come Sconosciuto.

Il Pontefice in quel discorso richiamava in modo simbolico l’atrio antistante il tempio di Gerusalemme, casa per tutti i popoli, riservato alla preghiera dei pagani, «che lì volevano pregare l’unico Dio, anche se non potevano prendere parte al mistero, al cui servizio era riservato l’interno del tempio.

Spazio di preghiera per tutti i popoli – si pensava con ciò a persone che conoscono Dio, per così dire, soltanto da lontano; che sono scontente con i loro dèi, riti, miti; che desiderano il Puro e il Grande, anche se Dio rimane per loro il “Dio ignoto” (cfr At 17, 23). Essi dovevano poter pregare il Dio ignoto e così tuttavia essere in relazione con il Dio vero, anche se in mezzo ad oscurità di vario genere».

E così seguì anche un appello di Benedetto XVI:

«Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di “cortile dei gentili” dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa. Al dialogo con le religioni deve oggi aggiungersi soprattutto il dialogo con coloro per i quali la religione è una cosa estranea, ai quali Dio è sconosciuto e che, tuttavia, non vorrebbero rimanere semplicemente senza Dio, ma avvicinarlo almeno come Sconosciuto».

Nel discorso veramente magistrale di Assisi, il Pontefice ha indicato il ruolo mediatore e purificatore degli atei, ovvero di quelle «persone alle quali non è stato dato il dono del poter credere e che tuttavia cercano la verità, sono alla ricerca di Dio». E’ molto importante questa precisazione. Nel pensiero di Benedetto XVI non basta essere atei per divenire validi interlocutori del cristianesimo.

Ci sono, infatti, atei ed atei. Atei militanti e negatori di Dio (per principio, indimostrato) e atei invece che sono tormentati più da una sorta di agnosticismo, ma che rimangono aperti a Dio, rimanendo fedeli a quei valori non negoziabili, sempre di ratzingeriana memoria. Queste persone, con le quali la Chiesa desidera incontrarsi, sono oggi, al dire del Pontefice, un tassello indispensabile nel quadro dialogico: fungono da validi critici sia dell’ateismo militante che di una religiosità in cui Dio viene visto come una proprietà personale, un “pezzo da museo” di una vaga e irrazionale religiosità, scadendo finanche nella violenza e nel sopruso, in nome di Dio. Infatti, diceva Benedetto XVI, queste persone aperte a Dio, alla verità dell’uomo,

«tolgono agli atei combattivi la loro falsa certezza, con la quale pretendono di sapere che non c’è un Dio, e li invitano a diventare, invece che polemici, persone in ricerca, che non perdono la speranza che la verità esista e che noi possiamo e dobbiamo vivere in funzione di essa. Ma chiamano in causa anche gli aderenti alle religioni, perché non considerino Dio come una proprietà che appartiene a loro così da sentirsi autorizzati alla violenza nei confronti degli altri».

Di più, sono persone le quali insegnano sia agli atei combattivi che agli aderenti alle religioni a cercare il vero Dio, la vera religione: non il risultato di una propria indagine razionale o il prodotto di una lunga tradizione culturale, ma Colui che è la Verità e l’Amore. Grazie ad essi le religioni sono di nuovo “costrette” ed incoraggiate ad interrogarsi sul vero Dio, sull’unico Dio che salva:

«Queste persone cercano la verità, cercano il vero Dio, la cui immagine nelle religioni, a causa del modo nel quale non di rado sono praticate, è non raramente nascosta. Che essi non riescano a trovare Dio dipende anche dai credenti con la loro immagine ridotta o anche travisata di Dio. Così la loro lotta interiore e il loro interrogarsi è anche un richiamo a noi credenti, a tutti i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio – il vero Dio – diventi accessibile».

Il discorso di Benedetto XVI sembra però non trovare corrispondenza pratica negli atei invitati ad Assisi. Per lo più si è trattato non solo di persone politicamente schierate (qualcuno diceva che non si potevano invitare “alcuni atei” per il fatto che erano schierati politicamente!) ma anche di persone che nei loro scritti manifestano simpatie per teorie in contrasto con la morale naturale, per non dire della Julia Kristeva che, tra le altre cose, legge l’opera di S. Teresa d’Avila con la lente ideologica della psiconalisi di Freud, falsificando il tutto. Gli “atei ratzingeriani” sono trovati scomodi, come faceva notare argutamente S. Magister: non si sopporta il loro stile “affermativo”. Si va alla ricerca di un ateismo più “morbido”, che sembra poi quello più dialogico. E così concludeva lo stesso Magister:

«Anche e forse più in campo cattolico, la “cattedra” con i relativi onori è concessa soltanto a quei non credenti che si attengono alla forma di dialogo inaugurata a Milano dal cardinale Carlo Maria Martini col titolo, appunto, di “Cattedra dei non credenti”» (leggi tutto).

Per Introvigne non si poteva invitare ad Assisi un Giuliano Ferrara, perché sarebbe stato come dire quello che già si sapeva, confrontarsi su posizioni che erano, del resto, già scontate per entrambi gli interlocutori. I fatti, invece, sembrano proprio dare ragione a Magister. Per il Cardinale Ravasi (come scriveva lo scorso 16 ottobre 2011 su «Il Sole 24 Ore») ciò che veramente deve contare nel dialogo con gli atei sono due cose: coerenza e rispetto,

«coerenza con la propria visione dell’essere e dell’esistere, senza slabbramenti sincretistici o sconfinamenti fondamentalistici o approssimazioni propagandistiche; rispetto per la visione altrui alla quale si riservano attenzione e verifica. Si è, invece, incapaci di ritrovarsi su quel confine tra i due cortili simbolici del tempio di Sion, l’atrio dei gentili e quello degli israeliti, quando ci si arrocca solo in difesa dei propri idoli».

La vera esigenza del dialogo è, in questo caso, la rinuncia ai propri idoli. Quando però per un cristiano l'”idolo” è l’intransigenza della fedeltà alla realtà, l’intransigenza per la verità dell’uomo e per la sua dignità inviolabile, l’intransigenza per il vero volto di Dio, non si vede proprio come vi si possa rinunciare.

Il dialogo basato solo sulla “coerenza” e sul “rispetto”, scade facilmente in un mero esercizio retorico, e oltretutto, presta il fianco ad interpretazioni ideologiche della stessa fede. Perché continuare ad annunciare un Dio che ha detto di essere l’unico vero a differenza degli idoli delle genti? La passione per il divino, che oggi continuerebbe a sussistere solo negli atei, in quale vera passione potrebbe trasformarsi? Per quale divino?

Sì, è vero che è stato il S. Padre a volere gli atei ad Assisi. Ma non sembra che abbia voluto proprio questi. Forse Benedetto XVI come ha preso in mano la giornata di Assisi, togliendo ogni spiraglio al sincretismo e al relativismo, dovrebbe pretendere in mano anche la questione degli atei del “Cortile dei gentili”.

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