“Guerra” tra gli indici borsistici islamico e cristiano

DauphineSempre più. Sempre peggio. L’Occidente apre, anzi spalanca le proprie porte, i propri portoni ed anche le proprie finestre alla finanza islamica, concedendole ampi margini di crescente supremazia economica, politica e culturale nel Continente. Ad esempio, costruendole un master ad hoc, quale quello da qualche tempo attivato presso l’Università Dauphine di Parigi (nella foto). Oppure creando un indice borsistico “rispettoso” della sharia, il Dow Jones Islamic Market Index, varato nel 1999.

Pochi ne sono al corrente. Ed ancor meno sono quelli che sanno dell’analoga iniziativa assunta, questa volta, in ambito cristiano: in Svizzera prima, in Francia poi – dal 2010, per la precisione – ha fatto capolino lo Stoxx Europe Christian Index. Si tratta del primo indice azionario europeo, fondato sui valori e sull’etica cristiani. Vi hanno già aderito diverse società, tra cui le banche BNP Paribas e Hsbc, il gruppo agroalimentare Nestlé, gli operatori di telefonia France Telecom e Vodafone, le compagnie petrolifere BP e Royal Dutch Shell, i laboratori farmaceutici GlaxoSmithKline e Sanofi-Aventis. Lo Stoxx si aggiunge all’Ftse Kld Catholic Values 400 Index, tutto statunitense, “inaugurato” nel 1998.

E’ un’iniziativa di fronte alla quale porsi, allo stato attuale delle cose, con una certa prudenza. Tranne che per la vendita di carne di maiale, i parametri ch’è necessario soddisfare per appartenere ad entrambi gli indici sono gli stessi, addirittura sovrapponibili. E ciò, perché affermazioni di principio principalmente di carattere morale, non caratterizzanti dal punto di vista strettamente confessionale, come potrebbe essere una valutazione sul concetto di “interessi bancari”. Si chiede, ad esempio, di non trarre profitto dal tabacco o dalla droga, dalla pornografia o dalla prostituzione, dai prodotti contraccettivi, dal gioco d’azzardo o dalla vendita d’armi. Di fronte, tuttavia, alla crisi oggi imperante a livello internazionale, per lo più sorta in quegli stessi ambiti del credito o della finanza, di cui esponenti illustri figurano o possono figurare tra gli aderenti all’iniziativa, v’è da chiedersi se il Comitato – costituito per lo Sotxx da esperti dichiaratamente cattolici e vaticani – basti per verificare e garantire che le attività e le azioni emesse dalle società iscritte siano davvero virtuose nel senso cristiano del termine. Basterà per scongiurare la prospettiva, che a prevalere, prima o poi, possa essere il rischio della solita logica del compromesso?

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