EDITORIALE: Riflessioni dinanzi alle catastrofi naturali

La recente catastrofe in Giappone ripropone alcune importanti questioni. Prima di tutto quella relativa ad alcune reazioni che vengono in conseguenza di simili eventi. Non tanto per il terremoto giapponese (le cui proporzioni non permettono alcuna spiegazione umana), ma quando succede qualcosa di tragico si cerca sempre di trovare una spiegazione e d’individuarne gli eventuali colpevoli.

Dietro questo atteggiamento per cui ogni cosa che succede deve necessariamente avere una spiegazione ed un colpevole, vi è un malessere esistenziale che attanaglia l’uomo contemporaneo. Paradossalmente dietro la ricerca spasmodica di una spiegazione per ogni cosa che accade, c’è il rifiuto di cercare e d’incontrare la Spiegazione con la “S” maiuscola.

L’uomo di oggi vive come se Dio non esistesse (ateismo pratico) e quindi è portato ad osservare e a ritenere la vita in cui agisce come un palcoscenico in cui egli è tanto attore quanto autore della trama. Forse l’uomo contemporaneo sa bene che non tutto ciò che avverrà potrà essere evitato, ma cerca di convincersi che quello che è già avvenuto poteva certamente essere evitato. È un “rifugio” di ordine psicologico, ma anche di ordine filosofico. Si tratta di un rifiuto dell’imponderabilità intesa come imprevedibilità. Può esserci qualcosa che sfugga alla capacità umana di ordinare e programmare?

Questa eventualità è rifiutata dall’uomo contemporaneo che ama leggere la realtà con una prospettiva utopica, nella convinzione che nella forza dell’uomo e del suo pensiero il mondo possa essere totalmente trasformato, eliminando da esso ogni imperfezione e ogni incidente. La conseguenza di questo errore è però una duplice contraddizione.
La prima di carattere culturale: da una parte, l’uomo può risolvere tutto; dall’altra, lo stesso uomo può errare, se è vero che poi si va alla ricerca ossessiva del colpevole. E ancora: la tecnica può redimere l’uomo, ma la stessa tecnica può fallire, se è vero che si ricerca sempre il cosiddetto “errore tecnico”.

La seconda contraddizione è di carattere antropologico: nella prospettiva utopica di onnipotenza umana non c’è spazio per un dio che giudica, che esige e che condanna gli errori umani; eppure il perfezionismo utopico non tollera gli erranti, condannandoli a mo’ di capri espiatori da sacrificare a beneficio dell’ideologia della nessuna-imprevedibilità-sulla-faccia-della-terra.

Ma – dicevamo – le catastrofi naturali richiamano anche un’altra questione. Una questione che tocca i cristiani. Dinanzi a simili eventi molti credenti restano interdetti e non sanno dare risposte a se stessi e a maggior ragione agli altri. Elenchiamo tre possibili risposte. La prima è errata. La seconda è insufficiente. La terza è corretta. Iniziamo dalla prima.

1. La sofferenza è sempre frutto degli errori umani. Una simile affermazione è sbagliata. Se è vero che la sofferenza è entrata nel mondo in conseguenza del peccato originale, è pur vero che non si può assolutizzare questa convinzione per le singole sofferenze. Così come non si può escludere Dio dalle origini delle singole sofferenze. Bisogna infatti tener presente che se è vero che tutto ciò che accade non necessariamente è voluto da Dio, è pur vero che tutto ciò che accade è necessariamente permesso da Dio. All’indomani dello tsunami del 2005, in televisione, un anziano cardinale, alla domanda se quella immane tragedia fosse potuta essere un castigo divino, rispose categoricamente di “no”, ma che tutto doveva essere spiegato con i movimenti tipici della Terra. Ora, oltre al fatto che Dio può anche castigare, va detto che Dio stesso non era certo “distratto” nel momento in cui accadeva quell’immane tragedia.

2. Dinanzi alla sofferenza è possibile solo il silenzio. Spesso si afferma che dinanzi alla sofferenza non bisogna parlare, non bisogna spiegare, ma solo fare silenzio: piangere con chi piange. Certamente la sofferenza si configura come un mistero. Ma attenzione: si configura come un mistero in merito alle singole risposte, non certo alla Risposta. Più semplicemente: quando accade una tragedia, sfugge certamente il singolo significato, ma non il Significato con la “S” maiuscola, ovvero il fatto che comunque quella sofferenza trova un senso in Dio e nella sua permissione.

3. Contemplare e rispondere: la dimensione dell’eterno. La posizione giusta è invece un’altra. È prima di tutto quella di contemplare il Crocifisso: capire quanto, nel Cristianesimo, Dio non si limita a consolare sulla sofferenza, ma Egli stesso ne fa vera esperienza. Dio poteva scegliere un’altra strada, ma ha scelto la sofferenza. E l’ha scelta non solo per le sue creature, ma anche per Sé. Egli stesso si è messo a capo e ha preso la Croce: «Chi vuol seguirmi, rinneghi se stesso (via purgativa), prenda la sua croce (via illuminativa) e mi segua (via unitiva)» (Matteo 16, 24). Attenzione però: questo contemplare deve essere accompagnato anche da una spiegazione.

L’intelligenza esige argomenti, e fin dove è possibile non si può trascurare questa esigenza. Non basta dire: dinanzi alla sofferenza si può solo far silenzio. Qui entra in gioco la cosiddetta Teologia della Croce e – diciamolo francamente – viene chiamato in causa anche il fallimento dell’annuncio cristiano che si è imposto negli ultimi tempi. Bisogna infatti recuperare la prospettiva dell’eternità come prospettiva dominante, ovvero il fatto che il cristiano deve convincersi che questa vita è solo un passaggio ed una “preparazione” per ciò che sarà davvero la vera vita, quella del Paradiso che consisterà nel “possesso” di Dio. Insomma, guardare le cose sub specie aeternitatis, cioè nella prospettiva dell’eternità. Dio permette la sofferenza degli innocenti perché sa che quella sofferenza non solo è un’occasione per la salvezza propria e degli altri, ma è anche un “nulla” rispetto all’immensa gioia del Paradiso. Ciò che invece si è fatto strada negli ultimi tempi è una “paganizzazione” dell’annuncio cristiano, laddove le reali preoccupazioni sembrano essere quelle terrene e sociali… quasi a convincersi che, tutto sommato, l’unica nostra possibilità di gioia è su questa terra.

Ma va tenuto presente che un annuncio cristiano che dimentichi la tensione verso l’eternità, per evitare di dare un’immagine di Dio troppo severa, finisce poi, paradossalmente, con l’ammettere davvero una possibile “cattiveria” di Dio. Se infatti il messaggio che implicitamente si trasmette è quello per cui la vera felicità è su questa terra, verrebbe allora da chiedersi: perché Dio permette che muoia un bambino e che rimanga in vita un delinquente? Leggiamo questo passo del Vangelo: «(…) quei diciotto, sopra i quali rovinò la Torre di Siloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Luca 13, 4-5). Gesù dice chiaramente che chi è vittima di una disgrazia non necessariamente è più peccatore degli altri; ma è come se aggiungesse: «voi, adesso vi preoccupate di stabilire se coloro che sono morti nel crollo della Torre di Siloe fossero o meno peccatori, ma non pensate al fatto che esiste una morte molto peggiore di questa, che è – appunto – la morte eterna». (Corrado Gnerre)

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