Editoriale: i pro life italiani giocano in difesa e la Corte Costituzionale salva la 194

(di Mario Palmaro) Erano in molti, fra gli storici oppositori alla 194 e all’aborto legale, a temere una sentenza di rigetto da parte della Corte Costituzionale italiana. E così è stato: la Consulta ha per l’ennesima volta rispedito al mittente un’eccezione di incostituzionalità alla legge 194. Chiamati a pronunciarsi dal giudice di Spoleto sulla costituzionalità della legge sull’aborto, i membri della suprema Corte hanno proseguito sulla linea piratesca tenuta da quando in Italia l’aborto è legale: evitare di entrare nel merito della legge, e così facendo renderla intoccabile.

Stiamo parlando di una legge che in 30 anni ha fatto 5 milioni di morti innocenti, abortiti a spese dello Stato negli ospedali pubblici. Ma questa strage non sembra turbare il sonno dei giudici, cattolici compresi, che in tutti questi lustri si sono susseguiti nella prestigiosa funzione di difensori della Costituzione e dei suoi principi. Qualcuno dovrebbe pubblicamente denunciare questa impressionante notte della coscienza, che impedisce in particolare ai credenti – ma anche i laici sono dotati di coscienza morale – di alzarsi e prendere le distanze da un’orribile legge di morte.

Esiste dunque una ormai consolidata, squalificante complicità della Corte Costituzionale nel garantire la sopravvivenza di una legge gravemente ingiusta, cioè di una “non-legge” in base alla dottrina del diritto naturale. Ma, detto questo, c’è un’altra fondamentale considerazione da svolgere, e cioè chiedersi che cosa è stato fatto in questi ultimi decenni in Italia, in termini culturali, politici e giuridici, dal cosiddetto mondo pro life ufficiale.

Tutti sanno, infatti, che la Corte Costituzionale è esposta a molteplici forme di pressione politica e culturale che ne orientano le decisioni. Questo avviene non solo in Italia. Negli Stati Uniti, ad esempio, la Corte Suprema fu l’artefice della legalizzazione dell’aborto quando, nel 1973, scrisse la storica sentenza Roe vs. Wade. Da quel giorno i pro life americani iniziarono una battaglia pubblica formidabile, che continua ancora oggi, condotta nelle piazze, nelle chiese, nelle aule parlamentari, nelle campagne per le presidenziali. Nessun esponente della cultura per la vita statunitense si è mai sognato di dire che «la sentenza Roe vs Wade è stata applicata male, ma in realtà era a favore della vita».

Nessun esponente del mondo pro life d’oltreoceano si è mai sognato di dire che l’importante è «garantire il diritto della donna di scegliere di non abortire». Nessun presidente della conferenza episcopale degli Stati Uniti si è mai sognato di dire a milioni di telespettatori che «noi la legge sull’aborto non vogliamo toccarla». In quarant’anni di aborto legale, i pro life americani – e non solo quelli americani – hanno sempre tenuto alto il livello dello scontro, ripetendo a chiare lettere: «stop abortion», cioè no all’aborto legalizzato.

Lo scenario italiano è sotto questo profilo totalmente diverso: da molti, da troppi anni, autorevoli esponenti del mondo cattolico e del mondo pro life hanno smesso di attaccare la legge 194, sostenendo che essa è una legge «che contiene parti buone»; che «va applicata tutta»; che «è stata applicata male»; che «non vogliamo cambiare o abolire la 194». Questo festival del compromesso politico ha generato un clima surreale, nel quale gli oppositori della legge sono rimasti un’esigua minoranza, censurata dagli stessi organi di informazione di area cattolica.

La pavidità della Corte Costituzionale è indubbiamente anche il frutto del progressivo processo di omologazione del movimento pro life in Italia. Alfredo Mantovano, in una coraggiosa intervista rilasciata a una giornalista intelligente come  Benedetta Frigerio di “Tempiˮ, ha usato un’immagine efficacissima per descrivere questo lento suicidio della cultura della vita in Italia: «il mondo pro life, confessionale e non, gioca in difesa». Mantovano lamenta nella stessa intervista di essere stato inascoltato dal Movimento per la Vita italiano, e conclude: «spero che chi preferisce giocare in difesa finalmente ci ripensi».

Dobbiamo dire con molta chiarezza che, per paradosso, i più preoccupati del ricorso del Giudice di Spoleto erano proprio gli ambienti cattolici compromissori: infatti, se la Corte Costituzionale avesse dichiarato l’incostituzionalità dell’articolo 4 della 194, ne sarebbe scaturito un terremoto politico e giuridico. Sarebbe sorto il problema di come riscrivere la legge sull’aborto, vietando almeno in parte ciò che oggi è permesso; ma per vietare occorre minacciare sanzioni per chi contravviene alla norma; e dunque sarebbe stato necessario riprendere in mano il tema della punibilità dell’aborto; ma una fetta importante del mondo cattolico e del mondo pro life non vuole nemmeno sentir parlare di “punibilità dell’aborto”.

Aggiungiamo che la cultura teologico-penalistica prevalente nel cattolicesimo contemporaneo disprezza la dottrina classica della retribuzione, e insegna che al delitto e al reato non si debba rispondere con una pena, appunto, retributiva, soprattutto di fronte a quei delitti che l’opinione pubblica considera ormai dei diritti. Così, su aborto, fecondazione artificiale, eutanasia, il Magistero della Chiesa esige dallo Stato il divieto e la sanzione; ma il mondo cattolico e pro life “ufficiale”, le conferenze episcopali e i loro giornali, predicano comprensione, perdono giuridico, assistenza sociale. In una parola: depenalizzazione.

Questa è, purtroppo, la sconcertante conclusione cui dobbiamo giungere oggi: il mondo pro life ufficiale vuole che lo status quo non sia modificato, vuole proseguire con le azioni – meritorie – di aiuto socio-economico-psicologico alla maternità; ma non vuole promuovere uno scontro pubblico culturale e politico intorno al principio di autodeterminazione della donna. La «scelta» è diventata il paradigma fondamentale di non pochi operatori pro life, seppure declinata nella versione della “scelta per la vita”.

Ecco perché, per paradosso, la non-decisione della Corte Costituzionale ha fatto tirare un sospiro di sollievo a quegli ambienti che, teoricamente, dovevano tifare per la dichiarazione di incostituzionalità.

Una piccola prova del nove: i giornali laici e abortisti hanno dedicato alla decisione della Corte moltissimo spazio, mentre “Avvenireˮ ‒ il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana – ha trattato il ricorso del Giudice di Spoleto con imbarazzata discrezione. Unica positiva eccezione, un (tardivo e forse riparatorio) editoriale di Francesco D’Agostino che domenica 24, molti giorni dopo la sentenza, criticava apertamente la legge 194 e la non-decisione della Consulta.

All’indomani della sentenza, invece, sempre sul giornale della Cei si poteva leggere una rassicurante intervista al Ministro della Salute Renato Balduzzi – in “quota cattolica” al Governo tecnico Monti – che diceva: «la legge 194 è una legge dello Stato, e quindi va applicata in tutte le sue parti». Titolo dell’articolo: «Balduzzi: applicare tutta la 194».

Ecco: questa è diventata la “linea” da tenere. E chi non la rispetta – come i 15.000 scesi in piazza a Roma per la Marcia Nazionale per la Vita – semplicemente non esiste. “Avvenireˮ ha censurato quella Marcia, così come continua a censurare chi, sull’aborto, vorrebbe provare a giocare all’attacco.

In uno scenario del genere, nessun giudice della Consulta alzerà la mano per dire “io non ci sto”. L’ultimo in ordine di tempo a farlo fu il Presidente della Corte, Antonio Baldassarre. Significativamente, non si trattava di un cattolico, ma di un laico coraggioso e onesto, in quota alla sinistra. (Mario Palmaro)

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