Dare la morte per regalare la libertà

(di Danilo Quinto) “Avvenire”, il quotidiano dei Vescovi, ha dato questo titolo al commento della trasmissione La dolce morte, andata in onda mercoledì scorso su “Rai 3”: Eutanasia, dramma della solitudine. È possibile che il primo quotidiano cattolico del paese banalizzi in questo modo la scelta demenziale e feroce del servizio pubblico di fare pubblicità a Dignitas, l’organizzazione che in Svizzera ha l’obiettivo di «assicurare ai suoi membri una vita e una morte dignitose, valori a cui ogni essere umano ha diritto», come dice lo statuto?

Non una parola sente di pronunciare “Avvenire” sulla scelta di propagandare il suicidio da parte della “Rai-Tv”? Perchè “Avvenire” non sottolinea che questa trasmissione è andata in onda proprio nei giorni in cui si sviluppava la canea eutanasica attorno alla morte del Cardinal Martini? Conosce “Avvenire” quanto dichiarato da Emma Bonino in un’intervista a “Left Avvenimenti” dello scorso 8 settembre? «Che differenza c’è tra Piergiorgio Welby e il Cardinale Martini?», ha chiesto la giornalista e la vice-presidente del Senato ha risposto: «Il cardinal Martini non ha rifiutato l`accanimento – ovvero un trattamento inutile, che è già vietato – ma ha rifiutato cure vitali, ovvero nutrizione e idratazione artificiali».

Sa “Avvenire” che attorno all’eutanasia si sta coagulando da tempo uno schieramento omicidiario, che vuole mutare l’antropologia umana e offrire alla modernità un concetto falso ed equivoco di libertà, che corrisponde solo all’appagamento dei desideri individuali, al fine di distruggere la stessa nozione di natura umana? Che senso ha parlare, allora, di «solitudine» legata all’eutanasia?

Quella trasmissione intendeva esaltare la libertà di regalarsi la morte. Una morte contrattualizzata, amministrata da un’organizzazione che dichiara di aver dato la morte fino a tutto il 2010 a 1.138 persone. L’aiuto al suicidio passivo, oltre che con il pentobarbitale sodico, uno stupefacente, viene dato con l’elio. Una tecnica sbrigativa, messa a punto negli Stati Uniti, da Derek Humphry, membro del Final Exit-Network, che nel 1992 diffuse un manuale contenente le indicazioni per suicidarsi, Eutanasia: uscita di sicurezza, per poi pubblicare il volume intitolato Liberi di morire, nel quale scrive che il trascorrere degli anni aiuterà la causa della libertà del morire: «Con lo scomparire di quelle generazioni che hanno attraversato le barbarie del ventesimo secolo, le sue due guerre mondiali, le bombe atomiche, i genocidi, le devastazioni ambientali e i suoi stili di vita irrispettosi dell’ambiente, le nuove generazioni saranno capaci di guardare alle decisioni sulla morte con più buon senso e compassione».

Buon senso, compassione, comprensione della solitudine, forse anche tenerezza nei confronti di chi si fa uccidere. Sono forse questi i canoni attraverso i quali giudicare il comportamento suicidiario? Non esiste forse la norma che dice: «Ciascuno è responsabile della propria vita davanti a Dio che gliel’ha donata. E’ lui che ne rimane il sovrano Padrone. Noi siamo tenuti a riceverla con riconoscenza e a preservarla per il suo onore e per la salvezza delle nostre anime. Siamo gli amministratori, non i proprietari della vita che Dio ci ha affidato. Non ne disponiamo?»

La norma è chiara e delinea una situazione di peccato mortale  per chi si toglie la vita o per chi chiede gli venga tolta. Ma il Catechismo della Chiesa è superato dalla modernità, tanto che viene insegnato sempre meno nelle Parrocchie. Nelle redazioni dei giornali cattolici, invece, sembra che non venga neanche consultato. Ci si affidi allora alla preghiera, perché Dio aiuti quei cattolici attratti dall’andazzo di questo mondo che vogliono avere comprensione per tutto e per tutti, tranne che per i principi della dottrina cattolica. (Danilo Quinto)

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