Crollo verticale di fedeli in America Latina

Pew-Research-Center-300x125(di Mauro Faverzani) La cosiddetta “teologia della liberazione” ha fallito. Ma non solo questa: è dal Vaticano II in poi che in America Latina si registra un’incredibile emorragia di fedeli. A vantaggio delle varie sigle protestanti. Un fenomeno incredibile, in apparenza, quello emerso e quantificato dallo studio condotto dall’Istituto americano Pew Research Center, specializzato nelle analisi di carattere socio-religioso.

In realtà, è un dato di fatto non da evitare, bensì di cui prendere finalmente atto, cifre alla mano, ennesimo campanello d’allarme sullo stato di salute, davvero comatoso, del Cattolicesimo in America Latina e Centrale. Sull’84% delle persone intervistate, che abbiano dichiarato di esser state educate secondo i dettami della Chiesa, solo il 69% continua a considerarsi cattolico. In tutti i Paesi del continente sudamericano si è registrato un calo medio complessivo della popolazione cattolica almeno pari al 25%.

La maggior parte degli apostati si sono rivolti ai movimenti evangelici e pentecostali di tendenza conservatrice e carismatica. Movimenti, che per la prima volta da decenni han visto così esplodere le proprie statistiche. In Brasile, la comunità cattolica – che qui risulta essere la più numerosa al mondo –, a meno di un immediato cambio di rotta, è destinata a perdere il proprio primato – e, con esso, la maggioranza – entro il 2030. Le cifre precise sono state riprese anche dal blog “Rorate Cӕli”: in Brasile nel 1970, nell’immediato post-Vaticano II, i Cattolici rappresentavano il 92% della popolazione.

Tale percentuale ha subìto poi un progressivo, clamoroso tracollo sino a ridursi, quest’anno, a rappresentare soltanto il 61% del totale (- 31%). Lo stesso in Argentina, Paese dell’attuale Pontefice, dove si è passati dal 91 al 71% (- 20%). O in Repubblica Domenicana, dal 94 al 57% (- 37%); in Costa Rica, dal 93 al 62% (- 31%); a El Salvador, dal 93 al 50% (- 43%); in Guatemala, dal 91 al 50% (- 41%); in Honduras, dal 94 al 46% (- 48%); in Nicaragua, dal 93 al 50% (- 43%); a Puerto Rico, dall’87 al 56% (- 31%); e così via, il tragico elenco potrebbe tristemente continuare.

Tale disaffezione di massa – secondo il quotidiano on line “Riposte Catholique” – non può esser giustificato con la solita manfrina del «rigetto delle posizioni retrograde» della Chiesa, poiché, anzi, qui sono i protestanti a trovarsi su posizioni ben più ferme dei Cattolici nell’opporsi, ad esempio, alle “nozze gay”. Non solo: “Rorate Cӕali” risponde anche a quanti vogliano attribuire il collasso al «periodo di forte secolarizzazione» ovunque patito, come se l’esser coinciso col post-Concilio fosse stata una mera «coincidenza»: «questo potrebbe forse spiegare il crollo in Europa occidentale, nel Nord America ed in Australia – si legge –. Ma assolutamente non in America Latina (dove il Papa ha studiato per divenire sacerdote nel corso degli Anni ‘60 e dove è stato ordinato il 13 dicembre 1969): qui, in realtà, è avvenuto esattamente l’opposto ovvero si è verificato un autentico ed intenso risveglio religioso», incanalato però nella direzione sbagliata, quella protestante, rigorosamente distante dall’alveo cattolico, «smantellato dalla stessa gerarchia latinoamericana inebriata dallo spirito di “aggiornamento”».

Insomma, si è trattato della risposta sbagliata ad un problema autentico. È evidente – prosegue “Rorate Cӕli” – come «l’esperimento della teologia della liberazione in America Latina non abbia funzionato, né possa funzionare se applicato su scala mondiale». Oggi minaccia, anzi, la crescita in Africa di un Cattolicesimo teologicamente sano, liturgicamente vivo e moralmente forte. Appare chiaro come ciò sia dipeso dall’aver seguito pervicacemente la logica mondana, mondanissima del “compromesso”, dall’aver cercato di parlare la lingua del “mondo” anziché convertirlo, a vantaggio delle ideologie e svuotando la liturgia romana del proprio senso. (Mauro Faverzani)

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