Condanna blanda per uno jihadista francese ed i suoi complici

JihadIl 9 luglio il Tribunale di Parigi ha condannato a quattro anni di carcere, contro i sei chiesti dal pubblico ministero, Ibrahim Ouattara, jihadista di nazionalità francese, fermato il 3 novembre 2012 a Sévaré, in Mali, tre giorni dopo il suo arrivo, mentre tentava di raggiungere i gruppi islamici, impossessatisi del Nord del Paese. L’impianto accusatorio ne sarebbe uscito così «ridimensionato», fugando i «fantasmi giudiziari» evocati dalla controparte: ad affermarlo, è stata Zoé Royaux, avvocato di uno dei suoi complici, Khalifa Dramé. Ed i fatti non le danno del tutto torto: oltre all’inaspettato “sconto” di Ouattara, infatti, anche il suo assistito è stato condannato a “soli” due anni e mezzo contro i quattro richiesti, mentre un terzo imputato, Hakim Soukni, è stato addirittura rilasciato. Nonostante i gravi capi d’imputazione a loro carico.

Nel corso dell’udienza, il Procuratore aveva descritto Ouattara come una sorta di «leader» o “talent scout” impegnato nel tentativo di «creare attorno a sé un gruppo» di fanatici come lui. Ma chi è esattamente Ibrahim Ouattara? Ventisei anni, originario del Mali, è nato in Francia, ad Aubervilliers ed ha passato praticamente la propria vita in galera. Pochi giorni dopo una prima detenzione, infatti, è finito con due suoi complici davanti alla XIII sezione penale di Parigi con la solita, pesante accusa di «associazione a delinquere finalizzata al terrorismo». Rilasciato in libertà condizionale nel luglio 2012, è giunto l’arresto in Mali, poi quattro mesi dopo è avvenuta la consegna alle autorità francesi. In marzo è stato condannato a sette anni di prigione per aver tentato cinque volte, tra la primavera del 2007 e l’estate del 2010, di unirsi alla jihad in Pakistan, Afghanistan e Somalia. Aveva dichiarato di essere a capo di una decina di persone, ma mancava di un’adeguata preparazione e dei contatti giusti.

Da quella sentenza rifiuta qualsiasi assistenza legale. Ed ora questo nuovo processo a suo carico. In aula ha parlato della sua infanzia disordinata: figlio di padre sconosciuto, maltrattato dalla madre, poi collocato in comunità, si è detto «sempre alla ricerca di qualcosa» sino al suo incontro con l’islam, avvenuto la prima volta su Internet, ove ritiene di aver «trovato tutte le risposte alle sue domande. Sono convinto che la lotta armata sia necessaria – ha dichiarato – finché non mi si portino le prove del contrario io proseguirò su questa strada. Qualunque decisione prendiate, per me è la stessa cosa». Abbastanza per far capire alle autorità non solo francesi, ma occidentali in genere, che non è il caso di abbassare la guardia. In tal senso le sentenze accomodanti emesse nei confronti di questi “irriducibili” sono il sintomo di una Giustizia, che ancora non ha capito la gravità del fenomeno ed i rischi cui l’Europa ed il mondo vanno incontro.

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