Clemente VI il giubileo ogni 50 anni

Nel 1305, il Papato aveva spostato la propria sede da Roma in Francia a seguito dell’elezione di un Papa d’Oltralpe, Clemente V, dando così avvio al periodo noto come cattività avignonese: il nuovo Pontefice, infatti, scelse di non recarsi nell’Urbe e spostò la corte papale ad Avignone, in Provenza, dove rimarrà fino al 1377.

La concezione medievale della superiorità del Papa rispetto ai sovrani, riaffermata Bonifacio VIII, era stata accantonata, ed i suoi immediati successori subirono la forte influenza dei re di Francia. Roma era lasciata in balia delle lotte fra potenti famiglie e il Papato appariva lontano e incurante. Progressivamente, però, i Pontefici – tutti francesi – si emanciparono dalla Corona e ritrovarono l’autonomia per assolvere al loro Compito.

Quarto papa avignonese, Pierre Roger era nato nel 1290 nel Limosino, ed entrò giovanissimo nell’Ordine di San Benedetto: dotato di grande intelligenza e acume, fu inviato dall’abate a studiare a Parigi, dove presto divenne celebre per la sua cultura e la sua vasta conoscenza in ambito teologico. «Oratore esimio, straordinariamente munifico, sempre tranquillo, affabile e cortese»: così lo presenta il Liber Pontificalis, ponendo l’accento sulle doti che gli aprirono una rapida carriera ecclesiastica: nominato vescovo di Arras nel 1328, promosso arcivescovo di Rouen solo due anni dopo, fu notato da re Filippo VI che lo fece suo consigliere e cancelliere di Francia, nel 1334.

Incaricato da Giovanni XXII di predicare per la Crociata, svolse il suo compito con zelo e solerzia, tanto che per i suoi meriti fu elevato cardinale. Nel 1342, all’unanimità venne eletto Sommo Pontefice: tra i suoi atti, restano celebri la condanna delle teorie atomistiche del filosofo scettico Nicolas d’Autrécourt e l’acquisto della sovranità sulla contea di Avignone dal regno di Napoli, perché i Papi tornassero ad essere davvero sovrani. Mecenate e amante delle arti, seppe anche mostrarsi munifico con i bisognosi e durante la Peste nera del 1348, diede esempio di coraggio e lucidità, rimanendo ad Avignone in piena epidemia.

Roma, però, restava senza una forte guida, e il governo della città veniva violentemente conteso tra le famiglie Colonna e Orsini. Nel 1343, Clemente VI ricevette una delegazione di Romani che gli chiesero di riportare la sede apostolica nell’Urbe e di indire un Giubileo. Mentre la prima richiesta non fu accolta, il Papa promulgò la bolla Unigenitus Dei Filius con la quale proclamò l’Anno Santo per il 1350, portando la ricorrenza da cento a cinquant’anni. «Tanto il Vecchio Testamento, quanto il Nuovo (…)   – afferma la bolla clementina – sembrano tenere in grande onore il numero cinquanta, sulla cui importanza vertono i molti e grandi misteri delle Divine Scritture».

Clemente VI aggiunse, per ottenere l’indulgenza plenaria, anche la visita a San Giovanni in Laterano, dove si trovava un’antichissima immagine del Signore, con le stesse modalità del Giubileo bonifaciano. Nonostante il flagello della peste e un disastroso terremoto che colpì l’Urbe nel 1349, l’Anno Santo vide la presenza di oltre un milione di pellegrini, tra cui santa Brigida dalla Svezia – che assistette poveri e romei con le consorelle del suo Ordine –, santa Caterina da Siena e Francesco Petrarca. A sottolineare il richiamo dell’avvenimento, scrisse Clemente VII scrisse all’amico Guglielmo da Pastrengo «Viene gente da tutte le parti; vengono cimbri, iberi, greci, britanni, ciprioti, irlandesi, daci, svevi».

Descrisse la visita alle tombe degli Apostoli e le meraviglie spirituali della città, come il Sudario della Veronica o la scalinata dell’Ara Coeli, costruita l’anno prima, che i pellegrini avrebbero dovuto percorrere in ginocchio. Il Papa non presenziò mai: protesse però i pellegrini, ottenendo una tregua alla guerra tra Francia e Inghilterra, per rendere più sicuro il viaggio, e si assicurò che i chierici romani non estorcessero denaro ai devoti penitenti: fu così che l’Anno Santo del 1350 rappresentò una grande manifestazione di fede ormai al crepuscolo del Medioevo. (Lorenzo Benedetti)

 

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