Chiesa cattolica: “Roma locuta, causa finita”, per qualcuno, non ha più valore

(di Mauro Faverzani) Toccare i nuovi cammini catecumenali di iniziazione cristiana, imposti in molte Diocesi, è un pò come affondare il bisturi nel bubbone infetto: molte le reazioni provocate dal nostro precedente articolo (CR n. 1246 del 12 giugno 2012) da parte soprattutto di parroci esasperati dalle pressioni giunte loro dalle Curie, “pasionarie” del nuovo tout court. Per un argomento, oltre tutto, ch’è tutt’altro che remoto. Le critiche a questi nuovi “percorsi” non sono roba da soffitta o “detriti” del passato. Ci sono state anche recenti ed autorevolissime prese di posizione, che invitano a non cambiare.

Prova ne sia l’articolo pubblicato sull’ “Osservatore Romano” dell’8 agosto 2010, quindi soltanto due anni fa, articolo in cui il card. Antonio Cañizares Llovera, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, nel centenario del decreto Quam singulari Christus amore di San Pio X, affermava a chiare lettere: «Non è raccomandabile la prassi che si sta introducendo sempre più di elevare l’età della prima comunione. Al contrario, è ancora più necessario anticiparla» rispetto ai «sette anni» ovvero «all’età dell’uso della ragione».

Il perché è presto detto: perché «i bambini vivono immersi in mille difficoltà, circondati da un ambiente difficile che non li incoraggia ad essere ciò che Dio vuole da loro; molti, vittime della crisi della famiglia. In questo clima sono ancora più necessari per loro l’incontro, l’amicizia, l’unione con Gesù, la sua presenza e la sua forza. Con Gesù dentro di noi possiamo essere senza dubbio persone migliori». Dunque, «non possiamo, ritardando la Prima Comunione, privare l’anima e lo spirito dei bambini di questa grazia». Molto chiaro. E molto severo anche con chi insista nell’intraprendere bizzarre “avventure” catecumenali, vere e proprie strade senza uscita. “Avventure”, che delegati episcopali sin troppo zelanti han tentato in tutti i modi d’inculcare ai sacerdoti anche più riluttanti, senza tuttavia riuscirci.

Alcuni di questi parroci ‒ ci è giunta segnalazione ‒ han citato questo articolo, pubblicato ‒ ripetiamo ‒ soltanto due anni fa dall’“Osservatore Romano”. Ma è stato scandalosamente replicato loro che in Diocesi si segue il proprio Vescovo.

Infischiandosene del giudizio espresso dal Prefetto della Congregazione per il Culto Divino. È proprio vero: oggi “Roma locuta, causa finita”, per qualcuno, non ha più valore. Visto che appellarsi al buon senso evidentemente non basta, non sarebbe il caso di ricordare a costoro, nei modi ‒ anche disciplinari ‒ più consoni, quanto meno il valore dell’obbedienza? (Mauro Faverzani)

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