Chiesa cattolica: perplessità dei cubani in esilio sul viaggio del Papa a Cuba

(di Juan Miguel Montes) L’Associazione Cubanos Desterrados (Cubani in esilio), attraverso il suo portavoce Sergio de Paz, ha rilasciato una forte dichiarazione con cui aderisce pubblicamente alla lettera inviata da 750 oppositori interni del regime comunista cubano al Papa Benedetto XVI in occasione del suo prossimo viaggio nell’isola-carcere, previsto a fine marzo.

I firmatari, con tutto il loro filiale amore al Successore di Pietro, si dichiarano «molto desiderosi di riceverlo nella nostra Patria, se il messaggio di fede, di amore e di speranza che Egli possa recarci, servirà anche a contenere la repressione di cui sono vittima coloro che vogliono servire la Chiesa», ma esprimono, allo stesso tempo, le loro forti perplessità visto che, persino dopo l’annuncio della visita papale, sono continuate «le persecuzioni psicologiche e poliziesche» nei confronti dei cattolici fedeli, il che fa temere che il viaggio venga usato propagandisticamente dal regime dei fratelli Castro per lasciare intendere che la Chiesa è disposta a chiudere un occhio davanti a questi fatti.

Intanto, aggiunge Sergio de Paz, il Nunzio all’Avana, per più di un mese non ha mai risposto alla richiesta di udienza fattagli pervenire da una delegazione di cattolici oppositori del regime comunista. Secondo il giornalista Victor Gaetan, del “National Catholic Reporter”, citato da de Paz, si tratta di quella stessa Ostpolitik vaticana che già nel passato non solo non ha dato buoni frutti ma ha gravemente danneggiato la credibilità della Chiesa. Secondo Gaetan la Chiesa corre il rischio, in futuro, di essere accusata di avere fatto «un patto col diavolo», come già accadde con i paesi comunisti dell’Europa orientale.

Il comunicato dei Cubanos Desterrados ricorda come già a suo tempo figure eminenti quali i cardinali Stepinac, Midszenty e Slipij avessero manifestato la loro rispettosa ma ferma perplessità davanti alla Ostpolitik e altrettanto aveva fatto più recentemente il porporato slovacco Jan Korec, qualificandola come una autentica «catastrofe» che aveva «liquidato» il movimento cattolico di resistenza più genuino sotto il comunismo.

Sergio de Paz cita anche la tesi esposta dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira, in un celebre saggio lodato dalla Santa Sede come «eco fedelissima» dell’insegnamento pontificio La Libertà della Chiesa nello Stato Comunista. In questo studio il pensatore brasiliano asserisce: «La Chiesa non può accettare una libertà che implichi il silenzio sugli errori del regime comunista, facendo capire che non li condanna».

La dichiarazione dei cubani in esilio documenta come sia stato negato il visto per entrare a Cuba in occasione della visita papale a qualsiasi cubano, vivente all’estero, che abbia manifestato la pur minima critica del regime. Sylvia G. Iriondo, una delle più eminenti rappresentanti dei rifugiati cubani negli Stati Uniti, afferma che «in cambio di alcune concessioni che ratificano proprio la natura totalitaria del regime, gli interessi sono stati anteposti ai sacri principi. La forma con cui le autorità ecclesiastiche si sono pronunciate o sono in procinto di pronunciarsi nell’isola, preferendo il silenzio complice alla proclamazione della verità. risulta incompatibile con i valori cristiani della religione, per la quale sono morti tanti martiri cubani e che di fronte al plotone di esecuzione levarono il grido di Viva Cristo Re».

I cubani in esilio concludono la loro protesta affermando che il viaggio preparato dalla Santa Sede non può essere chiamato «pellegrinaggio di riconciliazione». «Il popolo cubano nelle diverse sponde dei Caraibi è uno e unito. Si tratta bensì di ridare alla isola quello stato di diritto e di libertà che non si è visto arrivare dopo decadi di “ostpolitik” sia del Vaticano che dell’episcopato cubano».

L’appello termina con una preghiera alla Madonna della Carità di El Cobre (Virgen de la Caridad del Cobre), Patrona di Cuba «affinché non permetta che il regime comunista manipoli la visita papale e perché fortifichi la fede dei cubani che soffrono nell’isola e perché arrivi presto il giorno della liberazione della nostra cara patria». (Juan Miguel Montes)

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