Chiesa cattolica: gli anniversari del Vaticano II e del Summorum Pontificum

(di Fabrizio Cannone) Il 2012 segna il cinquantenario della solenne apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965). Molti sono i libri e gli studi che in quest’anno sono usciti proponendo, dopo decenni di auto-celebrazione e di trionfalismo, una lettura critica del Concilio. E questo sia dal punto di vista storico riflettendo sull’evento-Concilio, sia dal punto di vista teologico, mettendo a tema certuni passaggi ambigui presenti negli stessi documenti conciliari (si veda, per tutti, mons. B. Gherardini, Il Vaticano II. Alle radici di un equivoco, Lindau, Torino 2012, pp. 415, 26 €).

Un anniversario che si direbbe quasi in controtendenza con quello del Vaticano II è quello dei 5 anni della promulgazione della Lettera Apostolica Summorum Pontificum (7 luglio 2007 – 7 luglio 2012) “sull’uso della Liturgia Romana anteriore alla riforma del 1970”. Perché in controtendenza? Perché come spiega Benedetto XVI nella Lettera che accompagna il Motu proprio, il Messale del 1962, frutto di secoli e secoli di tradizione liturgica universale, «non fu mai giuridicamente abrogato» (il valore della Tradizione), ma d’altra parte il Messale rinnovato nel 1969-70, per istanza del Vaticano II, «veniva addirittura inteso come un’autorizzazione o perfino un obbligo alla creatività, la quale portò spesso a deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile» (le ambiguità dell’aggiornamento).

Queste deformazioni però se furono senza dubbio arbitrarie e immorali, non furono del tutto “illegali” nella Chiesa del post-Concilio, anzi una tendenza prevalente tra i Pastori le vedeva come un frutto maturo proprio del nuovo approccio «non-formalistico» e «non-legalistico» del Vaticano II. Ma come fu possibile ad un Concilio della Chiesa cattolica, benché pastorale e di differenziata autorevolezza, di favorire (o non evitare) tendenze così malsane come quelle che abbiamo conosciuto, in tutti gli ambiti della vita di fede, in quest’ultimo mezzo secolo? Ci risponda chi può, ma di certo la risposta non potrà evitare di confrontarsi con quelle ricostruzioni storiche (da Romano Amerio, sino a Roberto de Mattei) che mettono in chiara luce la tendenza accomodante, mondanizzante, “pastorale” presente fin dall’inizio nel Concilio e in tutto ciò che ne è derivato.

Come per esempio una liturgia antropocentrica, molto meno distante dall’eresia protestante di quella precedente, meno rigida, più adattabile e dunque più deformabile, etc. etc. Proprio per riparare ai danni, umanamente ormai di difficile soluzione, il Sommo Pontefice ha donato alla Chiesa tutta, con il Motu proprio Summorum Pontificum, un chiaro segno di svolta: la Tradizione, liturgica e dottrinale, non è superata e abolita dal Concilio e dal post-Concilio, ma resta fondativa di ogni futuro e omogeneo “sviluppo” del cattolicesimo.

Ma qual è stata in questo primo lustro la reazione, nella Chiesa, alla reintroduzione del Rito Romano classico? Evidentemente, essa è stata duplice. A fronte di un nuovo entusiasmo liturgico ed apostolico di varie comunità religiose e di moltissimi giovani attratti dalla sacralità meglio sottolineata dal Messale del ’62, si è registrata una opposizione di principio di larga parte della teologia, dei liturgisti e dello stesso Episcopato cattolico.

Il cardinal Ratzinger scriveva già molti anni fa che con l’introduzione del Novus Ordo Missae nel 1969, «la promulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei sacramentali dell’antica Chiesa, ha comportato una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano solo essere tragiche» (La mia vita, San Paolo, Roma 1997, p. 110). E ancora, parlando della instaurazione della nuova messa: «Ma in quel momento (nel 1969-70) accadde qualcosa di più: si fece a pezzi l’edificio antico e se ne costruì un altro, sia pure con il materiale di cui era fatto l’edificio antico e utilizzando anche i progetti precedenti.

Non c’è alcun dubbio che questo nuovo messale comportasse in molte sue parti degli autentici miglioramenti e un reale arricchimento, ma il fatto che esso sia stato presentato (da chi ?) come un edificio nuovo, contrapposto a quello antico che si era formato lungo la storia, che si vietasse quest’ultimo e si facesse in qualche modo apparire la liturgia non più come un processo vitale, ma come prodotto di erudizione specialistica e di competenza giuridica, ha comportato per noi dei danni estremamente gravi.

In questo modo, infatti, si è sviluppata l’impressione che la liturgia sia “fatta”, che non sia qualcosa che esiste prima di noi, qualcosa di “donato”, ma che dipenda dalle nostre decisioni» (p. 112). Ma non è in fondo il Concilio come tale, e proprio per lo spirito di pastoralità e di adattamento che lo anima, a dare l’idea che la religione stessa sia qualcosa di mutevole, di fatto e di rifatto da parte dagli uomini in base alle esigenze dei tempi e dei luoghi ? (Fabrizio Cannone)

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